I dieci anni del West Verona Rugby raccontati tutti d’un fiato

L’occasione per rivederci con questa prestigiosa società sportiva, dopo un servizio apparso sul Baco qualche anno fa, è di quelle importanti: il West Verona Rugby festeggia infatti quest’anno il decennio di attività.

 

A presentarci questo importante anniversario è uno degli allenatori della società, oltre che giocatore della formazione di serie C, Marco Corso. Trentasei anni, product specialist per una multinazionale biomedica, è lui ad introdurci in questo mondo. Una forte stretta di mano ed iniziamo.

 

Con i vostri circa cento giovani atleti siete sicuramente una società sportiva di assoluto vertice del nostro territorio, ci racconta come siete strutturati? “Noi coinvolgiamo ragazzi e ragazze fino dagli otto anni. Abbiamo cinque squadre, under 8, 10, 12, 14 e 16 ed una prima squadra che milita nel campionato di serie C. Operiamo molto nelle scuole, sia nel Comune di Sona che di Sommacampagna e Villafranca, proprio per farci conoscere da ragazzi e famiglie, e riscontriamo sempre grande interesse per questo sport. Il nostro trand di adesioni è infatti sempre in crescita con il passare degli anni. Questo è sicuramente anche dovuto al fatto che il rugby è uno sport ideale per lo sviluppo psico-fisico dei bambini e dei ragazzi, sotto ogni punto di vista. Ad esempio il forte spirito di squadra, di gruppo, aiuta moltissimo i ragazzini più timidi ed insicuri”. Scusi, forse ho capito male: mi diceva di ragazze che praticano il rugby? “Sì – risponde Marco annuendo vigorosamente – uscendo dagli stereotipi del rugby come sport troppo duro, abbiamo molte ragazzine che si avvicinano alle nostre squadre, e che anzi danno parecchio filo da torcere ai coetanei maschi. Ricordi che fino ai 12 anni le squadre sono miste”.

 

Come si articola l’attività delle vostre squadre? “Fino ai 12 anni si parla di mini rugby, non abbiamo quindi dei veri e propri campionati, con partite e classifiche, ma dei raggruppamenti. Si tratta di eventi organizzati di volta in volta dalle varie società in base a calendari predisposti dalla Federazione. Ci si trova in tre, quattro o cinque società e si gioca un mini torneo tutto in giornata, senza premi o coppe. Crescendo invece si affrontano dei campionati regolari a livello di triveneto. Verona non ha la fortissima tradizione rugbistica di città come Padova o Treviso, ma comunque nella nostra provincia abbiamo due squadre in serie A e cinque in serie C, tra le quali noi del West Verona Rugby. Un movimento quindi importante”.

 

Facciamo un passo indietro: proviamo a ripercorrere questi dieci anni? “Il rugby a Sona nasce appunto nel 2004, grazie all’opera soprattutto di Fausto Di Giovine, dalla fusione con tre società di Lugagnano, Villafranca e Sommacampagna, da cui derivano i tre colori sociali che ci contraddistinguono: blu, arancio e amaranto. Inizialmente si è partiti con la sola prima squadra in serie C, e poi pian piano sono venute le formazioni giovanili e dei bambini. Fondatori, oltre al citato Di Giovine, anche Eugenio Furlan, Faustino Serpelloni e Stefano Marella. Tutti e quattro, tra l’altro, hanno giocato nel CUS Verona”.

 

So che avete sempre patito la mancanza di campi da gioco… “In questi dieci anni ci siamo spostati molto per riuscire a disputare le nostre attività, in effetti sono solo tre anni che ci alleniamo stabilmente a Sona. Soffriamo molto l’assenza di campi da gioco nostri, e soprattutto di una sede. Per la filosofia di vita del rugby è fondamentale la presenza di una sede, di una Club House. Serve per il ‘terzo tempo’ al termine delle partite, un aspetto irrinunciabile”. Ce la spiega meglio questa cosa? “Vede, al termine delle partite è consuetudine che la squadra ospitante organizzi un momento conviviale durante il quale le due squadre condividono un piatto di pasta e soprattutto amicizia e allegria. E’ in quel momento soprattutto che si sente forte lo spirito educativo e sociale del rugby. Noi, non avendo una sede, abbiamo dovuto rinunciare quasi sempre a questo momento con i più piccoli. Mentre con la prima squadra approfittiamo dell’ospitalità di una pizzeria che ci riserva una stanza”.

 

Ora mi risulta che però ci siano delle grandi novità in arrivo sotto questo punto di vista. “Sì, finalmente grazie alla nostra tenacia ed insistenza siamo riusciti un paio di anni fa ad accedere ad un progetto di finanziamento regionale per costruire un impianto per il rugby a Sona. Il tipo di finanziamento prevede però l’obbligo che la nostra società abbia la gestione dell’impianto per almeno quindici anni. Questa clausola ha creato qualche difficoltà progettuale nei rapporti con l’Amministrazione Comunale. Difficoltà fortunatamente ora completamente superate con la nuova Amministrazione, e quindi a breve inizieranno i lavori che prevedono il totale rifacimento dei campi del Bosco di Sona e – ci dice Marco allargando le braccia quasi a voler comprendere questo vero sogno che si realizza – la costruzione della nostra Club House, finalmente”.

 

Torniamo alla vostra struttura sportiva: da dove vengono i ragazzi che giocano per voi? “Abbiamo giovani e giovanissimi da tutto l’ovest veronese, anche se la maggior parte comunque sono del nostro Comune e del villafranchese. Esiste infatti una forte collaborazione con la Polisportiva San Giorgio di Villafranca, con la quale lavoriamo assieme sul mini rugby”.

 

Che tipo di volontariato sportivo è il vostro? “Siamo una società piccola e quindi dobbiamo arrangiarci a fare tutto, ma questo è anche il vero spirito del rugby. Quindi noi allenatori, che operiamo in maniera assolutamente e completamente gratuita, ad esempio laviamo e stiriamo le maglie, sistemiamo i materiali di gioco, andiamo con le nostre autovetture a prendere e riaccompagnare i ragazzini che non possono essere trasportati dai genitori. Cose così”.

 

Allarghiamo un po’ l’orizzonte: vi sentite uno sport minore? Qui Marco scuote la testa e poi attacca: “Solo in Italia il calcio la fa da padrone in questa maniera. In quasi tutto il resto d’Europa, e non solo, basti pensare a Paesi come l’Argentina, per non parlare di tutto l’emisfero australe, il rugby se la batte alla pari con il calcio. Bisogna considerare i principi che stanno alla base del rugby, che vanno ben oltre l’aspetto sportivo. Il nostro è un gioco che, per definizione, non prevede le individualità, conta sempre e solo la squadra. Ovvio che esistano i grandi campioni anche nel rugby, ma non hanno mai l’importanza individuale che può avere un Messi o un Maradona nel calcio. Realmente, non solo a parole, nel rugby si vince e si perde solo di squadra, è la dinamica stessa del gioco a volerlo. Il nostro è uno sport indubbiamente duro, di contatto, ma si fonda sul rispetto assoluto dell’avversario e dell’arbitro. Nel rugby non sono nemmeno pensabili le simulazioni che si vedono in altri sport, o le scenate contro l’arbitro a cui purtroppo assistiamo troppo spesso. E soprattutto a fine partita termina di colpo ogni conflittualità, e all’avversario si stringe la mano e con lui si condivide il terzo tempo. A qualsiasi livello, dalla nazionale in giù”.

 

E se scendiamo nelle giovanili, tra i bambini? Avete anche voi i tristi esempi di genitori a bordo campo che non perdono l’occasione per litigare, prendersela con l’arbitro, con i genitori dell’altra squadra o addirittura con i propri figli? “No, assolutamente. E non ovviamente perché a giocare con noi vengano famiglie ‘migliori’ o scese da Marte. Ma, ancora, è proprio la filosofia di regole certe e chiare che aiuta ragazzi e genitori a comportarsi secondo uno spirito di assoluta correttezza. E’ il sistema stesso che autolimita chi magari volesse uscire dal seminato tenendo atteggiamenti non accettabili. Per noi regole, educazione e soprattutto l’esempio personale sono fondamentali, chi non ci sta è semplicemente fuori. E mi piace a questo punto ricordare il grande spirito di amicizia che si crea tra le famiglie che hanno i ragazzi che giocano da noi, non mancano mai momenti conviviali, che sempre vengono condivisi anche con i genitori delle squadre che incontriamo sul campo di gioco”.

 

Intuisco che il vostro impegno di allenatori, e quindi anche il suo personale impegno di allenatore e giocatore, è veramente gravoso. Permetta quindi una domanda in chiusura: e la vita privata? Qui Marco mi guarda con occhio ironico e mi dice: “la mia ragazza, Mara, è perfettamente consapevole che il rugby è la mia vita, quindi conosce bene la mia passione e la condivide”. La condivide o la sopporta? “Diciamo che la condivide”, risponde Marco con il più largo sorriso che io abbia mai visto.

 

E la nostra intervista finisce qui, sarà importante rivedersi – magari nella nuova Club House – per parlare del futuro del West Verona Rugby.

 

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