Natura non facit saltus” affermava il filosofo e scienziato Leibniz per sottolineare che nella natura tutto è progressivo e ordinato, fra i generi e le specie non vi è un’evoluzione netta, ma per gradi. Lo stesso vale per i numeri: essi “hanno la testa dura”, ma non fanno salti; e, qualora avvenisse, ci segnalano che qualcosa non quadra, che un’anomalia ne sta impedendo il regolare funzionamento.

L’andamento della curva epidemica registra “salti” più o meno grandi ogni settimana: si tratta di fattori di disturbo o inesattezze che possono essere corretti grazie al calcolo della media mobile (linea nera), uno strumento per analizzare le serie storiche. Le discontinuità create dal minor numero dei tamponi (quindi anche dei positivi) nel fine settimana e dalla comunicazione non puntuale degli esiti dei tamponi rapidi (che avviene dopo qualche giorno rispetto ai test) vengono quindi ammortizzate dalla media mobile, offrendo una visione più nitida dell’andamento della curva.

Elaborazione del Baco su dati di Azienda Zero

Come si evince dal grafico, una prima (grande) anomalia sta nel saldo dei positivi: dal 21 novembre al 2 dicembre sono scesi con forza (da 218 a 138) per poi risalire bruscamente a partire dal giorno successivo, toccando il nuovo record di 232 positivi (dati di ieri) dopo due settimane. La media mobile disegna una conca a “V”, i cui estremi hanno raggiunto il medesimo livello nell’arco di 25 giorni.

Più interessante è osservare l’incidenza dei ricoveri sul cumulato dei nuovi casi positivi registrati nelle quattro settimane precedenti. Se, infatti, sommiamo i giorni che intercorrono da quando viene contratta (o individuata) la malattia a quando il tampone risulterà negativo, otteniamo un periodo di circa tre-quattro settimane, arco temporale generalmente condiviso dalla comunità scientifica.

Elaborazione del Baco su dati di Azienda Zero e Protezione Civile

Dal 6 novembre al 6 dicembre l’incidenza dei ricoverati sonesi (linea verde) si aggirava intorno al rapporto nazionale (linea nera), oscillando nella forchetta del 2,4% e 7,4%, senza discostarsi dalla media nazionale in modo significativo. Ciò significa che su un totale di 74 nuovi positivi in un mese in media il 4,77% è stato ricoverato in ospedale, un dato molto vicino alla media nazionale (4,40%). Il 7 dicembre l’incidenza degli ospedalizzati sul cumulato dei nuovi positivi è schizzata all’11,54% e non scende sotto la doppia cifra (ieri era pari al 19,05%, contro il 4,29% nazionale). Ecco la discontinuità.

Capire il “salto” significa indagare sul rapporto che per un mese è stato un indicatore di riferimento e ci ha permesso di capire la gravità dell’epidemia in termini di ricoveri ospedalieri. L’aumento di un rapporto può essere dato o da un incremento del numeratore, o da una diminuzione del denominatore, o da una combinazione di entrambi.

Al numeratore stanno i ricoverati ma questi non sono aumentati in un modo repentino o così significativo da giustificare l’impennata del nostro indicatore: siamo passati da 3 (9 dicembre) a 6 (11 dicembre), per poi scendere a 4 (17 dicembre). Una delle interpretazioni più plausibili è che i casi ricoverati siano critici e quindi più lenti a guarire rispetto alla media nazionale. Pertanto, accogliendo questa ipotesi, è probabile che si siano registrate dal 22 novembre al 2 dicembre (superamento e discesa dal picco dei contagi) guarigioni più veloci rispetto ai tempi medi di ricovero in ospedale. Su questo punto, è tuttavia necessario ottenere conferma da chi di competenza.

Caso più problematico è il denominatore; un rapporto di ricoveri su nuovi positivi così alto indica che la situazione epidemica è abbondantemente sottostimata (anche di una cinquantina di casi per allinearsi alla media); di conseguenza sfugge al tracciamento un certo numero di positivi in grado di aggiustare il rapporto.

Su questo punto non escludiamo due ipotesi: da una parte, che il numero dei tamponi sia al momento troppo basso per tracciare la circolazione del virus; dall’altra, che gli esiti (dei tamponi veloci, ad esempio) non vengono comunicati in tempistiche standard, pertanto i positivi registrati a sistema oggi sono coloro che hanno ottenuto l’esito del tampone qualche giorno prima, e occorre attendere ancora qualche giorno al fine di avere un rapporto realistico e senza uno scarto statistico dalla media nazionale così elevato.

I dati a nostra disposizione non garantiscono, pertanto, una fotografia dell’epidemia nitida e affidabile. Il risultato è un quadro sfocato della situazione reale, ovvero una sottostima della circolazione del Covid nel nostro territorio e nel nostro Paese. L’idea (prudente) è che da fine novembre ci troviamo ancora sulla gobba della curva della seconda ondata (il plateau).

Come scriviamo e ribadiamo da tempo sulle colonne del nostro sito, è fondamentale osservare i dati clinici più che il numero dei positivi: essendo il numero dei ricoveri certo e non dipendente dai tamponi effettuati, i numeri dei casi ricoverati in ospedale e in terapia intensiva aiutano a capire la gravità della situazione, dato che all’aumento dei casi gravi rischia di seguire un incremento dei decessi.

Su questo scattiamo un’altra fotografia. A colori.

Elaborazione di “neodemos.info”

Esiste una connessione fra il “colore” delle Regioni e l’andamento dei ricoveri in rianimazione: nel Veneto, permanentemente giallo ma con una nuova ordinanza a partire da domani, i ricoveri crescono con graduale costanza, in Lombardia si osserva una netta flessione a partire dall’undicesimo giorno successivo all’attribuzione del colore rosso, in Emilia-Romagna iniziano a declinare una decina di giorni dopo il passaggio da gialla ad arancione, anche se con meno vigore di quanto osservato nella “rossa” Lombardia. Pertanto, il colore giallo, a differenza dell’arancione e del rosso, non garantisce un contenimento o discesa dei contagi, quanto piuttosto una crescita alquanto moderata e una stabilizzazione su livelli elevati (come quelli attuali). Per piegare nettamente la curva epidemica occorre ricorrere alle restrizioni “arancione-rosso”.

Le imminenti festività e gennaio, il mese del picco influenzale, saranno un decisivo banco di prova: i comportamenti tenuti dai cittadini tra Natale e l’Epifania e la prossima (e caldamente auspicata) riapertura delle scuole influenzeranno inevitabilmente le curve dei contagi. Tutto starà nel senso di responsabilità dei nostri concittadini e nella pianificazione e scaglionamento degli orari scolastici.