Ideologia e pigrizia: Brutte bestie

Che bello cominciare la giornata con il piede “giusto”: latte, cereali ed un bel dibattito televisivo, talvolta gestito male e pure su tematiche date talmente per scontate e universalmente accettate da non meritare nemmeno dibattito. Normalmente cambierei istantaneamente canale alla ricerca di belle case, di belle auto, di bei luoghi… di bellezza, sana bellezza.

Il dibattito del giorno ha tuttavia colto la mia attenzione, perché pare che l’università di Trento abbia deciso all’unanimità di bandire il maschile sovraesteso (come forma predefinita) dal proprio regolamento in favore del femminile sovraesteso, senza distinzione di genere e per tutti. Questo era, perlomeno, il tema di questo dibattito televisivo, risoltosi poi nella solita polveriera di opinioni, nulla di fatto, tempo sprecato.

Per documentarmi meglio mi sono perciò rivolto a tutte le maggiori testate giornalistiche italiane, alla gente che sa manovrare la penna sul foglio (pardon, le dita sulla tastiera). Ed è successo veramente: nel nuovo regolamento dell’università trentina si leggono termini come “la presidente, le professoresse, la decana, la candidata…” in maniera indistinta dal genere a cui ci si riferisce, specificato o non.

Il rettore dell’università ha giustificato la decisione come un modo per “facilitare il confronto interno rendendo più fluido il documento, che sarebbe risultato appesantito se, in vari passaggi, si fosse dovuto specificare i termini sia al maschile che al femminile”. Complimenti! Anche voi vi renderete conto che se una coperta viene tirata troppo da un lato, scoprirà inevitabilmente l’altro.

Facciamo chiarezza: ad oggi, per fortuna, si sente davvero la necessità di conferire alle donne una maggiore riconoscenza in ambito lavorativo che da sempre è stata loro negata ed io sono il primo ad aborrire ogni discriminazione nei loro confronti. Sono altresì favorevole ad iniziative che ne valorizzino il loro fondamentale apporto e, francamente, mi ha sempre infastidito l’utilizzo del maschile sovraesteso dal momento che di sessi – almeno a livello biologico, altrimenti si parlerebbe di generi – ce ne sono due e non uno solo. Ritengo però che in questi casi si rischi di trasformare l’intenzione inclusiva in un’altalena del fondamentalismo ideologico, includendo l’uno ed escludendo l’altro, su e giù…

Mi cade la testa se ripenso alla frase “il documento risulterebbe appesantito se si specificassero i maschili e femminili”. Mi risulta che la grammatica italiana – tanto bistrattata – già presenti vocaboli a cui basta cambiare l’articolo e, talvolta, la desinenza per adattarli al genere grammaticale. In altri casi, il vocabolo presenta sia una forma flessa maschile che una forma flessa femminile. Probabilmente mi sbaglierò, ma di per sé aiuterebbe l’inclusione abituarsi a menzionare sia il maschile che il femminile nei discorsi generali. È che siamo così pigri…

Necessitiamo davvero di cambiare la nostra grammatica per renderla “più inclusiva”? Perfetto! Potremmo ricorrere alla lingua-fondamenta principale dell’italiano: il latino, che presentava, in aggiunta al maschile e femminile, il genere neutro. Si prende un vocabolo, si aggiungono le desinenze -um, -us o -is (decisamente più pronunciabili di un @ o un *) e “vissero tutti felici e contenti”.

Nicola Franchini
Nato nel 2004 e Palazzolese doc, si è diplomato al liceo linguistico Medi di Villafranca nel luglio 2023. Frequenta attualmente il corso di Scienze della Comunicazione all'Università di Verona ed ha iniziato a collaborare con il Baco da Seta nel novembre 2023 come corrispondente per Palazzolo. Cresciuto secondo il culto dell'automobile, negli anni ha collezionato centinaia di modellini e riviste del settore dell'automotive e visto tutti gli episodi del celebre programma britannico "Top Gear". Ascoltatore sin da neonato dell'emittente radiofonica che trasmette "musica di gran classe", nel tempo libero si diletta ad ascoltare (per ore) la musica, suonare (per altrettante ore) la chitarra e nuotare (fin dai tempi dell'asilo).