I cento anni di don Luigi Boscaini. La lunga vita e la fede forte del sacerdote salesiano di Lugagnano

Mi affaccio alla porta della sua camera. Don Luigi tiene un rosario in mano ed è assorto nella preghiera. “Permesso”, dico. “Avanti, avanti” mi risponde lui, con un tono di voce sottile, ma con una cadenza nitida. Gli spiego chi sono, specificando di chi sono figlio e nipote. A quel punto ricevo un suo ceffone sulla guancia. Un gesto che in realtà non è una carezza, ma cento tutte insieme, di indefinibile e incommensurabile tenerezza.

Il 12 marzo scorso don Luigi Boscaini ha compiuto cento anni, dei quali settantadue vissuti nella veste di sacerdote salesiano. Seduti uno di fronte, iniziamo l’intervista che, poco alla volta, si rivela essere anche una testimonianza preziosissima.

Dallo sguardo traspare una vivacità incredibile; il tono di voce, pur essendo flebile, racchiude in sé energia e grinta da vendere. “Sono nato a Palazzina, allora del Comune di San Giovanni Lupatoto, oggi sotto il Comune di Verona, da Beniamino di Gargagnago ed Elisa Padovani di Arcè, località di Pescantina”. Ultimo di “dieci fratelli viventi”, Luigi visse con la sua famiglia a San Giovanni fino al 1932, quando il padre acquistò “la campagna abbondata dagli eredi del Colonnello Galli ‘coperta di ipoteca’, la corte padronale e sessanta campi agricoli”.

Don Luigi parla della sua famiglia con parole semplici ma bellissime: “La mia era una bella e buona famiglia, con radici fortemente cristiane e radicate nella fede, nel lavoro, nel risparmio e nell’onestà. Non eravamo né poveri né ricchi, avevamo il sufficiente e buona volontà di lavorare. Ci volevamo tutti bene”.

Nel 1931 don Luigi iniziò a frequentare la scuola don Bosco in Via Provolo, a Verona: “Capivo che era un privilegio la continuità nello studio dopo le elementari. Al don Bosco ho incontrato anche compagni di Lugagnano: Nino Cagliari (“Maniffa”, che diventò dentista), Dario Mazzi (poi ingegnere e grande imprenditore), Raffaello Mazzi (“Giocarle”), Aldo Brentegani, Giuseppe e Tarcisio Mazzi, figlio di Oreste (del panificio)”.

Don Luigi afferma di avere un ricordo dolcissimo di quei cinque anni: il cortile in cui giocare, la scuola e la chiesa hanno favorito la creazione di un ambiente familiare, in grado di mettere a proprio agio chiunque e offrire un’occasione di crescita personale su tutti i fronti.

Il 4 luglio 1948 il neo sacerdote Boscaini fa il suo ingresso nel paese di Lugagnano, addobbato a festa per l’occasione.

“Quando stavo per terminare il ginnasio – continua don Luigi –, mi rendevo conto che non potevo contare su un aiuto continuativo da parte della famiglia per proseguire gli studi. Sarei dovuto diventare autonomo e allontanarmi, ma dove? E così nel 1936 iniziai a considerare la scelta di entrare in seminario”.

Don Luigi a quel tempo aveva tantissimi dubbi a riguardo: “Forse potevo tentare quest’esperienza. Non si trattava di una prova, perché una scelta di questo tipo è una prova destinata a divenire duratura per sempre. Mi piaceva la vita del chierico: faceva la vita di noi ragazzi, a eccezione della scuola in cui era docente e non scolaro. Tuttavia, non potevo sapere se i miei superiori mi avrebbero visto bene come salesiano: se mi avessero detto che non sarei stato idoneo, sarei tornato in famiglia comunque felice e più maturo, perché mi sono adoperato per cercare la ‘via più stretta’ del Vangelo”.

Don Luigi ne parlò con l’amata madre Elisa. “Pensa a quel che te fé”, fu la risposta. “E ci commuovemmo entrambi”.

Il 1936 fu uno degli anni più difficili per il sedicenne Luigi: “Mio fratello Alessandro era impegnato nel servizio militare, e, a seguito della morte di mia cognata Tullia nel ’34, la mamma di Anna, Angelo (che più avanti sarà sindaco a Sona), Agnese, Lorenzo e Tullia, crescevano con papà Agostino e i miei genitori. La campagna, inoltre, non rendeva molto a causa delle gelate primaverili e delle grandinate estive”. Nonostante i dubbi, le incertezze e le difficoltà, don Luigi fece la sua vestizione solenne il 28 settembre 1936, in presenza dei genitori e dei cinque fratelli. “Perché non pensi anche a una parrocchia? – gli chiese il padre in quella circostanza – Potrebbe essere una soluzione buona per te, ma anche per noi quando saremo anziani”. “Ma mia madre troncò subito il discorso – ci racconta don Luigi – e gli risposte: ‘lascialo libero che faccia dove lo chiama il Signore’.”

Le difficoltà per la famiglia Boscaini, purtroppo, in quell’anno non finirono: “Il 15 novembre morì mio fratello Gaetano, lasciando dentro la mia famiglia la giovane moglie Attilia e i tre figlioletti Adriano di 6 anni, Adriana di 3 anni e l’infante Lina”. Questo, come altri momenti di profonda difficoltà, fu superato grazie allo spirito familiare che legava tutti i suoi componenti: “La famiglia è come una culla, un focolare che emana luce e calore”.

In seguito al completamento della laurea in teologia, Don Luigi fu poi ordinato sacerdote il 29 giugno 1948 presso il santuario di Monteortone, ad Abano Terme.

Il 4 luglio di quella estate ci fu il suo ingresso nel paese di Lugagnano, addobbato a festa per l’occasione. “Il mio sacerdozio era una speranza per tutta la mia famiglia e anche per la parrocchia di Lugagnano, presso cui da anni non maturavano vocazioni maschili”. Da alcune testimonianze che abbiamo raccolto quel 4 luglio fu una giornata di grande festa, che richiese tantissima preparazione e che regalò un’enorme soddisfazione alla famiglia Boscaini, al Parroco di allora don Enrico Brunelli e a tutto il paese. Una festa di tutta la comunità, che la mamma Elisa ha voluto valorizzare portando, grazie all’aiuto dei nipoti, doni alle famiglie meno abbienti del paese. “Una piccola data storica per la parrocchia – afferma don Luigi – e che ricordo con molto affetto”.

Durante questi oltre settant’anni di sacerdozio don Luigi ha ricoperto vari ruoli di responsabilità nelle opere salesiane. “Ho sempre fatto fatica – ammette don Luigi –. Vivere in mezzo ai giovani e ai confratelli salesiani per crescere insieme dentro uno spirito ordinato e in un clima di famiglia, non è mai stata cosa facile. Anche l’impegno nel contesto scolastico mi è costato un po’ di fatica, ma l’ho sempre fatto volentieri. L’educazione ai giovani avviene vivendo con loro, in mezzo alle loro fatiche, ai loro sogni e alle loro speranze. Un po’ come fratelli maggiori che comprendono, incoraggiano e aiutano”.

Don Luigi ha conseguito anche una laurea in Storia della filosofia nel 1944 e in Lettere nel 1950. L’impronta umanistica è stata significativa nella sua vita e rappresenta una chiave di lettura di moltissimi eventi e fenomeni di oggi.

Molto critico verso la globalizzazione sfrenata, don Luigi riconosce anche lo stato di crisi di un’Europa che deve fare i conti prima con la sua identità storica, e poi religiosa. “In questi ultimi anni abbiamo fatto dei salti senza calcolare le altezze, abbiamo dato priorità al benessere del nostro corpo senza valorizzare anche l’anima e lo spirito”.

Ha visto la successione di intere generazioni nel corso del tempo. Che messaggio lascerebbe ai giovani di oggi? “Stile, scuola e chiesa. Lo stile si manifesta ovunque, ed è ciò che ci rende delle belle persone. La scuola, che già oggi è piuttosto svalutata, deve essere un pretesto per dare il massimo, è il primo biglietto da visita che i giovani si procurano per farsi spazio nella società e nel mondo del lavoro. Infine, la Chiesa, che significa parrocchia, comunità e fede, tre aspetti da coltivare per diventare un buon cristiano”.