Grandi opere e luoghi comuni, anche a Sona

In Italia è facile cadere nei “luoghi comuni” legati alla politica ed alla sua mancanza di credibilità. Una fra tutte è la famosa frase “Piove, governo ladro”.

Si sarebbe tentati di reagire a questa forma di appiattimento dell’opinione popolare che di certo non giova a rendere fiero della propria identità ogni italiano. Il “luogo comune” è tipico nostro, una forma, probabilmente di stile latino (qua addietrus tempore, tuttam campagnam erat), che porta a non trasmettere fiducia verso eventi e persone che in sé dovrebbero essere simbolo autorevole di alto profilo sociale.

Anche le grandi opere cadono purtroppo in questa “abitudine italica” e, finché riguardano luoghi lontani come la Val di Susa, si tende a pensare che la reazione delle popolazioni sia puro istinto di salvaguardia dei propri privilegi piuttosto che segno di un reale problema di equità e di giusta scelta. Quando però le grandi opere toccano il proprio territorio, la propria privacy, allora ecco che il “luogo comune” riemerge e ci si trova pronti a dare battaglia.

Ci potremmo chiedere: La battaglia è giusta quando tocca i nostri privilegi e sbagliata quando sta più lontano?

Dove stia la verità è un dato difficile da sapere, ma nella quotidianità della nostra vita ciò che viene portato all’attenzione non è di certo di sostegno.

Giusto per fare un esempio vicino a noi, da quando si è ripreso a parlare di TAV a Sona (agosto 2014), possiamo ben dire che gli eventi che ne sono seguiti non abbiano giocato proprio a favore di questa opera. Pare che il “luogo comune”, anche se superficiale, abbia anche in questo caso un suo solido fondamento. Un riferimento lo facciamo sicuramente all’indagine della Procura di Firenze sugli appalti per i progetti dell’Alta Velocità che riguardano anche la tratta che attraversa il territorio di Sona. Un’inchiesta in atto che coinvolge direttamente Ettore Incalza, ormai noto dirigente del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Ma ci sono altri riferimenti che fanno riportare in auge il “luogo comune”. Un recente autorevole rapporto dell’ufficio studi della CGIA di Mestre (Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato) evidenzia che le grandi opere in Italia hanno la tragica abitudine di essere eterne e dai costi infiniti.

Basti pensare che il progetto dell’asse ferroviario dal valico del Brennero a Verona, da una prima valorizzazione di 2.582 milioni di euro fatta nel 2001, al 31 dicembre 2014 era aggiornato a 9.222 milioni di euro, con maggiori costi pari a +257%!

E l’asse autostradale Brennero-Verona-Parma-La Spezia è passato dagli iniziali 1.032 milioni di euro del 2001 ai 4.682 milioni di euro del 31 dicembre 2014 con un incremento del 353%!

La CGIA di Mestre precisa che i progetti hanno subìto anche varianti in corso d’opera e quindi che questo incremento non è direttamente imputabile solo ad un adeguamento dei costi. Sta di fatto però che si inizia sempre a presentare opere con valori apparentemente  sostenibili per poi scoprire nel tempo, che questi valori, sostenibili non lo siano più e che quindi ne derivino oltre che opportunismi di vario tipo anche effetti concreti di cantieri fermi e lavori incompleti.

Ma vi è un altro “luogo comune” che purtroppo riemerge, quello dell’interesse privato nella realizzazione di un bene pubblico.

Dalle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta di Firenze risulta anche che si parli di TAV Brescia-Verona. Sì, proprio quella che attraversa il nostro territorio e dove Ettore Incalza è inevitabilmente coinvolto nella famosa accelerazione avvenuta nel settembre 2014 riguardo questo progetto TAV (e del consorzio coinvolto nella realizzazione) e delle preoccupazioni relative ai famosi comitato composti, come dice lui, “non da scalmanati come in Val di Susa, ma da persone per bene”.

Non parliamo poi delle intercettazioni del ministro Lupi anche se non direttamente collegate alla TAV. Alla faccia del “luogo comune” quindi!

Siamo di fronte all’ennesima conferma che in queste grandi opere ci sono persone che non pensano per niente al bene comune, ma piuttosto a quello personale in pieno disprezzo delle comunità che vivono nei territori interessati.

Per quello che può essere possibile alle nostre umane forze di gente comune l’invito è quindi di sostenere un responsabile dissenso verso questa forma surreale di fare politica.

Ci siamo dentro fino al collo anche noi… purtroppo. Si tratta, anche in questo caso, non di un effimero ma di un reale “luogo comune” che non deve essere subìto nel silenzio.

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Enrico Olioso
Nato a Bussolengo il 16 agosto 1964, risiede dall’età di 5 anni a Sona (i primi 5 anni a Lugagnano). Sposato con due figli. Attivo nel mondo del volontariato fin dall’adolescenza, ha fatto anche esperienza di cooperazione sociale. È presidente dell’associazione Cav. Romani, socio Avis dal 1984 e di Pro Loco Sona dal 2012. Fa parte della redazione di Sona del Baco da Seta dal 2002. È tra gli ideatori del progetto Associazioni di Sona in rete attivato nel settembre 2014 e del progetto Giovani ed Associazioni attivato nel 2020.