“Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa, nella nostra quotidiana battaglia per una vita degna. Sono uomini e donne dai quali abbiamo ricevuto molto. L’anziano non è un alieno. L’anziano siamo noi”. Così, con queste semplici parole, Papa Francesco definisce in maniera profonda cosa sia, soprattutto oggi, l’anziano che vive in mezzo a noi, ma che troppe volte consideriamo come “l’altro”. Quasi non fosse più ciò che è stato, quasi che sia una donna o un uomo minore.

La tremenda prova del Covid che stiamo vivendo scuote dalle fondamenta la nostra società e il nostro modo di vivere e di essere. Ben oltre il solo problema sanitario.

Questi mesi di angoscia, di fatica famigliare, di inquietudini personali, di lutti, di dolore e di sofferenza economica ci stanno costringendo a ripensare anche tutto ciò che sono i nostri rapporti interpersonali.

Siamo stati costretti a rimetterci in discussione con i figli, con chi amiamo, con i colleghi di lavoro, con gli amici. Perché è cambiato radicalmente il modo che abbiamo di relazionarci, anche solo per le distanze imposte, e perché sono cambiati profondamente i tempi dei rapporti. In alcuni casi sono scomparsi, in altri sono diventati molto più intensi. L’orologio gira con una velocità differente di come si muoveva fino allo scorso 8 marzo.

E in tutto questo quelli che più rischiano l’emarginazione completa sono proprio gli anziani. Che vivono con immensa preoccupazione il loro essere i più flagellati da questo subdolo virus. Ma che, ancora di più, patiscono il distanziamento obbligato e tagliente che stanno subendo dai loro figli, dai loro nipoti, dalle loro vite di prima. Chiusi nelle loro abitazioni, spesso troppo scure e silenziose, o nelle case di riposo, dove sono insieme a tanti ma, inevitabilmente, profondamente soli.

Ora non ci sono alternative. Ora è questo lo spartito crudele che ci impone il correre della pandemia. Ma quando tutta questa fatica sarà alle spalle, e quel tempo verrà, allora dovremo ricordare. Dovremo ripartire da quello che siamo stati costretti ad imparare sul valore dei rapporti, dell’essere uomini e donne con uomini e donne. Anche nel nostro vivere con gli anziani.

Corrado Augias nel suo bel libro “I segreti di Roma” racconta che “al cameriere che gli aveva servito un caffè in camerino, Totò un giorno diede 1000 lire, lasciando il resto come mancia. La voce si diffuse e appena Totò ordinava un caffè, tre o quattro camerieri si precipitavano. Uno di loro, il più anziano, non riusciva però mai ad arrivare primo. Saputo il fatto, l’attore ordinò che gli si dessero 200 metri di vantaggio sugli altri, così anche lui riuscì per due volte a guadagnarsi le 1000 lire”.

Sapremo tornare, come si faceva un tempo, a dare ai nostri anziani lo spazio e l’attenzione che spetta loro per il lungo tratto di vita che hanno già percorso, per ciò che sono stati per noi? Anche dalla risposta che daremo a questa domanda ne va della società che saremo, dopo.

Perché ci sono debiti di gratitudine e amore che vanno pagati.