Dover fare i conti con la pandemia non è solo una questione di distanziamento fisico obbligatorio e inderogabile necessario a limitare il crescere dei contagi con le gravi conseguenze che si porta dietro.

Con il passare dei mesi, da quei primi giorni di caos di febbraio e marzo, è emerso in maniera sempre più nitida che, l’isolamento fisico e le limitazioni alla circolazione e alla aggregazione tra le persone, sono l’ulteriore pensante fardello emotivo ed umano che si aggiunge alle pesanti conseguenze fisiche della malattia.

Non ci si ammala solo perché si contrae il virus rischiando la vita in un letto di ospedale o peggio ancora in uno di rianimazione. Ci si ammala anche senza contrarlo il Covid-19. E’ una malattia si può definire in vari modi: assuefazione alla situazione precaria, carenza di stimoli, inedia operativa, sfiducia nel futuro, il “gettare la spugna”.

E’ un male meno evidente della sofferenza fisica indotta dal virus che attacca i tuoi polmoni e mette a rischio la tua vita, ma è comunque un mal di vivere che toglie vitalità ad un paese, l’Italia, che fa della intraprendenza e della operosità un tratto distintivo.

A pagare le conseguenze di questo stato di cose sono anche la moltitudine di associazioni che rappresentano milioni di donne e uomini impegnati nel volontariato attivo. La spina dorsale di un welfare pubblico che ha, nel Terzo Settore, uno dei suoi pilastri portanti.

Si può fare a meno di un pilastro portante? No. Si può fare in modo che, un pilastro portante, non venga a mancare ad una infrastruttura primaria chiamata welfare? Non solo la risposta è ma ci va aggiunto anche che è necessario.

Le associazioni di volontariato sono chiamate a non arrendersi alle difficoltà operative, organizzative ed emotive generate dalla pandemia. I Presidenti, i Consigli Direttivi e tutti i volontari sono chiamati, ora più che mai,  ad uno grande sforzo per andare oltre ai subdoli ostacoli dell’isolamento  e dell’inoperosità.

Ogni tanto bisogna richiamarsi al sacro fuoco della passione e dell’entusiasmo, che ha rappresentato il punto di partenza della nascita di tante organizzazioni. E’ pur vero che gli anni passano, che i tempi cambiano e diventano più complicati, che i volontari invecchiano e le energie tendono a scemare, che il non poter fare è l’ostacolo più grande all’agire concreto, che l’assuefazione alla staticità toglie carica vitale.

Ma, prendendo il prestito uno slogan di tante scene di film in cui si galvanizzano i soldati prima della battaglia,  non è questo il tempo per mollare! Al contrario questo è il tempo, per le associazioni e i propri volontari,  in cui guardarsi dentro, per mettere in campo l’apertura e cercare la collaborazione reciproca all’interno della rete, per  sfruttare e non temere le grandi potenzialità che la tecnologia mette a disposizione per comunicare, per alzare una mano e con umiltà chiedere aiuto, per appoggiarsi ad organizzazioni più strutturate o confluire in esse se necessario, per usare l’enorme potenziale di know-how che strutture come i Centri di Servizio per il Volontariato mettono a disposizione, per adeguarsi alle normative che migliorano, per fare massa critica e cercare sinergie nel proprio territorio, per dare spazio e stimoli ai giovani, per cambiare per non morire.

Senza aver paura di perdere niente di quello che si è stati, che si è o che si sarà in futuro. Vanno messi da parte l’orgoglio e la presunzione, spesso individuali, di essere indispensabili. Ciò che è necessario ora è non darla vinta alla pandemia che, oltre a minare la salute fisica, toglie energia vitale al volontariato.

Non dobbiamo permetterlo. Serve un moto d’orgoglio straordinario che alza la testa e butta il cuore oltre l’ostacolo. Come se fosse un nuovo inizio. Facciamo in modo che la paura e l’inerzia non distruggano quanto di straordinario è stato fatto in anni ed anni di dedizione, sacrifici, passione e dono di sé.

Le associazioni hanno l’obbligo morale di non fare venir meno la loro esistenza ai cittadini. Le pandemie passano e quando se ne vanno è necessario poter ancora contare su un terreno fertile e vivo su cui seminare e coltivare umanità.