“Ho subito abusi da ragazzina, ma ne sono uscita”. Una storia di violenza e di speranza

Ascolta questo articolo

Quanto è grande la vostra indignazione quando leggete casi di abusi, soprattutto su minori? Quanto cresce la vostra indignazione quando chi abusa è una persona vicina alla vittima? Credo in maniera inquantificabile. Quante volte avete immaginato la giusta pena da infliggere ai colpevoli? Quante volte avreste voluto avere il potere di condannarli? Credo troppe.

La cronaca mondiale è piena di notizie tristissime, maestre che maltrattano gli alunni, mariti che picchiano le mogli, padri che molestano sessualmente i figli e purtroppo questi sono solo alcuni casi. Ma quante volte avete pensato che una vittima potrebbe essere vicina a voi? Quante volte avete pensato a come ne escono, se ne escono, loro?

Io poche volte, fino a che non ne ho incontrata una, casualmente, seduta di fronte a me in pizzeria. Abbiamo un’amica in comune ma non ci eravamo mai viste prima anche se abita in una delle frazioni di Sona. Stavamo parlando di sport, in particolare di quello che pratica visto che è stata un’atleta pluripremiata sia a livello nazionale che europeo, e a un tratto, come se niente fosse mi dice “sai quando avevo tra i 13 e i 16 anni il mio istruttore mi ha molestata sessualmente”. Gelo, non so come reagire, cosa dire, ma lei non si imbarazza e continuiamo la nostra serata tranquillamente. Come è possibile che una donna, dopo avere subito un tale sopruso sia come lei? Brillante, energica, divertente, piena di vita. Mi piace descriverla come una viola, un fiore piccolo e delicato ma dal profumo forte e persistente.

Non svelerò la sua identità per proteggerla e neppure quella del suo istruttore perché l’intenzione non è quella di bandire il colpevole e neppure di demonizzare una categoria. Lo scopo è quello di salvaguardare le vittime. Dare voce a chi subisce. Dare luce al coraggio di chi va avanti. Dare un segnale positivo e sottolineare che la passione può aiutare a superare ogni ostacolo. Questa piccola viola ha subito molestie sessuali, questa piccola viola ha subito un lungo e doloroso processo, che ha visto coinvolti lei e altri tre minori. Il tribunale ha emesso una prima condanna poi nel processo di appello sono stati confermati gli abusi, la condanna e l’interdizione dai pubblici uffici e adesso si deve aspettare la Cassazione per la chiusura definitiva del caso.

E’ una storia vera? Chi è lei? Non importa. Ma voglio provocarvi, siete sicuri di non conoscerla? Magari è una vostra collega, magari è la commessa del vostro negozio abituale, magari è un’amica di vostra figlia, magari è la vostra vicina di casa. Lei è lì, studia, lavora, esce con le amiche, ha un fidanzato, vive. Vive come ognuno di noi. Non sopravvive e basta. E’ questo che mi ha colpita. Dal giorno che mi ha confidato quel segreto la mia mente di donna e di mamma non si è più fermata, ho spostato il mio pensiero dall’odio per chi commette tali atti alla preoccupazione per chi li subisce e per le loro famiglie. Spero che sia la giustizia a occuparsi dei colpevoli, ma alle vittime chi pensa? Chi le aiuta? Se non possiamo eliminare il problema possiamo almeno superarlo?

Lei ha una solida famiglia alle spalle e ha lo sport che le ha fatto conoscere i momenti più bui della sua esistenza ma l’ha anche aiutata a superarli. La forza della sua passione le ha dato il coraggio di guardare oltre e riprendere il pieno potere della sua vita. Io non posso dire se tutte le vittime ce la fanno ma posso raccontare la sua storia. Lei è contenta che io ne parli perché le piace la mia idea di lanciare un salvagente, seppur piccolo, in un mare di cattiveria. In fondo sa di essere un esempio positivo perché ha saputo usare la testa e il cuore per riprendersi la vita che gli spettava.

All’epoca dei fatti (chiariamo, non praticava il suo sport nel nostro Comune) era poco più di una bambina e non ha capito subito che gli approcci del suo istruttore avevano qualcosa di sbagliato e poi contemporaneamente la preparava per le competizioni, la incoraggiava a fare di più e le diceva che era brava e di continuare così. Si è “avvicinato” con queste scuse per poi approfittare della posizione che aveva. Era tutto molto strano ma con il tempo ha iniziato a capire che c’era qualcosa che non andava. Finalmente un giorno è scattata una molla, un’altra allenatrice di preparazione per una gara le disse di allenarsi sempre con tutta se stessa ma di pretendere sempre rispetto e di parlarle se qualcuno non l’avesse fatto e questo pensiero non l’ha più abbandonata.

E passato ancora un po’ di tempo poi c’è stato un episodio più pesante del solito, ha avuto tanta paura e ha finalmente parlato. Il suo amore per quello sport però non è sparito, forse è stata compromessa la sua carriera agonistica, ma oggi continua a praticarlo e lo insegna ai bambini. Non ha trasformato in odio l’amore per qualcosa che l’ha fatta soffrire, terribilmente soffrire. Io, come lei, sono convinta che mantenere viva questa passione l’abbia aiutata ad andare avanti nonostante il trauma subito.

E’ stata lei a farmi notare che alle olimpiadi di Londra 2012 è salita sul podio più alto la judoka statunitense Kayla Harrison, anche lei ha subito violenza sessuale, a soli 13 anni, dal suo istruttore. Non si è fermata, è andata avanti e forse così ha vinto due volte. Ha vinto nella vita e nello sport.

Tenere occupato corpo e mente quando il mondo ti cade addosso aiuta. Lei ne è convinta, tanto che la citerà nella sua tesi che parla dello sport come strumento di recupero della salute fisico-mentale dei bambini vittime di abusi, per esattezza lo scopo della tesi è di evidenziare che esiste questo problema e di tentare di creare delle linee guida di comportamento da tenere da parte di allenatori, atleti e genitori. Tenere corpo e mente occupati è una salvezza perché nel momento in cui ti cade il mondo addosso la mente continua a soffermarsi solo ed esclusivamente sulla situazione negativa e di conseguenza anche il corpo va in “pappa”. La cosa importante è tenere sempre la mente occupata, con qualsiasi cosa, perché altrimenti non è più finita, si continua a sprofondare nel buio.

Continuare l’attività sportiva però l’ha anche costretta a incontrare ancora il suo preparatore atletico, visto che la sua attività di insegnante non si è sospesa nella lunga fase processuale. Mi chiedo dove ha trovato il coraggio di mantenere il sangue freddo. Anche lei se lo domanda. Forse passione, determinazione, paura, la consapevolezza di non essere creduta da tutti e quindi fingere e andare avanti come se niente fosse. Una volta le ho chiesto cosa direbbe a chi è vittima di violenza. Sembrerà banale, ma gli direbbe di parlare, di non tenersi dentro niente perché senza parlare diventa ancora tutto più difficile e che anche se all’inizio le cose sembreranno ancora più grandi di quello che sono (e già lo sono così) di non vergognarsi, di non sentirsi in colpa perché loro non hanno colpe. Chi si deve vergognare è chi fa loro del male.

Mi lascia la frase di un suo caro amico “nessun dolore è per sempre”. Le sono vicini una sana famiglia, due amici straordinari e un paziente fidanzato. Ha trovato aiuto anche in Prometeo, un’associazione che lotta da anni contro la pedofilia ed è stato fondamentale scoprirla e averne l’appoggio. Mi assicura che anche se all’inizio sembra impossibile uscire vivi da questa situazione o meglio sani di mente in realtà non è così! Oggi lei sta bene. Dovrà fare sempre i conti con questa storia, ma dal momento che ha iniziato ad accettarla ha ricominciato a vivere e ha smesso di sopravvivere. Mi stupisce sentirla parlare delle sue insicurezze perché io la vedo come un leone, forte e coraggioso eppure sostiene di avere ancora tanta strada da fare, che deve ancora imparare a credere di più in se stessa. Io non so dove vuole arrivare, per me lei è già dove non tutti riescono ad arrivare.

Ha saputo trasformare la crudeltà disordinata di chi perde il controllo nella forza ordinata di chi il controllo lo detiene. La differenza è sottile ma c’è. Chi è lei? Di chi ho raccontato la storia? Non credo sia importante. Il suo nome non fa la differenza. La differenza la fa la sua passione di vivere, quella che dovremmo avere tutti.