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Dopo aver “viaggiato” sul mare di Sanremo a bordo del “Baco da Festival”, siamo tornati “a terra” in modo da riprendere la nostra postazione di osservazione de “La musica che gira intorno”.

E allora, giusto per rinverdire il sorprendente rimpianto di tanti ragazzi, che costretti alla didattica a distanza, sognano di tornare tra le pareti rovinate della loro vecchia scuola, ci immaginiamo davanti a una grande lavagna con una riga centrale per trarre un bilancio non tanto dello spettacolo ma del mero aspetto musicale, mettendo da una parte cosa è andato e dall’altro quel che necessita di essere migliorato nell’edizione 2021 del Festival di Sanremo.

Sicuramente un grande plauso allo staff di Amadeus va soprattutto per la scelta delle canzoni: tante, diverse in forma e genere, con molti giovani ma anche uno stuolo di artisti affermati. Siamo convinti che effettivamente la scelta sia stata, in genere, indovinata, a prescindere dagli interpreti. Ho scritto in genere, poi vi dirò cosa intendo.

Al di là di come è andata la classifica finale, Maneskin, Fedez-Michelin ed Ermal Meta avevano già un folto gruppo di sostenitori: se ai ragazzi vincitori di Sanremo la vittoria del Festival ha cambiato la carriera, non altrettanto vale per il mancato successo degli altri, che sono peraltro negli anni del consolidamento del successo.

Aver invece scelto Colapesce e Di Martino, Madame, così come Fasma, Coma_Cose, Willie Peyote, significa vedere lungo e bene, considerato che sono tutti artisti che con i loro brani sanremesi hanno un importante rotazione radiofonica, soprattutto per una caratteristica piuttosto dimenticata in precedenza in questi anni: sono tutti motivi cantabili.

E in questi tempi grami, che ci costringono a evitare drasticamente le feste e limitare le occasioni di spostamento, di cantare ne abbiamo tanto bisogno. Se Fiorello ha invitato ad alzare e abbassare i braccioli le poltrone del Teatro Ariston, noi abbiamo i nostri davanzali a testimoniare quanta voglia abbiamo di uscire ed urlare… “siamo fuori di testaaaaa, ma diversi da loooro…”.

Ma la domanda che tutti mi fanno in questi giorni è fatalmente la seguente. Ma secondo te, chi sarà il vero vincitore del Festival alla distanza? Non ho dubbi ragazzi, nel festival dei giovani è proprio lei, la più giovane la grande star che Sanremo ha consacrato. Parliamo di Madame, 19 anni, un modo personalissimo di cantare e stare sul palco. Un vero grande talento. E’ lei la regina, vedrete che il tempo mi darà ragione.

Sono convinto che anche le radio, finito l’innamoramento istintivo della musica leggerissima di Colapesce e di Martino (l’avesse cantata Tommaso Paradiso che ha una vocalità non distante avrebbe preso più insulti che elogi) sarà soprattutto il brano “Voce” a resistere nel tempo. E attenzione anche a “Mai dire Mai” di Willie Peyote. Ha un ritornello che si stampa nella testa e non ti lascia più.

Senza dubbio bravissimi anche i quattro giovani arrivati in finale: talentuosi e con una precisa identità artistica.

Le note dolenti, invece, passando dall’altra parte della lavagna, riguardano la caratura degli interpreti. Nulla di personale, ma risulta evidente che Random e Bugo sono due cantanti che davvero sono imbarazzanti da sentire dal vivo. Random ha una (breve) storia nel rap, ma non è affatto scontato che chi è adatto al rap possa facilmente adattarsi a canzoni melodiche. Bugo, a parte la nota vicenda dello scorso anno, è in carriera da più di vent’anni, ha inciso ben nove album, ma se non è mai diventato un artista di primo piano qualche ragione ci sarà. Intendiamoci, ho sentito diversi pezzi di Bugo: nella sua vena di folle ironia c’è anche buona musica, ma deve fare l’autore, non cantare.

Se per Random il problema principale è una pessima dizione impastata e uno scarso senso del tempo, Bugo ha decisamente un non timbro e una pessima intonazione. Nota bene: dicesi intonazione quella dote che la signora Berti Orietta di anni 77 ha dimostrato di poter egregiamente esibire. Che poi è anche diventata una icona per i giovani, sia per quell’animo gentile intriso di simpatia, sia per essere stata inseguita dalla polizia durante il Festival per aver violato il coprifuoco.

L’immagine del Sanremo bello è quel dietro le quinte mostrato dalla Rai in cui Arisa si china per allacciare il sandalo di Orietta. In quel gesto c’è tutto il rispetto verso chi ha dato e ora può ricevere, ma anche di chi è ancora così in gamba da avere il carisma di ricevere un gesto di umiltà dalla sua erede naturale, proprio in fatto di intonazione.

Allora la domanda sorge spontanea. Tornando a Bugo e Random… Perché sono stati scelti due artisti con limiti così evidenti? Eh ragazzi, nulla è lasciato al caso. Random ha fatto solo qualche singolo. Ma un suo pezzo, “Chiasso”, ha contato la bellezza di 40 milioni di download da Spotify. Ripeto il numero: qua-ran-ta milioni. Sapete cosa significa per Rai Pubblicità, la divisione di vendita degli spot della azienda di Stato, che sta alimentando il mercato di vendita dei contenuti social e non, poter dire ai propri inserzionisti, che il pubblico di acquirenti giovani aumenterà (come infatti è successo) a dismisura?

Il caso di Bugo è invece più semplice. La grande curiosità popolare di rivederlo era un’opportunità da prendere al volo, se poi aggiungiamo che l’etichetta di Bugo è la Mescal, la stessa di Ermal Meta, si capisce quanto le sinergie possano essere motivo di scelta del cast.

Fatta la consueta digressione argomentale, ritengo che un altro punto di forza della seconda edizione dell’Amafestival sia stata la scelta degli ospiti. Accusato il no di Jovanotti, Celentano e Benigni (questi ultimi due per timore pandemico), non era facile avere ospiti di spessore: Laura Pausini, i Negramaro, Loredana Bertè, Diodato. Umberto Tozzi, Il Volo, Ornella Vanoni hanno garantito performance convincenti, essendo stati tutti peraltro grandi protagonisti dei passati Festival.

Buona anche l’idea del gruppo “vecchie glorie del Festival” con i vari Leali, Cinquetti, Marcella, Zarrillo, Fogli, Vallesi. Trattasi di artisti che vantano una grande professionalità e una altrettanto intatta padronanza tecnica.

Purtroppo, nella parte delle negatività dobbiamo registrare una grave mancanza: il mancato ricordo di Stefano D’Orazio, il notissimo batterista dei Pooh scomparso il 6 novembre scorso, è stato un errore imperdonabile. Un’ombra davvero enorme sull’operato di Amadeus che, nella sua ammissione di “dimenticanza pur essendo previsto in scaletta” in conferenza stampa, ha involontariamente confermato che, talvolta, la famosa legge che “lo spettacolo deve continuare”, può diventare motivo di profonda ingiustizia.

Caro Stefano, beffardamente, con i tuoi compagni Pooh cantavi “Chi fermerà la Musica?”. La risposta di Amadeus è stata “Io no”. Una risposta che, francamente, non avremmo mai voluto sentire. Un errore che una potente macchina organizzativa come quella di Sanremo non doveva commettere.

A volte passare da vincitori a vinti è davvero un attimo. Quell’attimo che ferma una musica quando invece dovrebbe continuare.

Rileggete tutta la settimana del Festival di Sanremo 2021 sul nostro speciale “Il Baco da Festival”.