Gli inglesismi sono davvero necessari?

L’evoluzione dell’idioma di un Paese è un fenomeno affascinante e interessantissimo. Ogni lingua, dall’italiano al russo, dall’inglese al giapponese, è oggetto di evoluzioni e arricchimenti, grazie ai dinamici e inarrestabili flussi culturali che hanno da sempre caratterizzato la storia dell’uomo.

La pubblicità, l’economia, il giornalismo e la flessibilità del lavoro sotto il grande cappello della globalizzazione hanno favorito negli ultimi anni l’irrefrenabile avanzata di inglesismi nella nostra lingua, sia in qualità di tecnicismi sia come una sorta di adeguamento del nostro stato e del nostro linguaggio. La nostra vita quotidiana è costellata da termini propriamente non italiani: “week end”, “all-inclusive”, “party”, “coffee-break”, “light”, “jobs act” sono solo sei di decine (o centinaia?) esempi di termini stranieri ormai di uso corrente.

Non c’è assolutamente nulla di male in ciò, se non per il fatto che questi termini hanno equivalenti italiani già perfettamente radicati (“partner”, “snack”, …), e che la loro traduzione in inglese non comporta alcun valore aggiunto né dal punto di vista della comprensibilità della comunicazione né in termini di padronanza della lingua straniera.

L’utilizzo di inglesismi è oggi monopolizzante; tuttavia, è opportuno distinguere i momenti in cui i termini stranieri sono necessari e quando, invece, sono un vero e proprio spreco.

Qualche esempio: “Helicopter money” e “Quantitative easing” sono terminologie inglesi relative all’economia che per la loro natura tecnico lessicale non possono essere tradotte in italiano, in quanto sintetizzano concetti e una loro traduzione letterale non avrebbe senso.

Altre parole vengono espresse in lingua originale sia per pura comodità sia perché aventi origine estera: la parola “server” è essenziale per indicare una componente informatica con determinate caratteristiche; il termine “blog” è stato coniato all’estero, nato dalla contrazione fra web e log (diario di rete).

“Dopo facciamo una call per organizzare un job meeting. Aspetto un tuo feedback”. Ormai all’ordine del giorno nell’ambito lavorativo, call e job meeting sostituiscono sempre (sì, sempre) i termini “chiamata” e “riunione di lavoro”. Da quando i termini inglesi conferiscono quel tono di professionalità in più? E poi feedback, trapiantato nel linguaggio da ufficio (ma non solo) al posto della parola “riscontro”.

Mentre da una parte l’utilizzo di alcuni termini inglesi può avvenire in circostanze in cui non se ne sente l’esigenza, dall’altra vi sono casi ai limiti del grottesco.

“Devo shareare [al posto di condividere, inviare] la presente mail ai colleghi”. Al di là della traduzione non necessaria, qui la parola inglese viene storpiata e modulata secondo il modo e il tempo verbale in italiano. Il risultato è un ibrido che non è né italiano né inglese.

Dulcis in fundo: “un candidato skillato”. Skillato, quindi “dotato di skills” (competenze). È un peccato prediligere un termine così ibrido e generico come “skillato” al posto di un aggettivo (italiano), a cui si può attribuire una vasta gamma di sfumature e significati in grado di arricchire la comunicazione.

A conclusione di questo articolo semiserio è impossibile non citare la canzone Tu vuò fa’ l’americano, che nel 1956 ironizzava sull’americanizzazione di quegli anni, ma che oggi è assolutamente attuale:

Tu vuò fá l’ americano,
mericano, ‘mericano
ma si’ nato in Italy!
Siente a me: Nun ce sta niente ‘a fá
Okay, Napolitan!
Tu vuó fá l’ american!
Tu vuó fá l’ american!

Al di là dell’uso che ne facciamo, la lingua italiana, scevra di inglesismi, possiede incredibili affreschi verbali, è ricchissima di termini, sempre affascinante per la costruzione e concatenazione di frasi subordinate e coordinate.

Che nasca come un gioco, una scommessa o un esperimento è indifferente: al fine di apprezzare l’intrinseca bellezza della nostra lingua, proviamo a utilizzare qualche termine inglese in meno a favore di uno italiano in più; evitiamo espressioni gergali o scorrette (o raccapriccianti come “apericena”); utilizziamo un inglese (corretto e a tutto tondo) nei giusti contesti. Magari il risultato ci stupirà.

Gianmaria Busatta
Nato nel 1994 e originario di Lugagnano, scrive per il Baco dal 2013. Con l'impronta del liceo classico e due lauree in economia, ora lavora con numeri e bilanci presso una società di servizi. Nel (poco) tempo libero segue con passione la politica e la finanza e non manca al suo inderogabile appuntamento con i nuovi film al cinema (almeno) due volte a settimana. E' giornalista pubblicista iscritto all'ordine dei giornalisti del Veneto.