I social hanno ucciso la figura del cantante divo irraggiungibile?

Oramai è fatta. Anche i più reticenti alle novità, alla tecnologia, e quindi rivolti alla condivisibile predilezione verso le manifestazioni di espressione umana, si devono arrendere. I social fanno parte integrante, anzi preponderante, delle nostre vite. Fin qui nulla di nuovo, starà pensando più di qualcuno intento a leggere.

E’ un fatto noto da tempo. Quello che fa riflettere è in realtà osservare e soffermarsi sui tanti piccoli e continui cambiamenti che la “socialità da device” comporta. E allora questo spazio dedicato alla musica si pone e vi pone una domanda: I social hanno ucciso la figura del cantante divo irraggiungibile?

Dunque, le considerazioni che si possono fare sono molte. Primo: ovviamente il mondo si è allargato e quindi numericamente gli artisti popolari sono molti di più di un tempo. Questo è di per sé già un fattore di ridimensionamento, nella sua accezione più positiva, del “divismo” anni ‘60 e ‘70, periodo nel quale diventare famosi per le canzoni significava ergersi al concetto di “very important person”, che comportava di conseguenza una sorta di servilismo collettivo verso “l’icona del famoso”.

Certo oggi non siamo all’epoca dei Beatles opposti agli Stones, ma neppure dei Duran Duran vs Spandau Ballet. Anche perché quella sorta di antagonismo forzatamente creato nel passato, viene oggi superato dalla consuetudine artistica della collaborazione artistica tra i cantanti, che ovviamente diventa una sorta di “forca caudina” dell’antagonismo. Inutile dirlo, più umano così.

Poi, per carità, tra i fans di Ligabue e Vasco non è mai corso buon sangue, ma si tratta uno di quei casi isolati, peraltro non alimentato ad hoc dalle macchine promozionali degli artisti, ma da dichiarazioni dirette mediatiche lanciate dagli artisti stessi, anche se Ligabue nel suo ultimo libro ha lanciato un chiaro segnale di distensione, che però sono certo “Il Kom” (noto appellativo di Vasco) non raccoglierà.

Dicevamo dei social e dell’effetto di ridimensionamento del divismo. Beh, al di là delle strategie di marketing oggi molto più dirette in questa direzione, la “socialità virtuale” mette decisamente più a nudo l’artista, più vulnerabile per sua stessa scelta. E quindi più fragile, e più facilmente esponibile alla fragilità del gigante di vetro.

Il pericolo, lo conosciamo tutti, è che l’essenza della linea di contatto essenziale, leggi musica, possa passare in secondo piano. Spesso conta di più il personaggio che le canzoni che scrive o interpreta: l’effetto Fedez o la scalata mondiale dei Maneskin (nella devastante velocità non nella mancanza di valore artistico sia chiaro) ne sono lampanti dimostrazioni.

Del resto, la fabbrica finanziaria della musica ha perduto i guadagni delle vendite reali, quelle che creano margine operativo tangibile e non espressione numerica di cliccate spesso solo promozionali. E, di conseguenza, un nuovo singolo è oramai solo un canale di start up di una più ampia progettualità e non più il fulcro centrale dell’attività, avendone perso profitti e centralità.

Gianni Morandi è uno che questi meccanismi li ha applicati e capiti benissimo. Dal “divo” vestito nei musicarelli da soldatino innamorato idolatrato dall’Italia del boom economico, ha trasformato un pubblico destinato ad estinguersi in una marea di followers, peraltro creando un’inevitabile trasformazione generazionale che è stata determinante per la sua interminabile carriera.

Lo abbiamo visto la scorsa settimana prima a Milano in piazza Duomo in un meraviglioso e jovanottiano entusiasmo collettivo. Lo vedremo il 2 giugno in tivù cantare l’Inno D’Italia dalla sommità della nostra meravigliosa Arena.

Essere divi non significa più essere distanti, lontani, irraggiungibili. Essere divi oggi è condividere e condividersi. E’ il nuovo mondo… troppo virtuale per essere vero? O troppo vero per essere catalogato superficialmente con la parola “virtuale”? Ognuno di noi può dare la propria risposta.

Massimo Bolzonella
Massimo Bolzonella nasce a Verona il 13 maggio 1965 intorno alle ore 22. Giornalista pubblicista dal 1991, ha prestato la sua voce alla radiofonia veronese per quasi 40 anni. Scrive e vive di musica Italiana, ha curato la comunicazione web di Umberto Tozzi per 12 anni. Sposato, ha due figli, due gatti e un cane. La frase della sua vita è "Sai dove vado adesso? A farmi il mondo", pronunciata da John Travolta nel film "Stayin'alive" dopo il trionfo da primo ballerino a Broadway.