Gli oratori devono aprirsi alle periferie esistenziali. Nemmeno a Sona abbiamo bisogno di cristiani fatti in provetta

Con il periodo estivo, hanno preso forma le diverse attività di animazione che le nostre parrocchie del Comune di Sona propongono perché il tempo delle vacanze non sia esclusivamente riposo, con il rischio di degenerare in perditempo, ma sia valorizzato attraverso un’attività educativa che porta con sé formazione, divertimento e arricchimento spirituale.

L’occasione permette di riflettere sulla realtà degli oratori parrocchiali che hanno radici nel passato anche se la loro formula tradizionale è entrata in crisi a partire da quella che ha riguardato i presupposti della società cristiana.

Oggi esiste una società plurale, multirazziale, aperta, fondata su relazioni familiari spesso molto labili e fragili; anche l’educativo si è moltiplicato, diversificato, specializzato: sono nate palestre, scuole di sport, associazioni culturali e sportive, cooperative sociali in grado di gestire centri socio-educativi, centri aperti polivalenti, comunità alloggio per minori… insomma capaci di offrire servizi educativi di qualità.

La realtà ci dice che l’Oratorio non è più da solo nel campo educativo e che se vuole incidere ed essere efficace sulla vita dei giovani e del territorio, deve accettare la sfida di confrontarsi con la realtà per essere ponte tra la strada e la Chiesa: uscire verso le periferie esistenziali per evitare il rischio di una chiusura narcisistica e compiaciuta di cristiani fatti in provetta o che sanno di muffa.

Meglio “una Chiesa incidentata, che una Chiesa chiusa e malata” (Papa Francesco). A tal proposito il documento della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) nella nota sugli Oratori, “Laboratori di talenti”, pubblicata nel febbraio 2013 sostiene che questi non nascono come progetti “fatti a tavolino” ma dalla capacità di “lasciarsi provocare e mettere in discussione dalle urgenze e dai bisogni del proprio tempo”, “valorizzare e abitare la qualità etica dei linguaggi e delle sensibilità giovanili”, coniugando “prevenzione sociale, accompagnamento familiare e avviamento al lavoro”.

In quest’ottica, oggi gli Oratori “devono essere rilanciati anche per diventare sempre più ponti tra la Chiesa e la strada”, come li definiva San Giovanni Paolo II. Ecco quindi che se l’oratorio deve essere quantitativo perché fatto per tutti, è chiamato ad essere qualitativo, nella misura in cui punta sulla relazione personale, per continuare ad esistere e ad essere significativo.

Una relazione che deve non solo accogliere il giovane ma accompagnarlo nella crescita offrendo anche servizi in termini di competenze e di qualità a seconda dei contesti. È quella che in termini sociologici viene definita “inclusione” secondo la quale nessuno deve venir escluso o ghettizzato ma piuttosto accolto ed accompagnato secondo il proprio reale bisogno.

Certamente un fenomeno diffuso all’interno dei nostri oratori sono coloro che non si sentono parte dello stesso e che sono percepiti come un intralcio verso la creazione di un ambiente connotato educativamente. Sono giovani e gruppi collocabili metaforicamente alla soglia dell’oratorio. Stanno fisicamente dentro il suo spazio ma mentalmente ed affettivamente fuori.

Se con la loro presenza è come se chiedessero di essere riconosciuti e, quindi, di appartenere, con il loro comportamento non si lasciano coinvolgere più di tanto. Non sono, infatti, disposti ad adeguarsi fino in fondo alle regole e alle proposte dell’ambiente, ma la questione si fa interessante perché è qui che si crea la possibilità di essere concretamente un ponte tra la Chiesa e la strada.

Ecco quindi che l’ambiente ecclesiale che offriamo ai ragazzi deve radicalmente ridefinirsi con una forza propositiva in grado di creare interesse, percezione di prendersi carico della loro vita e tentare di farla crescere verso mete condivise anche con altri soggetti del mondo civile.

Deve stare almeno alla pari di tutte le agenzie che si interessano di ragazzi. Già da questo tempo è necessario allacciare rapporti non casuali, ma progettuali con tutto il territorio, con altre figure educative, che non siano solo il catechista o l’animatore di gruppo o di associazione. Qui la Parrocchia non rinuncia alla propria identità ma offre un’opportunità adatta al nostro tempo.

Don Pietro Pasqualotto

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Don Pietro Pasqualotto è coparroco di Lugagnano dal 2017. Sulla rivista cartacea del Baco tiene una rubrica di approfondimento e riflessione dal titolo "La rete di (don) Pietro"

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