I pozzi del paese di Sona

Uno dei simboli della vita umile che un tempo si conduceva a Sona è il pozzo per attingere l’acqua. Il rubinetto in ogni casa era ancora di là da venire, e quello era l’unico sistema per l’approvvigionamento idrico.

 

In paese ve n’erano più d’uno, tutti preziosissimi per la sopravvivenza. Quelli che ora riporteremo sono aneddoti di vita quotidiana, così come ce li hanno raccontati alcuni anziani del capoluogo. Il modo con cui si usavano i pozzi lasciava molto a desiderare da un punto di vista igienico. Si adoperavano secchi che, prima di essere immersi, venivano appoggiati sul terreno. D’estate si usava mettere nell’acqua fresca le angurie: avvolte in sacchi di iuta (che non si badava certo che fossero puliti) appesi a uno spago, venivano immerse nei pozzi e lì lasciate per un certo tempo. I secchi, non appena erano stati lavati con “olio fumante” o con una mistura di aceto e sale, venivano ricalati nell’acqua della falda per la sciacquatura. I recipienti colmi venivano poi portati nelle case, e usati per bere, attingendo solitamente non con un bicchiere ma con un mestolo.

 

Veniva fatta anche la pulitura delle stoviglie; queste venivano dapprima immerse in acqua calda e liscivia, e poi asciugate. Per gli oggetti in rame o ottone era meglio alla fine lucidarli strofinandoli con la sabbia (sabion), che aveva proprietà abrasive. La sabbia si andava ad acquistarla da un carrettiere, Giuseppe Palazzi (detto Baratieri), che ne aveva un deposito addossato alla parete di una stanza (non un magazzino, ma uno dei locali dell’abitazione!); sua moglie Lisa afferrava un badile, metteva sulla punta un po’ di sabbia e la versava nel barattolo che il cliente doveva portare con sé; costo: qualche centesimo.

 

Non tutti però potevano permetterselo, e allora per strofinare si ricorreva a rimedi meno efficaci ma più economici, come la cenere o le foglie delle pannocchie (scartossi). Ovviamente l’acqua dei pozzi serviva anche per cuocere i cibi, in particolare la polenta, alimento alla base della dieta di allora. La cottura avveniva sul caminetto, che anneriva di fumo la pentola di rame (stagnà) e la catena che la sorreggeva. La pulitura di quest’ultima si faceva almeno una volta all’anno, con questo curioso sistema. Si chiamava un ragazzino, e lo si incaricava di legare la catena sporca di fuliggine alla bicicletta, e strisciarla più volte per terra compiendo vari giri intorno alla piazza e alle vie limitrofe, che a quel tempo non erano asfaltate ma cosparse di terra e sassolini. Ebbene, era un sistema che funzionava benissimo; succedeva sempre che alla fine il giovane, soddisfatto per il servizio reso e per la mancia ricevuta, riportava la catena pulitissima, addirittura brillante.

 

In certi anni vi era siccità, e allora l’acqua scarseggiava. Le massaie erano costrette a fare la coda davanti ai pozzi per l’approvvigionamento. A volte scoppiavano delle liti per questioni di precedenza, e dovevano intervenire i carabinieri per sedare le discussioni e sorvegliare sulla correttezza della fila. Il paese di Sona visse un periodo di emergenza idrica anche durante la seconda guerra mondiale, quando, con l’invasione nazista del 1943, si trasferirono da noi alcune truppe tedesche, che si arrogarono il diritto di consumare l’acqua per le loro necessità, lasciando alla popolazione solo ciò che eventualmente restava.

 

Un giorno, due donne intraprendenti, armate di piccone, si recarono davanti al municipio, nei cui pressi ricordavano che un tempo esisteva un pozzo. Scavarono un piccolo buco nel terreno, e poi provarono a immergere un secchio con la corda: un grido di gioia si levò dalla folla circostante che assisteva, non appena si udì un tonfo nell’acqua. Sembrava fosse stato trovato un tesoro, e in effetti la riscoperta di quella falda era stata davvero preziosa.

 

Oggi alcuni pozzi sono rimasti, e servono soltanto da abbellimento di giardini e cortili. Nel 2003 i ragazzi della scuola media di Sona realizzarono un artistico calendario sull’argomento, a dimostrazione di quanta curiosità essi suscitino anche ai nostri giorni. Il cigolio delle carrucole (sigagnòle) che sollevavano i secchi era uno dei suoni più familiari che scandiva la quotidianità del paese, oggi i pozzi sono i muti testimoni di quei tempi andati.