Il Baco nella Mela. Alcuni volti di New York

Sopra, Monica Cristini. Le altre foto sono scatti newyorkesi di Monica.

Il bello di una città grande come New York è il suo intreccio di zone urbanistiche molto diverse tra loro. Per questo credo sia una città che in genere piace a tutti, perché un quartiere in cui sentirsi a proprio agio lo si trova di sicuro.

Personalmente apprezzo molti dei suoi volti. Mi piace il centro caotico di Manhattan, con i vetri dei grattacieli che brillano al sole e le sorprese che può riservare quando svoltato l’angolo ti propone un palazzo antico o un isolato di edifici storici, eleganti, abbelliti da aiuole multicolore e piccoli parchi lussureggianti.

Molto bella è anche l’Upper West Side, zona molto benestante, con i portieri dei palazzi che ti accompagnano in ascensore e le vie tranquille e ordinate. Anche qui, a caratterizzare il quartiere, è un insieme scombinato di edifici moderni e palazzi storici.

Ma mi sono innamorata di Wall Street, un’area che nella mia immaginazione si prospettava essere un freddo e anonimo centro della finanza. Immaginate lo stupore nello scoprire invece strette viuzze, palazzine storiche, alcune del Seicento, con i cornicioni decorati negli stili che si sono susseguiti nei secoli passati: una zona da visitare col naso per aria, perché le parti più belle di questi edifici sono in alto, nella parte terminale degli ultimi piani.

A un secondo tuffo nel passato, quello più recente d’inizio Novecento, porta invece la zona portuale, con i vecchi magazzini adibiti oggi ad abitazioni e negozi, la pavimentazione delle strade in ciottoli e i piers, i moli da cui partono i piccoli traghetti per Brooklyn e le altre zone oltre l’East River.

Infine, adoro l’East Village, con le sue palazzine di due o tre piani, i vasi di fiori sui gradini, le centinaia di piccoli caffè, ristoranti e negozi. Mi piace, anche con i suoi homeless un po’ pazzi che ti si presentano davanti all’improvviso urlando frasi insensate. È la zona che si incontra scendendo da Union Square verso la Lower Manhattan, dalla Quattordicesima (14th Street) in giù, in cui, in un periodo di vita ‘normale’, si incontrano studenti, giovani attori e ballerini che escono dalle numerose accademie e scuole di teatro e danza che si trovano nel quartiere.

È anche la vecchia zona degli immigrati italiani e dell’est Europa, c’è ancora un isolato ucraino e molti degli operai o corrieri che si incontrano lungo i marciapiedi parlano tra loro nelle lingue dell’est. È infine il quartiere dei teatri, della sperimentazione Off-Off Broadway, ma anche dei poeti della Beat Generation, che negli anni Sessanta si esibivano nei caffè, e della musica: erano qui le cantine e i locali che hanno visto fiorire prima il jazz, poi il rock e il punk.

Qualche giorno fa, parlando con il mio compagno, riflettevo su quanto potrà mancarmi vivere a New York. Ancora non ho una risposta, ma credo che si possa sentire nostalgia di un luogo solo se lo si vive, ed io non posso dire di aver vissuto questa città. O meglio, l’ho fatto per tre mesi lo scorso anno quando, dopo un primo periodo trascorso ad ambientarmi, sono uscita con i colleghi del Graduate Center e sono stata in una galleria o in un teatro per poi concludere la serata a cena in diverse parti della Lower Manhattan.

Nel giro di un paio di settimane ho assistito a una performance di teatro giapponese contemporaneo, a una serata di musica ambient sperimentale (in una galleria grande come il salotto di casa), a due spettacoli di danza alla Judson Church (storica sede dell’Off-Off Broadway) e a un concerto di Laurie Anderson in una seconda microscopica galleria.

Questo mi mancherà? Forse non l’ho vissuto abbastanza a lungo. Credo sentirò più la mancanza della New York che avrei potuto vivere, e il dispiacere di aver perso un’occasione unica nella vita: quando mai ricapiterà di soggiornarci per due anni?

Mi mancherà il Village, questo sì. È il quartiere in cui sono stata di più, soprattutto lo scorso anno quando mi recavo a La MaMa almeno tre volte a settimana per andare in archivio e per assistere agli spettacoli. Un quartiere di gente strampalata in cui si respira ancora un po’ del fermento artistico degli anni passati. È qui la mia New York.

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Veronese, residente a Lugagnano dal 1975 fino a qualche anno fa, sono dottore di ricerca in Studi Teatrali e Cinematografici, ora in trasferta a New York City come Marie Curie Fellow per un progetto europeo dedicato al teatro di ricerca americano. Mi ritengo un vero ‘topo da biblioteca’, ma amo anche viaggiare e conoscere la cultura dei luoghi che visito mescolandomi tra la gente. Le mie passioni? Tutte le arti, la cucina e (si può dire?) i gatti.