Il Barbecue e altre stravaganti avventure: l’insalata di riso

Sognare a volte è piacevole, a volte, invece, se ne farebbe volentieri a meno, soprattutto quando si sogna ad occhi aperti, senza rendersi conto di quello che accade veramente. Altre volte i sogni sono generosi e ti riconciliano con la vita e con il mondo!

Un giorno mi trovavo a scuola, seduto al mio posto, più intento a guardar fuori dalla finestra che ad ascoltare la maestra, intenta com’era ad interrogare due miei compagni che non azzeccavano una risposta giusta. Se le interrogazioni servono per ripasso, questa non era una di quelle, sicuro come l’aria che si respira. E allora mi distraevo a guardar fuori dalla finestra e, ogni tanto, a dare una sbirciata a quello che succedeva in classe, giusto per non farmi richiamare dall’insegnante, che sarebbe stata capace di interrogarmi al posto di quei due sciagurati.

Così, fra le altre cose, cercavo anche di capire cosa c’era di così speciale in quella cartina geografica che avevano appeso al muro il giorno prima: erano arrivati tutti in pompa magna, dal preside, al sindaco, al commissario del provveditorato… finanche al rappresentante della ditta che aveva offerto la cartina alla scuola; perfino il bidello si era tirato a lucido e indossava il suo grembiule delle grandi occasioni, rigorosamente nero e lungo fino al ginocchio; portava anche il martello e i chiodi, il bidello. Gulp!

Questa cartina era nuova e perfino piacevole all’occhio: tutta colorata con spazi gialli, verdi, rossi, con forme strane dipinte di arancione, con rombi e quadrati bianchi o rosa e così via; più la guardavo e più mi convincevo che Arlecchino avesse trovato lì l’ispirazione per quel suo vestito così caratteristico.

Era troppo bella! Solo dopo, quando tutti se ne furono andati, accompagnati dal suono delle trombe e dai nostri battimani, la maestra ci ha spiegato cosa rappresentasse quella cartina ed io ho compreso cosa vi era nei punti colorati.

Per esempio, la cartina aveva degli spazi colorati in giallo, come i peperoni, quei bei peperoni gialli e succosi che si trovano sulle bancarelle del mercato e che messi nella peperonata sono “la fine del mondo”! Quella era la Spagna. Ecco. La Francia invece, che è comunque un paese confinante, l’avevano dipinta di arancione, forse per ricordarci i tuorli delle uova delle galline francesi che, almeno a livello di coccodè, non hanno niente da invidiare alle galline livornesi.

Appena ho capito com’era il gioco, mi è stato tutto chiaro, e ho imparato la geografia in cinque minuti. La Grecia, per esempio era colorata di quel verde oliva che si trova solo in quei luoghi, la Turchia invece, era ancora nera, come le olive che provengono da quei terreni e che son buone buone, soprattutto se messe sulla capricciosa, dove sarebbero ancor più gradite se vi venissero poste già private del seme che se i ragazzini come me non stanno attenti, rischiano di rovinarsi la dentatura e poi son dolori dal dentista.

Fin che son lì che penso a queste cose, ecco che mi scivola l’occhio su Cipro! Verde anche Cipro, ma di un verde diverso, un verde che mi ricordava un cappero, che sembra messo lì apposta per darti quel certo non so che… Eh, ma allora…, ma allora bastava solo guardarsi intorno per scoprire tante cose nuove!

Poco più su c’era una macchia tutta bianca, vuoi vedere che si trattava di un lenzuolo come quelli che usavano le nonne di un tempo, prima che venissero di moda le trapunte? Era di un bianco che non era bianco, era più un bianco panna che un bianco vero e proprio, ecco, ma non intenso…, era come se fosse stato acquerellato, quasi traslucido: che colore direste che hanno le cipolline? Che confinava con questo paese, tutta una serie di boschi pieni di ombrelli col manico di legno, con fate e gnomi che circolavano nel sottobosco incuranti di essere osservati, tutta gente che viveva a proprio agio dentro quei funghetti. Pareva quasi che mi dicessero “Prendimi, cosa aspetti!?”.

A ridosso, una macchia rosa. “Oh”, mi son detto, “Sono finito nel giardino del re.” E invece no, la macchia rosa era composta di una serie infinita di pezzettini di prosciutto, sì, prosciutto, prosciutto di Praga, che meraviglia, fresco come una rosa. Di un rosa un po’ più stagionato pareva essere la macchia che era poco distante, vuoi vedere che si trattava di wurstel trasformato in morbidi dadini!?

Più osservavo la cartina geografica e più mi veniva l’acquolina in bocca e più mi pareva che il tempo della ricreazione fosse sempre più distante.

“Posso uscire signora maestra?” “No, Lamberto. La ricreazione è appena passata e ora non voglio che usciate, lo sapete come la penso, no!? Potevate approfittarne quando era il momento, e cerca di stare attento, invece, che mi pari un po’ distratto.” Ecco, ora che mi stava venendo una fame da lupi mi sarebbe toccato rimanere al mio posto almeno fino all’ora di pranzo. A un certo punto, riecco il bidello; proprio quando cominciavo a familiarizzare con l’ambiente… E ghignava… E spingeva avanti un pentolone di acqua bollente fino a portarlo al centro della classe, al punto che abbiamo dovuto spostare tutti i banchi per fargli posto, cattedra compresa.

A lui e a tutti i suoi aiutanti bidellini, vestiti tutti nello stesso modo, che portavano carriole di sassi di marmo di Carrara e li rovesciavano nella pignatta di acqua bollente con lo stesso ghigno del principale. Eravamo tutti con le spalle al muro, noi, i bulletti della classe e i professori insieme. A un certo punto, da un portellino che stava sul retro della pignatta, sono cominciati a saltar fuori chicchi di riso cotto, come se i sassi gettati sul fuoco dai bidellini si fossero cotti e, invece di gonfiarsi, si fossero ristretti fino a diventare grani di vialone nano.

A un certo punto, insieme con i bidellini, sono comparsi nuovamente anche il preside e il sindaco che erano venuti il giorno prima in pompa magna e ridevano anche loro e battevano sui loro strani strumenti a percussione che portavano legati al collo come i tamburini del palio di Siena.

A un certo punto tremava tutto e pareva che la scuola dovesse crollarci addosso tutto d’un colpo, ma i ragazzi delle altre classi non sentono niente? Perché non vengono ad aiutarci? Perché non chiamiamo i carabinieri a cavallo!?

Quando sembrava di essere giunti al culmine dell’apoteosi, ecco sopraggiungere anche il commissario del provveditorato, in pompa magna anche lui, con la barbetta bianca che via via si colorava sempre più del fumo che usciva dal calderone, aveva una grancassa, il commissario, che si sentiva fin da quando era in piazza che stava parcheggiando la macchina. E tum e tum e tum. Sembrava di essere nell’occhio di un temporale. Finché i muri hanno cominciato a cedere e la cartina nuova, appesa appena ieri. Oddio si ribalta tutto, scappa scappa scappa! Appena ci siamo mossi da dove ci eravamo rifugiati, si è alzato un vento, un vento forte che pareva una tempesta nel deserto, talmente forte che rovesciava tutto: nell’aula la confusione era immane e le grida spaventate dei ragazzi coprivano le sghignazzate torbide dei bidellini. Il bidello poi, è volato via appeso al manico della sua scopa, con il grembiule rigonfio che lo faceva apparire ancora più ingombrante e tenebroso, e poi via tutti i bidellini e il sindaco e i suoi assessori, e il commissario e l’agente della cartina e la maestra… no, la maestra, no, poveretta, stavolta che colpa ne aveva? In un angolo dell’aula, proprio dove un tempo c’era la cattedra, s’è formata una montagna di chicchi di riso, mescolata a tutti i colori che sono caduti dalla cartina che era volata via. Se da quei mattoncini di colore avessimo voluto ricostruire la cartina, non ne saremmo stati capaci.

I brandelli di colore erano talmente mescolati al riso che a guardarlo adesso, pareva un’opera d’arte, con i chicchi bianchi amalgamati a tutti i colori della cartina, e anche a quelli dell’arcobaleno.

“Lamberto, ehi Lamberto! Sveglia, dai!” “Eh!?” “Lamberto, dai su, ti pare il caso di addormentarsi durante la cena?” “Eh!? Ah sì, sì ecco…” “Senti un po’: se proprio non è di tuo gradimento tutto quello che abbiamo messo nel riso è sufficiente che tiri da una parte quel che non ti piace, mica c’è bisogno di fare tutte queste scene…” “No, no… non è questo…” “Aggiungi un po’ di olio, sentirai che sapore prende…” “Prova, dai… magari ci aggiungi anche un po’ di maionese… la vuoi la maionese?” “No, no, aspettate, mangio, mangio, mangio tutto.” “In fondo tutto ha il suo sapore, non credi? e se proprio un gusto non ti è gradito, bè, porta un po’ di pazienza, non tutti siamo fatti allo stesso modo!” “Mi passereste il sale, per favore? Ho l’impressione che il bidello se lo sia dimenticato…” “Eh? Come?”.

Marco Bertoncelli
Nato a Verona nel lontano settembre del ’59, risiede a Sona dal 1992. Sposato con due figli. Amante della lettura, se si escludono Simenon e Guareschi, preferisce la saggistica ai romanzi. Già arbitro federale, negli anni 80 promuove la costituzione del "Circolo dell’Angelo di San Massimo". A Sona è fra i soci fondatori dell’ Ass. Cav. Romani e ha contribuito alla nascita de “La Zattera”. Autore di testi teatrali e racconti, dal 2011 collabora con il Baco con una nota di gastronomia filosofica.