“I meccanismi molecolari che possono portare al tumore epatico”. Davide Bressan di Sona e una scoperta all’università di Trento

Non molto tempo fa, su alcune testate giornalistiche è uscita la notizia di una scoperta scientifica che getta le basi per il progresso sulla ricerca contro il cancro. Nel team che ha condotto gli studi ci sono quattro figure: il docente, Fulvio Chiacchiera, Alessandro D’Ambrosio, Elisa Ferracci e Davide Bressan. Quest’ultimo proveniente dal Comune di Sona. Nella foto il team al completo (Fotografie ©UniTrento – Ph. Federico Nardelli).

Andiamo a conoscerlo. Davide ha un diploma di studi scientifici al Galileo Galilei, una laurea triennale all’Università di Verona, e un master of science (l’equivalente della laurea magistrale italiana) conseguito in Olanda, all’Università di Amsterdam, in Bioinformatica, una disciplina a cavallo tra la Biologia, le Biotecnologie e l’Informatica.

“In realtà, io vivo a Trento ormai da più di quattro anni, mi sono trasferito poco prima del 2020. Sono stato vincitore di una borsa di studio per un dottorato di ricerca presso l’Università di Trento – ci spiega Davide -. Per il mio percorso sono stato inserito nel gruppo di ricerca del professor Fulvio Chiacchiera, che viene dallo IEO (Istituto Europeo Oncologia) di Milano. Mi occupo di ricerca sul tumore al fegato, analizzando i dati di sequenziamento estratti dai campioni. Quindi lavoro a stretto contatto con le persone del laboratorio. L’obiettivo del dottorato di ricerca è quello di non essere più uno studente, ma di vivere la vita accademica nella ricerca. Quindi si segue un progetto con il fine ultimo di fare pubblicazioni scientifiche, principalmente su un argomento, per arricchire le conoscenze già acquisite”.

Questo obiettivo Davide l’ha già raggiunto, quando lo scorso mese ha pubblicato i risultati dei suoi ultimi tre anni di lavoro sulla rivista di divulgazione scientifica Science Advances.

“Nello specifico – prosegue Davide – il mio gruppo di ricerca si pone il fine ultimo di comprendere i meccanismi molecolari, quindi all’interno della cellula, che possono portare alla formazione del tumore epatico nell’umano. Il nostro progetto si concentrava su una specifica proteina, che se malfunzionante a causa di una mutazione sul corrispettivo gene, ARID1A, può portare allo sviluppo di tumori del fegato particolarmente aggressivi che possono poi metastatizzare anche ad altri distretti corporei, come, ad esempio, nei polmoni”.

Questa correlazione era già nota, le novità del gruppo di ricerca di Davide si calano molto di più nella pratica clinica e quindi hanno un valore molto importante per i pazienti“Il gene ARID1A è conosciuto parecchio perché è spesso mutato nei tumori, anche in altri organi. Non è chiaro ancora il collegamento tra le due cose, ma noi abbiamo individuato in questo gene una sorta di ruolo di guardiano dell’integrità del DNA. Nel momento in cui il gene stesso è mutato, questo ruolo viene meno. Inoltre, abbiamo dimostrato che se la mutazione di ARID1A avviene insieme a quella di un altro gene, CTNBB1, i pazienti presentano più probabilmente delle metastasi”.

Questa è ancora una ricerca di base, lontana dall’applicazione clinica, tuttavia, l’obiettivo di un’informazione di questo genere potrebbe essere di fondamentale importanza per il medico. “Idealmente, con questa informazione, l’oncologo potrebbe predire il futuro di un paziente con questa diagnosi, e di conseguenza predisporre dei controlli più serrati laddove ci fosse un maggiore rischio di metastasi. Andando ancora più avanti, potrebbe essere sfruttata anche in una situazione dove il tumore ancora non è stato sviluppato, e quindi prevedere l’eventualità e agire in anticipo”.

E adesso quali sono i progetti di Davide? “Il mio periodo di dottorato dovrebbe terminare a gennaio del prossimo anno, poi penso che rimarrò qua ancora un anno, proseguendo come Post-Doc. È  un ruolo da vero e proprio ricercatore, che alla lunga può portare alla carriera accademica, fino a ricoprire le vesti del professore universitario. Quindi, per almeno due anni il programma è di rimanere nei paraggi, perché il gruppo sta portando avanti altri progetti, anche su altri argomenti, e quindi ci sono altre pubblicazioni che si spera possano arrivare. Il futuro, dopo questi due anni, è un po’ incerto. Non escludo la possibilità di tornare all’estero, ma alla lunga vorrei tanto poter rimanere in Italia, anche se non è una novità che il panorama della ricerca sia un po’ sconsolante. La carriera accademica, e nello specifico diventare professore, è molto difficile, comporta molti anni di precariato con assegni di ricerca di breve durata e disperata ricerca di finanziamenti. La mia idea è comunque di perseverare con questa strada fino a quando non ne sarò stufo”.

Questa evenienza, da come Davide parla, sembra molto distante. “Il mio lavoro mi piace molto: mi piace lavorare a contatto con le persone e mi piace lavorare sulla ricerca sul cancro perché ha un forte impatto sulle persone. Ho un ricordo che conservo con molto piacere a riguardo. La ricerca che abbiamo condotto è stata finanziata in parte da una borsa dell’AIRC, Associazione Italiana Ricerca sul Cancro, dedicata ad una ragazza, Veronica Graziani, morta a 18 anni per un tumore del fegato. Un giorno abbiamo ricevuto la visita del padre della ragazza in laboratorio, ed è stato un momento estremamente toccante. Sentivamo la stima di questo uomo nei nostri confronti. Ci ha fatto capire che, anche se siamo tutto il giorno chiusi in un laboratorio, il nostro contributo alla causa è comunque molto grande. Questi momenti stimolano a perseverare nel mondo della ricerca, anche quando è chiaro che non è tutto rose e fiori”.

Veronica Posenato
Nata nel 1996, risiede a Lugagnano. Diplomata presso il liceo scientifico Messedaglia a Verona nel 2015, si è laureata in infermieristica presso l'Università di Verona nel dicembre 2018. Scrive per il Baco dal 2010, alla ricerca di persone del Comune di cui raccontare le storie, per valorizzare ulteriormente il nostro territorio.