I proverbi veneti e la religione: “Dai copi in su nessun sa gnente”

Veneto regione bianca e sagrestia d’Italia, capitelli ad ogni crosara, Sant’Antonio abate nelle stalle, preghiere magiche come i Sequeri: i veneti sono sempre stati considerati un popolo molto cattolico, permeato di fede semplice e collettiva, raccolto attorno alla figura dell’arciprete. Alcuni proverbi, però, ci rivelano una concezione religiosa più complessa, venata di inquietudine o perplessità.

Il proverbio “Dai copi in su nessun sa gnente” sembra l’espressione di quello che – in termini filosofici – viene definito “agnosticismo teoretico”. La parola agnosticismo deriva dal greco e significa non-conosco (a-gnosis = non conoscenza) ovvero: non posso dimostrare né l’esistenza di Dio né la sua non-esistenza. È una concezione filosofica antichissima. Protagora, un filosofo greco vissuto nel V secolo a.C., ha scritto: “Intorno agli dèi non ho alcuna possibilità di sapere né che sono né che non sono. Molti sono gli ostacoli che impediscono di sapere, sia l’oscurità dell’argomento sia la brevità della vita umana”. Hanno sostenuto l’agnosticismo teoretico anche pensatori a noi più vicini come Immanuel Kant, Karl Popper, Ludwig Wittgenstein, Gianni Vattimo

In questo proverbio, dobbiamo prendere in considerazione soprattutto la funzione fondamentale che viene svolta da quella sottile linea di confine che sono “i copi”. Il tetto di una casa è esattamente l’ultima cosa su cui i nostri progenitori potevano posare i piedi nel loro slancio verso l’alto. Oltre non è possibile andare, nessuno ha più esperienza e quindi nessuno sa niente. L’orizzonte del nostro linguaggio è dato dalla nostra esperienza sensibile.

Proprio questa linea di confine ci permette di distinguere tra ciò che possiamo pensare e ciò che possiamo conoscere: noi possiamo pensare a Dio, ad una realtà perfetta e spiritale, eterna e immutabile ma ciò non vuol dire che la conosciamo. Ciò che può essere pensato non necessariamente può essere compreso perché appunto com-prendere vuol dire prendere-dentro e cioè limitare, rendere finito.

Kant, nella sua Critica della ragion pura, afferma: “Pensare un oggetto e conoscere un oggetto non è la stessa cosa”. Il confine sta nell’esperienza sensibile e possiamo affermare di conoscere qualcosa solo se rientra nella sfera dei nostri sensi.

È esattamente la stessa tesi sostenuta da Popper con il suo criterio di demarcazione, ovvero di distinzione tra le affermazioni scientifiche e quelle che non lo sono. Tutte le concezioni metafisiche o teologiche non sono scientifiche perché non sono falsificabili (cioè non è possibile dimostrare che sono false).

Se le verità religiose non sono scientifiche, questo non vuol dire che non siano importanti, anzi; tutto ciò che dà senso e significato alla nostra vita è non-scientifico: la morale, la poesia, l’arte, la religione.

Wittgenstein chiude il suo Tractatus logico-philosophicus con la frase: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” ma, anche per lui, ciò su cui si deve tacere è ciò che conta di più nella nostra vita. Nei Quaderni 1914-1916, in data 8 luglio 1916 ha infatti scritto: “Credere in un Dio vuol dire comprendere la questione del senso della vita. Credere in un Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non sono poi tutto. Credere in Dio vuol dire credere che la vita ha un senso”.

Dio quindi si può pensare ma non si può conoscere e non se ne può parlare perché le parole esprimono concetti, per loro natura finiti. Dio per definizione è l’Infinito e non può rientrare dentro i limiti del nostro linguaggio. Conoscere vuol dire tradurre in concetti e in definizioni ma ciò che viene de-finito non può più essere l’Infinito, l’Eterno, ciò che sta al di là.

Per gli ebrei c’è il divieto assoluto di rappresentare Dio, nemmeno il Santo Nome può esser pronunciato e nessun uomo può veder il volto di Dio senza morire. Anche Mosè, il confidente e l’amico di Yahweh, può solo vederLo di spalle, dopo che è passato. Ha scritto Luigi Pareyson: “Il Dio autentico dell’esperienza religiosa non è raggiunto dai concetti strettamente filosofici di Dio”.

Tutto questo ha un’importante conseguenza: se non possiamo comprendere allora non possiamo nemmeno pretendere che la nostra concezione filosofica o religiosa sia “La Verità”. Proprio per questo motivo le fedi scelte e abbracciate possono venir proposte ma non imposte.

Blaise Pascal ha scritto: “L’ultimo passo della ragione sta nel riconoscere che vi è una infinità di cose che la sorpassano: essa non è che ben debole cosa, se non arriva a riconoscere questo”. La premessa per una vera fede sta nel riconoscere innanzitutto la propria impotenza intellettiva. L’esperienza del limite è però anche il limite dell’esperienza: niente ci autorizza a dire che oltre non c’è niente.

Ci sono cose che vanno al di là delle nostre possibilità ma nello stesso tempo bisogna riconoscere in noi un desiderio infinito che non trova pace e soddisfazione dentro il limite dell’esperienza. Questo stesso anelito (è l’inquietum cor di cui parla Agostino di Ippona, è il tormento dell’Innominato nei Promessi Sposi) testimonia che esiste qualcosa d’altro, che posso incontrare o meglio che mi si può fare incontro. A Dio si può arrivare per altra via: la via della fede e della morale.

La fede riva dove no se vede” cioè sa cogliere l’invisibile e ciò che sta oltre i sensi.

Ne I racconti dei Chassidim, Martin Buber narra del Rabbi Mendel di Kozk. Costui “stupì alcuni uomini dotti che erano suoi ospiti con questa domanda: ‘Dove abita Dio?’. Quelli risero di lui: ‘Che dite? Se tutto il mondo è pieno della sua gloria?’. Ma egli rispose da sé alla propria domanda: ‘Dio abita dove lo si fa entrare’”.

Leggi tutti i proverbi di cui abbiamo già parlato.

Marino Rama
Ha insegnato Filosofia e Storia presso il Liceo Enrico Medi di Villafranca di Verona fino al 2019. Collabora con l’Università Popolare di Sona, per la quale ha tenuto una serie di conferenze a carattere storico.