I proverbi veneti e la religione: “Ci ghà religion no va in preson”

Nei proverbi, la verifica di una fede sincera non viene individuata nell’adesione ai dogmi teologici, nella liturgia o nell’intimismo della vita interiore. La vera fede si esprime nelle opere, cioè nell’esercizio delle virtù cristiane tradizionali (molto spesso simili all’etica stoica di Seneca o di Spinoza): l’onestà, la fedeltà, la moderazione, la giustizia, la laboriosità, la grandezza d’animo e la generosità.

La religione consiste innanzitutto in una decisione etica, che dà una direzione alla propria esistenza, che la struttura e la apre verso l’altro, con attenzione e compassione. “Se te vol rispeto, ara drito e fa un bel solco”: l’immagine del solco dritto acquista il significato non solo della retta coscienza ma anche della forza di volontà che impone uno scopo alle proprie azioni quotidiane.

Ha scritto Giovanni Giulietti: “Io sono (…) convinto che il rimanere fedele ad una persona, a un interesse culturale, a un ideale morale o politico significa anche la grazia di sperimentarne il continuo rinnovamento”. È nella ripetizione, nella fedeltà alla propria scelta, nei singoli gesti quotidiani, che ognuno costruisce veramente sé stesso, come afferma il proverbio “Ognuno xe fiol de le so azioni”.

“Chi dona ai poveri impresta a Dio”: è facile vedere in questo proverbio la stessa luce che troviamo nel pensiero di Martin Buber: “Il singolo corrisponde a Dio quando abbraccia umanamente il pezzo di mondo che gli è stato affidato come Dio abbraccia divinamente la creazione. Il singolo realizza l’immagine di Dio, nella misura in cui gli è personalmente possibile, quando con tutto il suo essere dice tu agli altri esseri che vivono intorno a lui”.

Potremmo dire: chi si prende cura dei poveri si prende cura di Dio. Un po’ come ha scritto don Lorenzo Milani nel suo testamento: “Cari ragazzi ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”.

“La carità onesta va fora da la porta e entra da la finestra” e “Ci fa el ben cata ben ma ci fa mal ghe vien mal”. Un tempo la carità era un gesto quotidiano, i poveri venivano alla porta a chiedere “una ponta de sesola de polenta” e solitamente con una formula precisa: “carità per amor de Dio”.

Come succede nel film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi: il mendicante Giopa entra nelle case dei contadini bergamaschi, recita con loro una preghiera e ogni famiglia gli dona una fetta di polenta perché “i poareti, che no i gà ut gnente da la vita, i è i più visini al Signur”.

C’è poi l’enigmatica espressione: “el ben sta in fondo”. Anche Dino Coltro si chiede: “Ma cosa vuol dire in fondo?”. Ha scritto Hannah Arendt, in una lettera a Gershom Scholem: “E’ anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie”. La realtà nella sua essenza è bene, il male esiste solo come corrosione del bene e dell’essere. Questo vuol dire che la realtà – sia del mondo che dell’uomo – è in sé stessa bene. Anche l’uomo malvagio non potrà mai portare a termine fino in fondo la distruzione di sé, rimarrà sempre un frammento del suo essere e la conseguente capacità di riscatto.

Paul Ricoeur ha detto “per quanto radicale sia il male, esso non è così profondo come la bontà. E se la religione, o le religioni, hanno un senso è quello di liberare il fondo della bontà degli uomini, di andare a cercarlo là dove esso è completamente nascosto”. Questo, da un lato ci impegna nella lotta contro l’ingiustizia e dall’altro alimenta la nostra speranza che la bontà non verrà sopraffatta perché è più profonda, più radicata nel cuore dell’uomo e nell’universo.

La fede dei nostri nonni non era però così ingenua da non sottolineare, a volte con sarcasmo, la differenza tra il messaggio evangelico e il comportamento delle persone di chiesa, siano essi sacerdoti, frati o basabanchi.

“I prèti fa bójar ła pignàta co łe fiàme del purgatòrio”; “i avocati vive de carne ostinada, i medici de carne malada e i preti de carne morta”, “co el prete el ga dito orate frate, le xe tre lire ne le zate”: anche la religione può essere piegata a meschine ragioni di interesse ovvero essere un modo come un altro per garantirsi una posizione di potere.

“Vardete dal cul del mulo, dal dente del can e da ci tien la corona in man”: la fede ostentata e la devozione religiosa possono nascondere un cuore indurito e cattivo, più pericoloso del calcio del mulo e del morso del cane perché più perfidamente mascherato. E ci viene al pensiero l’invettiva del profeta Isaia: “questo popolo si avvicina a me solo con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me, e il loro timore di me è solo un comandamento insegnato da uomini” (Isaia 29,13).

Contro questa concezione formalistica e senza misericordia, la saggezza popolare insegna: “Mejo core che rancore”. Un’espressione densa e profondissima che individua nella compassione, nella tenerezza e nel perdono l’essenza, non tanto della morale, quanto della vita stessa. L’uomo etico-religioso è colui che sa provare tenerezza e compassione, che sa perdonare. Ha detto Paul Ricoeur: “La compassione riesce a infrangere il circolo vizioso della colpevolizzazione. Perché avere pietà significa smettere di accusare. Significa percepire l’altro come vittima, cioè, ciò che è fondamentale, come essere sofferente”.

La moralità profondamente evangelica sperimentata dai nostri nonni ci suggerisce, con un’efficace formula, il comandamento dell’amore: “A chi te trà le piere, traghe del pan”. Etty Hillesum, una giovane ebrea olandese, scriveva in una lettera del 3 luglio 1943, pochi mesi prima di morire nel campo di sterminio di Auschwitz: “A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzettino di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita”.

Chiudiamo, sorridendo, con l’Orazion de la butela da sposar, segno da un lato della grande fiducia riposta nell’azione divina e, dall’altro, della fatica che anche Dio deve affrontare per venire incontro alle esigenze dei suoi fedeli!

Dóneme Signor la vita e l’onor,
roba da vendar e danari da spendar,
un bel’omo a ‘sto mondo e ‘l paradiso in quel’altro.
Signor, mi no ve domando altro.

Leggi tutti i proverbi di cui abbiamo già parlato.