Il Barbecue ed altre stravaganti avventure: cacciagione di stagione

Il fruscio stavolta giunse distinto alle loro orecchie, non vi  erano dubbi, Giovanni spense il lume e si accucciò quieto dietro un piccolo rialzo che formava il terreno lungo i filari di peschi, anche Gioacchino, che lo precedeva di qualche metro, si accucciò e stette in silenzio. La notte era appena cominciata e la luna stentava a far capolino dalle nubi che fino a poco prima avevano rovesciato il loro carico di acqua in tutta la valle. Era una missione pericolosa quella che Giovanni e Gioacchino erano in procinto di compiere, irta di insidie, come lo è sempre una battuta di caccia; un’alea di incertezza accompagna sempre i cacciatori, dalla partenza, fino al loro ritorno al villaggio.

Per Gioacchino poi, era la prima vera battuta di caccia cui partecipava e i brividi lo accompagnavano lungo la schiena, come se l’acqua del temporale che li aveva preceduti, scorresse ancora viva nei suoi vestiti. Zitti! Ancora un fruscio e poi… poi un volo d’uccello interruppe il silenzio della notte. Grazie a Dio è stato un falso allarme. Per un cacciatore è un pericolo mortale essere individuati dal nemico, avrebbe perso il vantaggio della sorpresa e, soprattutto, avrebbe perduto il suo segreto: qualcuno avrebbe potuto individuare e rubargli il territorio di caccia. Ma è un rischio che bisogna correre, il prezzo della vittoria comporta anche questo!

Quella sera uomini e animali si confondevano insieme, ognuno nell’improbo tentativo di portare a casa le prede e di difendere il territorio. Sarebbe stata una notte difficile, una notte in cui i tremori sarebbero corsi lungo le vertebre della schiena raffreddate dall’umidità delle tenebre.

Poco lontano, un cane ululava alla luna; “Buon segno” pensava Giovanni, “da quel lato sarebbe stato improbabile veder spuntare qualche concorrente”.

Il contadino era passato nel pomeriggio irrigando il suolo con l’acqua a scorrimento, ancora ve ne era traccia nel canaletto che serviva per l’irrigazione.

Poi il temporale aveva fatto il resto, inzuppando il terreno fino all’inverosimile, le prede, quella notte, non avrebbero avuto scampo, per loro era preclusa ogni via di fuga, e i cacciatori lo sapevano. Per di più, l’indomani sarebbe stata domenica e quindi, quella notte, molti avrebbero potuto essere liberi dai propri impegni di lavoro e pronti ad imbracciare le armi.

La battuta era stata decisa al mattino, fra mezze parole e sorrisi di intesa, fra i banchi del mercato, quando il vociare della folla che veniva dai paesi vicini avrebbe coperto ogni accenno all’impresa, in piazza tutti sapevano ma nessuno osava parlare.

In quei casi l’omertà non era solo un diritto: era un obbligo. Tutti sapevano, e tutti stavano decidendo quale potrebbe essere la strategia migliore per andare a caccia senza essere visti, per anticipare il rivale e rubargli le prede. Il carburo era in cantina, chiuso in un sacchetto di tela cerata, pronto all’uso già da tempo. È difficile usare il carburo, può esplodere il carburo, e solo la mano esperta di Giovanni poteva decidere quanto metterne, dove metterlo e, soprattutto, quando dare fuoco alla miccia.

È un esplosivo il carburo, e come tale va trattato: con rispetto, con lo stesso rispetto che un cacciatore deve alle sue prede, un giorno o l’altro, pensava Gioacchino mentre guardava Giovanni preparare la lampada, la natura si rivolterà all’uomo e allora saranno dolori, in cuor suo confidava che ciò non avvenisse quella sera, e sperava anche che non si rivoltasse il carburo. Per la caccia dovevano essere indossati abiti scuri, anche se era una sera d’agosto, una sera in cui le lucciole avrebbero brillato ancora di più nel buio della campagna. Abiti scuri, comodi, non ingombranti, e stivali di gomma.

Sì, stivali di gomma alti al polpaccio, come quelli che si indossano d’autunno, quando piove tanto e non ci si può risparmiare di lavorare all’aperto. E due bisacce di tela, una ciascuno, come quelle che adoperavano le vecchie signore per portare la colazione ai mariti che lavoravano in campagna. Queste erano le loro armi.

È dura la vita nel contado e con il sole che ti cade a picco sul capo e il rumore sordo delle macchine operatrici, quelle battute di caccia nella frescura della notte, erano il giusto riconoscimento che la campagna riservava agli infaticabili lavoratori delle messi. Anche i felini, quella notte, avrebbero potuto rappresentare un serio pericolo, soprattutto se erano gatti randagi e perciò affamati.

Ora la microscopica processione procedeva lenta nella direzione del luogo indicato da Giovanni come il luogo dove si sarebbe svolta la battaglia, la sua riserva segreta, il punto dove non era mai stato tradito. Gioacchino precedeva il padre di qualche passo.

Passo dopo passo Giovanni raccoglieva dal terreno qualcosa e lo infilava veloce nella bisaccia. Anche Gioacchino, talvolta, provava la stessa emozione, brivido su brivido.

“Attento Gioacchino, così rischi di lasciarteli scappare!”

“Non ci vedo, c’è troppo buio.”

“Sssst ! Parla piano sciocco, vuoi che ti riconosca tutta la valle?”

“Attento! C’è un tombino.”

“Bene, ancora pochi passi e poi dovremo piegare a sinistra, poi ci siamo, lì è impossibile non trovarne”.

Una flebile luce apparve davanti a loro, come in trasparenza fra la nebbia che si alzava umida dal terreno, seguita a breve distanza da un’altra luce ancora più timida. La lampada dondolava come se chi la sorreggeva camminasse zoppo, oppure non conoscesse il terreno e avesse il timore di inciampare ad ogni passo. “Giù!” Sussurrò Giovanni, “e spostati dalla loro traiettoria.”

In un attimo Giovanni e Gioacchino spensero le loro rudimentali torce e si acquattarono al suolo rotolando di qualche metro più in giù, fino ad appiattirsi dietro l’alzaia del filare di peschi che li proteggeva alla vista.

“Papà…”

“Zitto, spera solo che ci passino oltre.”

“Ma…”

“Tu non dire nulla, se ci scoprono lascia parlare me.”

Il duo si avvicinava lentamente, anche loro erano intenti alla caccia.

Quando giunsero alla loro altezza si fermarono per riprendere fiato. Furono attimi interminabili, rotti solo dal gracidare lontano delle rane.

“Poca roba stasera.”

“Già, avrei detto di più.”

“Pare quasi che sia già passato qualcuno.”

“Impossibile, noi siamo partiti presto stanotte, gli altri staranno ancora preparando le lampade. Proseguiamo, dai.”

“Speriamo che sia come dici tu.”

“Non vorrai mica mollare adesso? Andiamo avanti ancora qualche metro, poi teniamo la sinistra, l’erba non pare mossa…”

“Potrebbe essere passato Giovanni.”

“Chi!? Giovanni!? Quello a quest’ora se la dorme di grosso, sicuro!”

“O se la sta bevendo tranquillamente!”

La risata era inconfondibile, poteva essere solo lui. Il “griso”!

Giovanni e Gioacchino stettero fermi nel loro nascondiglio ancora qualche minuto e poi via, nella direzione della riserva, ormai sicuri che non sarebbero passati altri cacciatori, se da quelle parti girava il “griso“ non vi era dubbio che sarebbe stato il solo. I suoi ricatti lasciavano il segno, in paese.

Anche quella notte Giovanni non restò deluso, la sua riserva di caccia lo aveva premiato di tutte le fatiche e di tutte le ansie patite, costretto com’è stato ad accettare in silenzio anche le smargiassate sul suo conto. Ora, lui e suo figlio raccoglievano a piene mani le prede che, ancorché cercassero di fuggire o di nascondersi nelle loro tane, non avevano il tempo di nascondersi ai raggi della lucerna e alle prese abili dei cacciatori. E fu un bene. Per la famiglia di Giovanni, per Gioacchino che, diventato adulto, avrebbe saputo ritrovare il territorio di caccia, per gli amici di Giovanni che ne avrebbero goduto in una lieta serata, ma anche per noi, perché senza lumache non avremmo potuto descrivervi la ricetta.

Era quasi l’alba quando tornarono a casa, stanchi e bagnati ma felici e con le bisacce piene; l’indomani, dopo Messa, avrebbero fatto finta di niente e dell’incontro con il “griso” non avrebbero fatto parola.

Le lumache ora, erano al sicuro in una gabbietta di rete sottile, dove avevano libertà di movimento ma, ahimè, nessun cibo. Avrebbero dovuto andare in letargo e rifugiarsi nella loro chiocciola in attesa di tempi migliori che, ancora ahimè, non sarebbero mai più giunti. Per Giovanni e Gioacchino il lavoro era terminato. Ora toccava a loro, alle donne di casa, occuparsi della faccenda, almeno così doveva sembrare in paese, poi, in realtà era sempre Giovanni che si occupava del lavoro più duro.

Quando tutte le chiocciole si fossero chiuse dal loro opercolo, sarebbe stato il momento. Non avrebbero sofferto, non è giusto che gli animali soffrano solo perché devono diventare parte del nostro cibo. Ma da qui non si scappa, qualsiasi via di fuga ci è preclusa, non abbiamo argomenti a sostegno: tutto ciò che mangiamo, tutto ciò che un animale superiore mangia, un attimo prima di essere diventato cibo, era vivo.  Che sia un vegetale o un altro animale, poco importa: era vivo. Come le ostriche o i ricci di mare che quando li spruzziamo con un goccio di limone sembrano dirci “Ahi! Che strizzi!? Non vedi che sto già morendo?” Per questo abbiamo terrore dei serpenti: lunghi tubi digerenti che ci ricordano, in modo ossessivo, la nostra necessità di nutrirci.

Quando l’acqua giunse a bollire, immergerci le lumache fu un attimo e un attimo durò la loro separazione dalla vita. Poi dopo, era solo lavoro di routine. Ad una ad una veniva estratto il mollusco dalla chiocciola e poi questi venivano fatti rotolare a più riprese nella farina di mais, finché tutto non fosse stato pulito e mondo per essere cucinato.

Ogni vecchia famiglia custodisce la sua ricetta “segreta”. C’è chi li prepara friggendo l’aglio nell’olio e poi aggiungendovi le lumache. Quando il “sughetto” che si forma si consuma un po’, aggiunge un bicchiere di vino bianco moderatamente fruttato. È solo a questo punto che, dopo aver regolato di sale e pepe, sbuccia le patate e le aggiunge alle lumache lasciandole cuocere a fuoco lento per almeno 2-3 ore. Solo alla fine vi aggiunge una generosa manciata di prezzemolo.

Altri, invece, mettono direttamente in una casseruola l’olio, un po’ di burro, uno spicchio d’aglio, una cipolla tritata finemente e quelli che dalle nostre parte chiamiamo comunemente “bogoni”. Dopo un’ora abbondante, in cui il tutto si cuoce a fuoco lento, aggiungono un bicchiere di vino rosso, salano e pepano e proseguono con la cottura per almeno altre 3 ore, aggiungendo della salsina di pomodoro e una foglia di alloro. Qualche minuto prima di toglierli dal fuoco, aggiungono un bel ciuffo di prezzemolo tritato grossolanamente.

Per tutti poi, c’è il momento della festa, in cui si invitano parenti e amici e se fra loro vi è anche qualche cittadino, si nasconde il menu fin quando, dopo che ogni portata è stata condivisa e apprezzata, si svelano i segreti, tutti! Anche il menu. Tutto meno il luogo dove sta la riserva che si conserva nella memoria, da padre in figlio, come la lucerna che sta in cantina già pronta per la prossima estate. Nemmeno al griso, che quando è invitato non si tira mai indietro.

Per gli stomaci più sensibili è giusto ricordare che questo cibo tradizionale delle campagne e delle valli venete, fu l’unico mezzo per sopravvivere nei momenti in cui cibo non ve n’era per nessuno, il renderli gustosi e appetitosi è stato un valore aggiunto, dettato dalla maestria delle nostre bis bis bis nonne.

Articolo precedente“Problemi in via Volturno a Lugagnano”, una lettrice ci scrive
Articolo successivoSole, partecipazione, cibo e divertimento per la prima Fit&Food di San Giorgio
Nato a Verona nel lontano settembre del ’59, risiede a Sona dal 1992. Sposato con due figli. Amante della lettura, se si escludono Simenon e Guareschi, preferisce la saggistica ai romanzi. Già arbitro federale, negli anni 80 promuove la costituzione del "Circolo dell’Angelo di San Massimo". A Sona è fra i soci fondatori dell’ Ass. Cav. Romani e ha contribuito alla nascita de “La Zattera”. Autore di testi teatrali e racconti, dal 2011 collabora con il Baco con una nota di gastronomia filosofica.