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Secondo il Talmud, il testo sacro dell’ebraismo, ogni generazione conosce 36 lamedvavnikim, ossia 36 uomini dalla cui condotta dipende il destino dell’umanità. Nessuno sa chi siano, nemmeno loro sanno di esserlo. Ma quando il pericolo si addensa all’orizzonte il loro destino personale si intreccia con quello universale, e spetta a loro traghettarci oltre le porte della paura.

Ruota tutto attorno a questo concetto lo straordinario monologo che nell’ultimo fine settimana Alessandro Albertin ha portato in scena a SpazioMio, in contrada Salvi alle porte di Lugagnano, prima di partire per una tournée che lo porterà a replicare per più di cinquanta volte il suo spettacolo da qui a fine febbraio.

“Perlasca. Il coraggio di dire no”, questo è il titolo del monologo, presentato anche a Sona la scorsa estate, dedicato alla incredibile quanto poco conosciuta figura di Giorgio Perlasca. Classe 1910, nativo di Como ma trasferitosi da piccolo a Maserà, paesino della profonda provincia padovana, Perlasca si troverà a recitare un ruolo immenso nel tragico scenario di Budapest, durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale.

Fascista convinto tanto da combattere come volontario nella guerra civile spagnola, a Budapest per conto di una ditta triestina di importazione di bovini, Perlasca nel durissimo inverno del 1944 arriva dopo mille vicende e mille rischi a fingersi addirittura Console generale spagnolo per salvare la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista e alla Shoah.

Una sfida pericolosissima, giocata con i gerarchi fascisti del Partito delle Croci Frecciate – e non per caso Albertin sul palco paragona la vicenda ad una drammatica partita di calcio – che lo porterà più volte a mettere a repentaglio la vita propria e quella dei coraggiosi che lo aiutarono. Un’audacia che, oltre i tempi supplementari di questa partita che aveva in palio la vita di moltissimi, vedrà nel 1988, oltre quarant’anni dopo, una coppia ungherese rintracciarlo e divulgare la sua storia di coraggio e solidarietà. E’ il 23 settembre del 1989 quando Israele conferirà quindi a Giorgio Perlasca il massimo riconoscimento di Giusto tra le Nazioni e al museo Yad Vashem di Gerusalemme, nel vialetto dietro al memoriale dei bambini, verrà piantato un albero a lui intitolato.

Basterebbe leggerla questa storia per restarne storditi, in anni come i nostri di ideali tiepidi e di solidarietà ad intermittenza.

Ma poi questa vicenda incredibile incontra Alessandro Albertin su un palco, e allora le parole assumono valenza tridimensionale, si tingono di sangue e colore, assumono suono e carne.

Classe 1972, attore professionista diplomato alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 1999, Alessandro Albertin ha lavorato con nomi importanti del teatro italiano: da Virginio Gazzolo a Egisto Marcucci; da Gianrico Tedeschi a Andrée Ruth Shammah; da Gigi Proietti ad Alessandro Gassman.

Spoglio ed essenziale il palco creato per raccontare Perlasca. Nero su nero con solo due cubi che vengono usati con sapienza scenica da Perlasca-Albertin per muovere e muoversi sulla scena. Tutto in nero anche Albertin, con quel viso, scavato dalle forti luci di scena, che gli permette di assumere tutti i ruoli in commedia, facendo spesso dimenticare allo spettatore che sul palco è presente un solo attore e non una moltitudine di figure sempre più tragiche che si rincorrono in questa vicenda che toglie il fiato.

L’inizio del monologo, che parte proprio da Maserà, ricorda sicuramente alcuni passaggi del miglior Marco Paolini, citato infatti da Albertin nel prologo allo spettacolo. Ma poi, in brevi tratti, l’attore originario proprio di quel paesino del padovano (e anche in questo tutto trova un senso) se ne discosta fortemente fornendo all’attentissimo pubblico un’interpretazione scardinata da tutto, solo sua in quanto non sovrapponibile ad altri lavori che pure si sono cimentati con la drammaticità della grande Storia portata su un palco teatrale.

Suo è l’oscillare tra la tragedia e la farsa, perché di tragedia e terribile farsa Perlasca dovette vivere in quei drammatici mesi. Sua è la forza di rendere avvertibile in sala la disperazione dell’abisso che inghiottì sei milioni di ebrei nell’olocausto nazista. Tutta sua è l’arte di rendere vivo sul palco il coraggio di un uomo, che andò oltre quello che può definirsi coraggio unicamente attraverso il suo sentirsi parte del genere umano.

nazisti_perlasca_tetaro_spettacoloIn alcuni passaggi a chi è seduto in sala pare di trovarsi realmente in quella gelida Budapest, sferzata dalla cieca brutalità del male. E non sono pochi gli occhi degli spettatori che vanno oltre Albertin, quasi scorgendo alle sue spalle la tumultuosa umanità dolente dei ghetti ebraici ed il Danubio indifferente alla sorte di quegli sventurati.

Un’ora e mezza di monologo che prima ti trattiene forte, legandoti alla sedia dove siedi, poi ti prende per mano e ti porta a scrutare nelle profondità nere del peggio dell’essere umano, ti costringe a sentire in bocca il gelido gusto metallico della pistola che minaccia Perlasca in due dei passaggi più riusciti dell’interpretazione di Albertin e, infine, stremato, ti permette di riaffiorare rendendoti partecipe di quali vertici possa raggiungere un uomo quando trascende sé stesso nel massimo gesto di solidarietà pensabile.

Chiuso il sipario, Albertin fa sedere accanto a sé due ragazzini presenti tra il pubblico, svelando il vero significato di questa straordinaria interpretazione: solo dalla trasmissione della conoscenza di generazione in generazione, dalla consapevolezza di ciò che è stato può esservi speranza per tutti noi. Insegnamento che Albertin, in una chiusa drammatica, fa raccontare tramite un breve audio diffuso in sala alla roca voce dello stesso Perlasca, intervistato da Minoli poco prima di morire.

La commozione finale è vera, perché anche per Albertin – come per ogni grande attore – il palco non significa mai un viaggio fuori sé ma sempre un viaggio interiore alla ricerca dei motivi assoluti dell’essere. Con Perlasca ci riesce magnificamente, tanto da rendere veri compagni del suo percorso di speranza anche tutti coloro che sono in sala, pur seduti tra il pubblico.

Se vi capita di incrociarlo, imperdibile.