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Prima di diventare mamma, quando leggevo notizie come quella che abbiamo pubblicato lo scorso luglio, la prima cosa che pensavo era “a me non capiterà mai”. 

Ora, una volta realizzato ciò che realmente comporta diventare genitori in termini di responsabilità, il pensiero più spontaneo è un tantino più pessimistico: “non ce la farò mai”. Perché ti prende lo sconforto. Perché se accade in famiglie “normali” come con ogni probabilità puoi classificare la tua, ti poni il dilemma «cos’abbiamo noi in più – o in meno – per evitare di vedere i nostri figli rovinare la loro vita e quella degli altri?» 

E ti assale l’ansia: «cosa possiamo noi contro l’inevitabilità delle cose?» Ma certe cose sono davvero inevitabili? Nell’immaginario collettivo di tutti i genitori moderni la peggior disgrazia che possa capitare in famiglia è un figlio che cade nel “baratro” della tossicodipendenza. Ciò che si prova si potrebbe definire, molto impropriamente per carità, il “terrore del burrone”.

Passi una vita a guidare i tuoi figli lungo la “retta via” e ad un certo punto scopri di averli persi. Caduti nel dirupo. Irrecuperabili. E solamente quando ormai tutto è perduto, viene da chiedersi: «Dov’è che le nostre mani, prima ben salde, hanno abbandonato le loro? Quando è stato deciso che potevano fare a meno di noi? Chi ha creduto di poter prendere i nostri figli per mano allontanandoli per sempre da noi?» Si possono dare le risposte più varie, anzi, si potrebbe anche fare a meno di rispondere.

Tanto, il più spesso delle volte, è troppo tardi. Ma è davvero così? A voler essere pessimisti, forse è davvero tutto qui, ma i genitori hanno per definizione una forza che va oltre ogni catastrofismo. Hanno la speranza di veder crescere i propri figli nel modo “meno peggio” che si riesca a fare.

E allora, a parer mio, ci sono due considerazioni da fare. Chi va in montagna lo sa: i pericoli esistono, eccome, ma spesso sono ben segnalati da chi è passato prima di noi. Non solo: di solito la montagna è tanto più faticosa tanto più bello è il paesaggio che offre. Ma per raggiungere le vette più alte ci vuole forza di volontà, allenamento, attenzione a quanto segnalato dai predecessori; ci vuole l’attrezzatura giusta e soprattutto, è necessario tanto coraggio. Gli alpinisti non si scoraggiano. Si sostengono a vicenda e si fanno aiutare se sono in difficoltà. Sanno valutare ogni possibile pericolo e sono preparati ad affrontare ogni imprevisto.

E i genitori, alpinisti di pianura come nel Comune di Sona, di cosa sono dotati? Sono davvero così inesperti e improvvisati come i giornali (e la società) vogliono farci credere? Non saprei. Sono certa, però, che ogni genitore conosce i propri figli come nessun altro. A volte, però, accade che allentino la presa perché vengono distratti da ciò che li circonda, o perché credono che ormai non ci sia più bisogno di loro, o semplicemente perché i figli, ormai adolescenti, si sentono in grado di affrontare la scalata in solitaria.

Fatto sta che ad un certo punto accade che un compagno si stacchi dalla cordata. E questa è la mia seconda considerazione: una volta staccato dalla cordata, il “compagno” è davvero perso per sempre? Purtroppo le cronache “vacanziere” ci raccontano ogni anno che spesso un alpinista “staccato” non potrà mai più tornare a casa, ma altrettanto spesso, non riportati dai quotidiani, avvengono anche veri e propri miracoli. Tutto sta nella forza di chi rimane attaccato alla roccia. Chi cade rimette la propria vita in chi tiene la corda (che viene fin troppo facile paragonare ad un robustissimo cordone ombelicale).

Dicevo che i genitori sono per definizione dotati di un’inesauribile speranza. Nessuna mamma e nessun papà si darebbe per vinto nel vedere il proprio figlio mentre cade nel vuoto allontanandosi sempre di più dalla loro vista. Istintivamente tratterrebbe la corda con tutta la propria forza e chiederebbe aiuto agli altri componenti della cordata. Perché nessun genitore in certi casi ce la potrebbe fare da solo; rischierebbe di farsi trascinare inesorabilmente in fondo al crepaccio. Purtroppo a volte, però, la cosa più difficile per mamme e papà non è lacerarsi le mani per fermare quella benedetta corda, bensì trovare il coraggio di chiedere aiuto. Ciò, infatti, significherebbe ammettere di non essere all’altezza della situazione, di non essere adeguati al proprio ruolo, in pratica di aver fallito.

Significherebbe dover mandare giù il rospo del proprio orgoglio di “genitori perfetti che però non sono poi così perfetti”. Ma chi ci vuole perfetti? Chi ci ha messo in testa che non dobbiamo sbagliare mai? E perché mai dobbiamo ritrovarci a gridare “aiuto” quando ormai probabilmente è troppo tardi? Perché il nostro errore è questo: partire con un allenamento quasi nullo, senza tenere troppo in considerazione le indicazioni di chi può esserci d’aiuto, e con la baldanza di chi non ha nulla da imparare.

Abbiamo visto, però, che in montagna (come nella vita) essere in grado di distinguere una innocua nuvoletta da un temporale potenzialmente devastante può salvare la vita, nostra e dei nostri “compagni”.