I culti agrari, pratiche antiche della tradizione rurale veneta per comprendere i fenomeni naturali

“Per prima Cerere smosse la zolla con il curvo aratro, per prima diede le messi e il dolce nutrimento alla terra, per prima diede le leggi; tutto è dono di Cerere.”
Ovidio

La presenza millenaria dei culti agrari testimonia quanto i fenomeni naturali abbiano influenzato le attività sociali nel corso della storia. Nati come risposta al bisogno primario di comprendere il ciclo vegetativo per interagire con esso e assicurarsi il sostentamento, a lungo hanno scandito il tempo, assecondando il ciclo sacro della terra.

In un mondo incerto, governato dalle forze misteriose della Natura, i terreni non assicuravano ogni anno gli stessi frutti e l’andamento del tempo, che “par sie mesi el fa quel che el vol, par i altri sie l’è paron lù”, influenzava l’intero processo produttivo. Il saper cooperare con queste forze determinava le sorti della comunità, unito alla consapevolezza che le condizioni propizie e gli esiti favorevoli non dipendevano solo dal lavoro, ma dal volere degli dei. Custode delle conoscenze agrarie e tramite la comunità e le divinità della terra, il coltivatore era quindi una figura attiva nella pratica rituale.

Nella religione romana arcaica, ogni azione compiuta sul suolo era personificata da un nume tutelare, invocato in funzione del ruolo che rivestiva: Vervactor, dio dell’aratura primaverile apriva i campi alla semina, Reparator presiedeva alla preparazione del suolo dopo l’aratura, Imporcitor aveva il compito di proteggere la tracciatura dei solchi e Insitor sovrintendeva alla semina, per citarne alcuni.

L’opera dell’agricoltore, compartecipe del mistero di nascita, crescita, morte e rinascita, diveniva un ‘fare sacro’ che animava i poteri rigenerativi della vegetazione. Ogni fase, dalla preparazione del terreno al raccolto, rappresentava un atto devozionale compiuto sul corpo della terra, una Madre che andava rispettata e onorata. Per il popolo romano, questo legame sacro trovava la sua massima espressione in Cerere, celebrata solennemente all’inizio della primavera.

L’influenza delle tradizioni religiose romane aveva lasciato un’impronta nelle usanze del territorio veneto, ma non era stata l’unica. Essendo stato un crocevia di diverse culture arcaiche precedenti ai Romani come i Venetici e gli Etruschi e di altre successive quali Celti, Germani e Longobardi, la popolazione rurale ne aveva assimilato i costumi adattandoli alle proprie esigenze. Le pratiche pagane sono state in seguito reinterpretate alla luce dei dogmi della religione ufficiale.

Un esempio significativo le processioni primaverili di supplica attraverso i campi, di origine romana, le rogazioni, divenute appuntamenti fissi nel calendario liturgico sin dal VI secolo. La rogazione maggiore si celebrava nel giorno dedicato a san Marco e le minori nei giorni precedenti l’Ascensione. Il termine rogazione deriva dal latino rogatio, a sua volta da rogare, che significa ‘domandare, chiedere’ il favore divino per garantire la fertilità della terra e la prosperità del raccolto.

Queste ricorrenze hanno subito un rapido declino nel corso del XX secolo, a causa dell’abbandono delle campagne, come è avvenuto per il bàtar marso, una pratica popolare di origine incerta, caratterizzata da forti rumori atti a scacciare lo spirito dell’inverno e ridestare la primavera.

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Quale motivo faceva sì che i riti agrari si intensificassero durante il periodo primaverile? Per le antiche popolazioni, il ritorno della prima stagione, in concomitanza con il risveglio della Natura, simboleggiava il rinnovamento della vita stessa. Sebbene questo legame si sia perduto nel passato, in alcune contrade rurali il vento di primavera continua a sospingere le benedizioni dei campi, memore dei tempi in cui si interagiva con il battito profondo della terra, da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna.

Nell’immagine Jean-François Millet, “L’Angélus”, 1858-1859

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Emanuela Rigo
Le nostre origini ci accompagnano per tutta la vita e io non ho mai dimenticato le mie radici montanare. Sonese di adozione, dopo diverso tempo trascorso in città, colgo ora una nuova dimensione esistenziale attraverso la scoperta delle consuetudini e degli antichi valori di questo territorio. Passeggiare tra le colline moreniche e in aperta campagna, ispira la mia passione per la scrittura e la fotografia trasportandomi in una realtà di profumi, suoni e colori, dove si percepisce lo scorrere naturale del tempo. La mia curiosità innata, unita a un animo sensibile, si esprime nella rubrica del Baco "Il salotto di Madre Natura", un viaggio di attenta ricerca nelle memorie del passato che, dalla primavera del 2022, si lascia guidare dal magico divenire delle stagioni.