I volontari che operano nel Comune di Sona, il valore del servizio ed il primo giorno di scuola di Paolo Gallo

Negli scorsi giorni, partecipando ad uno dei tanti momenti di incontro che le associazioni di volontariato organizzano in prossimità delle festività natalizie, ho avuto modo di confrontarmi con due operatori di un gruppo di Lugagnano. Una ragazza ed un anziano, entrambi molto attivi nel tessuto sociale locale. La discussione si è velocemente orientata sul significato ed il valore dell’azione di volontariato che ogni giorno viene portata avanti con costanza e tenacia anche sul nostro territorio da tante associazioni e da moltissimi volontari.

Negativa la ragazza che, scuotendo la testa, riassumeva la sua posizione sostenendo che operare nel sociale è appassionante ma quasi sempre frustrante, perché l’impegno è tanto ma i risultati, quando si vedono, sono spesso troppa poca cosa rispetto alle aspettative. “Si vorrebbe vedere mutare la realtà attorno a noi, la si vorrebbe vedere migliorare. Ed invece, se va bene, si riesce solo ad arginare la piena, a mantenere la posizione. Ma di veri miglioramenti, di quelli che durano, ce ne sono pochi”.

Posizione invece più positiva quella dell’anziano, che forte dei suoi tanti anni di servizio sosteneva invece che nel lungo periodo gli effetti positivi si vedono, che per incidere realmente nel sociale servono tempo e pazienza ma che, a piccolissimi passi, i miglioramenti si sommano. “Il contesto dove si opera migliora, nonostante la frustrazione dell’agire quotidiano che sembra dare pochi frutti”.

Due posizioni differenti ma che possono convivere, e che sicuramente sono materia di riflessione per tutti coloro sanno con generosità regalare tempo prezioso agli altri, in ogni ambito, dallo sport alle parrocchie, dalla politica locale all’animazione del tempo libero, dal sostegno alle fasce più fragili alla promozione culturale, dalla tutela del territorio all’assistenza in ogni sua forma.

Per qualsiasi volontario, infatti, arriva inevitabilmente prima o poi il momento nel quale chiedersi: “Ma ha qualche valore reale quello che sto facendo? Serve a qualcosa e a qualcuno il mio impegno?”.

La convinzione di chi scrive è, da sempre, che la passione che si mette in quello che si fa, la serietà nel migliorare il servizio, qualsiasi esso sia, che si dona alla comunità e la sforzo di andare incontro agli altri paga sempre. Forse non ci sarà dato modo di vederli noi i risultati, forse non ci sarà dato di vederli qui, oggi, come vorremmo. Ma il contribuire ad alimentare quell’immensa forza che è il volontariato in Italia costituisce, già di per sé, il miglior modo per provare a riorientare una società specchio dei tristi tempi che stiamo vivendo. E che mai come oggi ha bisogno dell’impegno personale e particolare di ciascuno di noi.

Uscendo da quel confronto mi è tornato in mente una cosa che letto recentemente, scritta qualche anno fa da Paolo Gallo, responsabile delle Risorse Umane del World Economic Forum, membro della Banca Europea della Ricostruzione e Sviluppo e che, con ruoli differenti, ha lavorato in settanta Nazioni diverse e collaborato con ogni genere di organizzazioni.

“Mio padre aveva fatto una promessa impegnativa a me e a mia sorella gemella – scrive Gallo nel suo libro ‘La bussola del successo’ -: sarebbe stato presente per il nostro primo giorno di scuola. Lavorava in Brasile e ritornava in Italia solo due volte all’anno, in agosto e a Natale. Giunto finalmente il fatidico giorno quando ci svegliammo nostro padre non era a casa. Provammo una grande delusione, stemperata però dall’eccitazione di cominciare la scuola. Il primo giorno passò velocemente; quando squillò la campanella d’uscita, mio padre ci stava aspettando ai cancelli. Vederlo fu per me una gioia incontenibile e, insieme a mia sorella, gli saltai in braccio. Durante il tragitto per tornare a casa, lo inondammo con le nostre storie: cosa avevamo fatto, i nomi dei nuovi compagni di scuola, la maestra, la lavagna con tutti i gessetti colorati, la mappa dell’Italia sulla parete. A casa, durante il pranzo continuammo a raccontare. Alla fine del pasto mio padre volle parlare prima con mia sorella e poi con me; quindi lo seguii in salotto, dove mi invitò a sedermi di fronte a lui. Restò in silenzio alcuni secondi, poi mi guardò negli occhi e mi disse: ‘Paolo, da domani non dire che cosa hai fatto, ma chiediti se ami quello che fai, che cosa hai imparato e se sei riuscito ad aiutare gli altri: il resto non conta.’ Mi mise una mano sulla spalla, mi guardò ancora negli occhi, come se fossi un adulto, e si alzò. Poche ore dopo, riprese l’aereo per tornare in Brasile: aveva mantenuto la sua promessa. Tra i milioni di parole che ho ascoltato e letto nel tempo, quella frase di mio padre è quella che ha maggiormente influenzato la mia vita. Cosa ho appreso da quella frase? Ho imparato a non pensare alle risposte corrette se non ho formulato le giuste domande: amo quello che faccio? Sto imparando qualcosa? Sto aiutando qualcuno? Il resto non conta”.

Amo, imparo, aiuto. Il resto non conta. Ricordiamocelo.

Mario Salvetti

About Mario Salvetti

Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è uno dei quattro fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti.

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