Il Baco nella Mela: Parliamo di MariBet (e di come sto scrivendo un libro sulla storia del teatro Off-Off Broadway)

Nuovo articolo, nuovo argomento. Dato che nell’ultimo vi ho parlato del teatro Off-Off Broadway, ho pensato di approfittarne per raccontarvi un po’ del mio progetto, anzi, del mio lavoro, dato che non sempre è compreso. In Italia infatti mi capita spesso di ritrovarmi in dialoghi come questo:

“Di cosa ti occupi?”.
“Faccio ricerca, sono una studiosa di teatro”.
“Ahhhh…. e cioè?”.
“Leggo libri, documenti inediti, raccolgo dati, faccio interviste, scrivo saggi, libri…”.
“E a cosa serve?”.

A questo punto, di solito, lascio perdere.

…ma parliamo del mio progetto. L’idea è nata circa tre anni fa, quando cercando delle notizie per un articolo mi sono resa conto che in Italia non esistono saggi che approfondiscano il teatro Off-Off Broadway, e soprattutto l’attività del più importante dei teatri del movimento, La Mama Experimental Theatre, fondato all’inizio degli anni Sessanta.

Ho cominciato a rovistare negli archivi e nelle biblioteche online, e, guarda un po’, la stessa lacuna era presente anche nella letteratura internazionale: solo un paio di libri dedicati a La Mama, ma che trattavano l’argomento in modo molto superficiale.

A quel tempo stavo pensando di presentare l’ennesima proposta per concorrere alle Marie Curie Actions, che finanziano progetti di ricerca all’interno del programma quadro europeo, in questo caso Horizon2020 (quello appena terminato, ora siamo in Horizon Europe). Avevo già presentato un altro progetto, rivisto e migliorato, per più anni, dedicandoci sei mesi di lavoro ogni anno, ma invano. Mi trovavo, dopo un lungo periodo di precariato e doppio lavoro, a dover prendere una decisione definitiva sulla mia vita professionale, dato la ricerca non mi permetteva di mantenermi.

Il mio compagno mi ha allora spinto a provare per un’ultima volta. Ho cambiato argomento e deciso di dedicare la ricerca al teatro americano degli anni Sessanta. Ho cambiato università, sono passata dal DAMS di Bologna a Verona, dove sapevo che sarei stata ben assistita dall’ufficio ricerca e dalla nuova Supervisor, una collega e amica con la quale ho collaborato negli ultimi anni. Ci ho lavorato a lungo, e a febbraio 2019 è arrivata la bella notizia: un finanziamento europeo di tre anni, con una delle borse più prestigiose nell’ambito della ricerca!

Il progetto prevedeva due anni a New York, presso il Graduate Center della City University, e uno di rientro a Verona. Al momento sto concludendo, dopo mille peripezie dovute all’emergenza sanitaria, il periodo americano.

Come vi dicevo, ho pensato di raccontarvi in cosa consiste il mio lavoro. Fare ricerca è affascinante, stimolante e divertente, anche se le soddisfazioni arrivano sempre dopo mesi di fatica. Ma mi piace pensare che qualche giovane, leggendo questo articolo, penserà di dedicarsi a questa carriera.

MariBet, acronimo del progetto, prevedeva una fase iniziale di ricerca presso l’archivio del La Mama e uno studio per la contestualizzazione sui materiali pubblicati, reperibili invece nelle biblioteche.

La mia idea era passare intere giornate in archivio a spulciare documenti, ma le difficoltà si sono presentate presto perché mi hanno permesso di recarmi a La Mama soltanto due pomeriggi la settimana. Essendo un teatro, pur con un archivio aperto al pubblico, non hanno ben chiaro quale tipo di lavoro affronti un ricercatore accademico. Mi sono dunque dovuta adattare, che fare altrimenti?

Sono andata in ogni occasione concessami, poco alla volta stringendo amicizia con l’anziano direttore e gli altri membri del La Mama, finché, dopo un paio di mesi, sono praticamente entrata a far parte della ‘famiglia’. Era inizio marzo, e la speranza quella di avere la possibilità di poter andare almeno un pomeriggio in più, quando è scoppiata l’emergenza sanitaria e ogni istituzione è stata chiusa da un giorno all’altro. Università compresa, dove avevo un mio studio: frequentavo alcune lezioni e avevo iniziato a occuparmi dell’organizzazione degli eventi culturali.

Mi sono ritrovata così a marzo, a casa da sola, con un po’ di libri acquistati e i materiali acquisiti in tre mesi di lavoro. A quel tempo non si aveva idea di quanto si sarebbe protratta la situazione. Non sapevo che fare, ma dovevo organizzare il mio lavoro perché potesse proseguire e raggiungere i risultati previsti. In programma ho una serie di articoli, convegni a cui partecipare, due libri, il training previsto dal progetto.

Che fare? Ho chiamato il Consolato italiano a New York e chiesto cosa consigliavano. La risposta è stata rientrare immediatamente in Italia con uno dei voli garantiti. Ho chiesto permesso a Bruxelles (per ogni cambiamento devo fare riferimento alla Commissione Europea), e all’Università di Verona, ho parlato con la Supervisor e nel giro di qualche giorno ho avuto il permesso per muovermi. Preso il primo volo e a fine marzo mi sono ritrovata a Verona, con una pila di libri e quanto raccolto in archivio. Ho proseguito le lezioni online (per fortuna a New York si sono organizzati per spostare tutto su web nel giro di una settimana).

La sensazione era stranissima. Mi sentivo a metà, un po’ a Verona e un po’ ancora a NY. Da Bruxelles mi hanno dato il permesso di proseguire in telelavoro e sono così riuscita a continuare gli studi, a scrivere un articolo e a preparare l’intervento per un convegno.

Volevo però rientrare in America e sfruttare quanto possibile la possibilità di vivere un’esperienza negli Stati Uniti, cosa che non mi era permesso posticipare. Ho atteso, aggiornandomi sul bello e cattivo tempo gestito da Trump, che nel frattempo aveva bloccato l’ingresso negli USA anche a chi aveva già un visto.

Poi a settembre è stata data la possibilità di fare una richiesta di rientro per le ricerche di Interesse Nazionale: mi occupo di un loro teatro e della loro storia, quindi perché no? Inviate la richiesta e la lettera di motivazioni del direttore del dipartimento americano, dopo poco più di un mese ho avuto l’approvazione e a inizio novembre sono rientrata nella metropoli, questa volta appoggiandomi a una nuova amica che mi ha offerto di condividere con lei l’appartamento.

Qui a New York era ancora tutto chiuso, la previsione per l’università era di una riapertura a settembre 2021, però ho preferito tornare per la facilità di reperire alcuni materiali. In Italia infatti non mi è possibile trovare libri riguardanti il mio argomento, mentre in US posso acquistarli facilmente, usati, a dei prezzi irrisori. Ho preferito quindi proseguire in modalità telelavoro ma in America.

Data l’inaccessibilità dell’archivio, mi sono organizzata con l’archivista, che nel frattempo aveva ricominciato a recarsi in sede, per avere le scansioni dei documenti e abbiamo proceduto in questo modo finora. Un lavoro non semplice, e non completo, perché devo affidarmi a una sua scelta e non mia. Per questo la ricerca non potrà essere esauriente come invece sarebbe stata se fossi stata io a scartabellare. Ma ci si deve anche accontentare, pazienza.

Ho deciso poi di anticipare un approfondimento dedicato a delle produzioni attuali, che era previsto il terzo anno, e ho contattato gli artisti per raccogliere informazioni attraverso delle interviste. Il fatto di procedere online in questo caso ha agevolato il lavoro poiché è più facile avere la disponibilità per un’ora di chiacchiera che per un incontro in persona.

Ho passato così gennaio e febbraio tra un’intervista e l’altra, anticipando la pubblicazione di un articolo e raccogliendo il materiale per un convegno che si terrà il prossimo luglio.

Nel frattempo sono riuscita a prendere il primo appuntamento all’archivio della New York Public Library, che a maggio ha finalmente riaperto alla consultazione, dove andrò a visionare le fotografie scattate nel corso delle serate di spettacolo negli anni Sessanta e che mi serviranno per la pubblicazione dei libri.

Insomma, con un po’ di creatività sono riuscita a non sospendere il progetto e a proseguire la ricerca, che ha preso una direzione diversa rispetto a quella prevista, ma comunque interessante.

Ora mi aspettano altri quattro mesi a New York, nel corso dei quali farò il punto sugli ultimi documenti da raccogliere e scriverò il primo libro, dedicato alla storia del teatro Off-Off Broadway.

Insomma, la mia sarà un’estate di lavoro, ma con qualche pausa per visitare altre zone della città e chissà, magari qualche sera a teatro.