Il Baco nella Mela. New York–Verona, solo andata

Sono tornata! Ci ho messo un po’ a riprendere i ritmi veronesi: sono passata dal vivere intere giornate lavorando sola in casa, intervallate dalle passeggiate in giro per New York, a lavorare all’università, divisa tra riunioni, incontri e lezioni da preparare e tenere. E i giorni volano senza che abbia concluso dei compiti importanti. Arranco, ma ce la farò.

Nell’ultimo articolo vi avevo anticipato che avrei raccontato del mio lavoro: insomma, di quello che ho combinato in quest’ultimo anno americano.

Come sapete MariBet, il mio progetto, è dedicato a un teatro di New York, chiamato La MaMa. Ho svolto la maggior parte del lavoro presso il suo archivio, dove ho raccolto molti documenti – recensioni, scritti di artisti, lettere – ma ho visionato anche delle registrazioni video dell’epoca e mi sono confrontata con il direttore dell’archivio, Ozzie Rodriguez, la ‘memoria’ del La MaMa che ha vissuto da regista e attore prima, archivista poi, la sua storia dall’inizio degli anni Sessanta.

Ho avuto poi l’occasione di parlare con alcuni artisti, registi e drammaturghi che hanno lavorato per molti anni nel teatro fondato da Ellen Stewart. Sono stati gentilissimi, tutti entusiasti di ripercorrere con me i magnifici anni Sessanta e Settanta.

L’ultimo con cui ho parlato è stato il regista Joel Zwick (ricordate Mork & Mindy o Il mio grosso grasso matrimonio greco?), che ha iniziato la sua carriera proprio a La MaMa e mi ha detto che se non fosse stato per l’intuizione di Ellen Stewart, che gli chiese di curare la regia di alcuni spettacoli, sarebbe probabilmente rimasto un attore di poco talento e non sarebbe di certo arrivato dov’è ora. Mi ha raccontato un sacco di aneddoti… quante risate con lui!

Sono stata anche in altri archivi, alla riapertura la scorsa primavera, e ho reperito alcuni documenti grazie alla collaborazione di alcuni archivisti che lavorano presso fondi statunitensi ed europei.

Insomma, ho raccolto una montagna di materiale che ora dovrò consultare con attenzione per iniziare a scrivere il mio libro che dovrei pubblicare entro questo ultimo anno di progetto. Ma sto insegnando, critica del teatro agli studenti del primo anno di Scienze della comunicazione a Verona, cosa non semplice, tant’è che passo le settimane a preparare le lezioni e al momento riesco a fare poco altro.

Come dicevo, spero di recuperare i miei ritmi presto e riuscire a stare al passo del programma del progetto. Che è per me come un viaggio entusiasmante.

Infatti, nonostante ora io viva nella mia città natale, lavorare a MariBet è un po’ come viaggiare: nel tempo, dato il periodo storico che interessa la mia ricerca, e nell’affrontare le tappe del lavoro. È una specie di avventura.

Per questo ho deciso di continuare a scattare fotografie ogni volta che noto un particolare nel corso della mia vita quotidiana. Fermare dei momenti specifici negli spostamenti da casa all’università o in giro per Verona è diventato come riempire le pagine di un diario.

Questa riflessione mi porta al risvolto inaspettato di una delle abitudini che mi hanno accompagnata nel periodo americano, lo scattare fotografie in ogni momento e ovunque, ogni qualvolta un’immagine catturava la mia attenzione. È così che ho associato il peregrinare per i quartieri di New York e Brooklyn all’immortalare pezzetti di vita di questi luoghi.

Amo la fotografia, ho qualche nozione tecnica e avevo con me la reflex. Ma mi sono riscoperta pigra e il mio fisico non permette aimè lunghe camminate con il peso della macchina fotografica e delle ottiche. Così ho optato per un blando ed economico smartphone.

Insomma, credo di aver superato gli 8000 scatti. Alcuni di voi li avranno visti sul mio profilo Facebook; molte persone mi hanno chiesto che ne farò di quelle fotografie o se farò una mostra. Altri mi hanno detto che ricordano i dipinti di Eduard Hopper.

Questo mi ha fatto pensare.

Edward Hopper è stato uno dei maggiori pittori realisti sin dagli anni Trenta ed ho sempre adorato i suoi dipinti e l’uso che faceva della luce. Sono i ritratti dell’architettura e della società americana nelle ore in cui il sole, con i suoi raggi che entrano dalle finestre, proietta le lunghe ombre degli oggetti sul pavimento e sulle pareti.

In alcune delle mie fotografie c’è in effetti una luce simile. Ma c’è qualcos’altro che credo rimandi ad Hopper, ed è il senso d’isolamento.

Il pittore ha infatti ritratto la solitudine e il silenzio. Nei suoi dipinti si vedono poche persone, nel loro quotidiano, spesso sole, osservare l’orizzonte fori da una finestra, o ferme davanti a un negozio in una strada deserta.

La sua America si riflette in quella che ho personalmente vissuto in questo 2021, soprattutto nei mesi invernali, e le fotografie la rispecchiano. Sono immagini d’incroci deserti, palazzi silenziosi, persone sole che camminano per strada.

Non me ne sono resa conto finché, qualche giorno fa, ho dedicato un po’ di tempo a rimetterle in ordine. Mi ha fatto uno strano effetto, perché tutto sommato ho vissuto quei giorni di solitudine come una cosa naturale.

Però credo sia un ritratto inusuale di New York, di solito gremita di gente e sprizzante d’energia, e per questo ho deciso di pubblicare il mio reportage, sempre che qualche editore accetti di farlo. Incrociamo le dita.