Il Baco nella Mela. The Bronx, il quartiere famigerato dalle mille sfumature

Nell’ultimo articolo ho accennato agli afroamericani a New York, oggi vi parlerò invece di quello che è il quartiere più afroamericano della città.

Partiamo da una curiosità: forse qualcuno di voi lo avrà notato: The Bronx è l’unico quartiere che ha nel nome l’articolo. Ho scoperto di recente che deriva dalle sue origini, piuttosto ‘antiche’, come insediamento di una colonia dei Paesi Bassi fondata nel 1639 da Jonas Bronck. Ecco svelato l’arcano.

Come altre zone di New York, il quartiere ha visto l’arrivo e la partenza di molte etnie, tra le quali si contano anche l’immigrazione degli italiani e quella delle popolazioni dell’Est Europa.

Poiché è davvero un quartiere in cui è pericoloso muoversi, se non si sa bene dove andare, ancora non lo avevo visitato e ho chiesto alla mia coinquilina, che per un periodo ci ha lavorato, di accompagnarmi.

Abbiamo dunque deciso di visitare alcune delle strade più affollate e quella che un tempo era la Little Italy. Ma prima di addentrarci tra le strade cittadine abbiamo visitato il New York Botanical Garden, che è ENORME, così come lo scrivo. Un orto botanico meraviglioso.

Premetto che, pur amando la natura, preferisco muovermi più tra i palazzi che nei giardini, ma questo luogo è davvero un tuffo nel passato: la cura con cui è custodito, con l’erba tagliata alla stessa altezza in ogni prato o aiuola, le piccole aree più selvatiche con ruscelli e arbusti, ma sempre curatissimi, e gli enormi cespugli con centinaia di specie di fiori, non possono che aprire una parentesi nella realtà e catapultarci direttamente nell’Ottocento dei giardini e dei palazzi che ora vediamo solo nei film in costume. Niente a che vedere con i giardini viennesi, francesi, o con le ville italiane. Molto di più.

È un’esperienza unica, che a questo punto consiglio a chi si recherà a New York e vorrà prendere una pausa dal caos del traffico cittadino.

Ma veniamo al Bronx. Ho camminato da una delle uscite a sud-est del parco fino a quella che è stata un tempo la Little Italy, impiegandoci circa una ventina di minuti. Bellissimo anche qui, ma il tuffo in questo caso è in un passato più recente.

Ecco, se volete farvi una chiara idea di cosa sia l’italoamericano che vive a New York e proviene da una famiglia che è qui da qualche generazione, evitate la Lower Manhattan (zona creata per i turisti, come il nostro caro Balcone di Giulietta) e fatevi un giro nel Bronx. Un concentrato della vecchia Italia, quella d’inizio Novecento, in poche strade: panifici, che si chiamano bakery ma unito a nome e cognome italiano del proprietario e con indicato in vetrina ‘pane fresco’; macellerie, pescherie, piccoli negozi alimentari con i formaggi e i salumi che pendono dal soffitto e piccole botteghe che propongono la vendita di sigari.

Vi domanderete che c’entrino i sigari con noi italiani. In effetti nel nostro paese c’è chi fuma il sigaro ma non è una pratica così diffusa da giustificare un negozio dietro ogni angolo. Però, vi chiedo io, avete mai visto un film in cui si parla di mafia italiana a New York senza qualcuno con in mano un grosso sigaro? Ebbene sì, mafia o meno, pare che nel Bronx l’uso sia ancora molto in voga!

Ci sono poi le pasticcerie, italiane più che mai, e un mercato chiuso, quello di Arthur Avenue, con altrettanti negozi analoghi.

Ma la cosa più bella sono gli anziani residenti del quartiere che non parlano americano, né italiano, ma un ‘italoamericano’, una sorta d’inglese con qualche parola qua e là in un dialetto del sud Italia. Persone che probabilmente il nostro paese non l’hanno mai visto, se non attraverso i racconti dei nonni, e non sono mai uscite dal quartiere. Perciò potete starvene seduti al tavolino di una pasticceria, con un cannolo e un caffè, sentire il vociare della gente in inglese ed essere poi improvvisamente colpiti da un gridato “venni accà!” che proviene da chissà dove. Una meraviglia.

Un quartiere molto pittoresco ma altrettanto povero, lo si capisce dalle case, che da lontano sembrano in legno ma in realtà sono dei prefabbricati in resine sintetiche, molto vecchie. I balconi e gli stoep, i famosi quattro o cinque gradini col piccolo porticato davanti all’ingresso, sono rovinati e lasciati a se stessi.

Ci sono le mafie e le gang, motivo per cui suggerisco di andare accompagnati. Ma devo dire che nelle zone tranquille che ho visitato non si avverte alcun pericolo e la gente sembra solo godersi il bello dello star seduti all’aperto a chiacchierare davanti a un gelato.

Lasciata la zona ‘italiana’ e voltato l’angolo, ecco un’altra sfumatura. Completamente diversa: negozi monomarca di basso livello e banchetti di venditori abusivi ovunque.

Ho camminato lungo un ampio marciapiedi e in pochi metri incontrato gruppi di giovani afroamericani che scherzavano tra loro, la signora sudamericana con il bambino piccolo ed il carretto del gelato, gli impostori che proponevano il gioco delle carte, chi vendeva biglietti per improbabili concerti. Insomma, mi sono trovata immersa in un flusso di folla dai mille colori e rumorosissimo, per una passeggiata che non sono riuscita a sostenere per più di dieci minuti perché il topo da biblioteca che vive in me è uscito allo scoperto per richiamarmi all’ordine.

Alla fine sono entrata in un deli, uno di quei piccoli negozi alimentari tipici delle città statunitensi, e ho preso una bottiglia d’acqua. Il signore sudamericano alla cassa mi ha salutato sorridendo con un “Have a good day, have a good evening, have a good summer, have a good life!”.

Che dire, il mio travestimento da ‘non sono una turista’ pare non aver funzionato granché. Ma come vedete, a New York si trova sempre l’occasione di farsi una risata con qualcuno.

Il Baco da Seta nasce nel 2000. Nel 2007 sbarca on line con il sito allnews