Giuliana, un nome per non dimenticare. La tragedia dell’esodo giuliano-dalmata nel racconto di una fanciullezza difficile

Quando studiamo la Storia, molti avvenimenti ci sembrano distanti ed astratti. Nomi di imperi, nazioni, popoli, alleanze o guerre con successivi trattati di pace e spartizioni di territori ci appaiono come una lunga partita di Risiko. Se ci soffermiamo, però, a pensare cosa vuol dire tracciare un confine su una mappa, cedere o annettersi un territorio, cominceremmo a vedere volti, famiglie e sofferenze.

Abbiamo la “fortuna” di avere ancora testimoni viventi di cosa sia stato uno di questi avvenimenti: l’esodo giuliano-dalmata. In oltre un trentennio (l’esodo durò sino al trattato di Osimo del 1975) trecentomila sono stati gli esuli dall’Istria occidentale, da Fiume e da Zara. Vivevano in città e province da secoli abitate da gente italiana fin dalla colonizzazione romana, seguita poi sino alla fine del 1700 dalla dominazione veneta, ma improvvisamente divennero stranieri mal visti e non voluti.

Furono costretti a scegliere se rimanere italiani e di conseguenza abbandonare tutta la loro vita e il loro passato o rimanere in Jugoslavia, ma abbandonare le proprie radici, la lingua, la religione. L’Italia del dopoguerra non era propriamente ben organizzata per ricevere i profughi ed in più non erano nemmeno tanto ben visti perché erano considerati filo-fascisti (come se in Italia non ce ne fossero più o mai stati).

Mi sono fatta raccontare la storia di Giuliana Pulliero (nella foto sopra di Mario Pachera oggi e nel campo profughi di Brescia), nata il 3 maggio del 1946 a Fiume e che risiede a Lugagnano.
Sono nata a Fiume da madre fiumana, Livia Baccarini, italianizzato da Baccarcich durante il fascismo, e da padre veneto, Ezio Pulliero che si trovava a Fiume per il servizio militare come marinaio e poi rimasto per amore. Mi chiamo Giuliana, di nome e di fatto. In seguito al Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947, per questo diventata poi la data per la Giornata del ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano, l’Italia dovette cedere alla Jugoslavia tutte le città costiere dell’Istria occidentale, compresa Fiume, e le isole del Quarnaro e di Zara. Già dal ’45 con l’arrivo dei Titini la vita per noi italiani si era fatta più dura. Non potevamo parlare la nostra lingua madre né praticare la nostra religione. Mia nonna che era bidella venne licenziata in tronco per non aver voluto rimuovere il crocefisso e la bandiera italiana. Dopo il Trattato, quindi, gli italiani che volevano rimanere italiani dovevano dichiararlo in Prefettura Italiana che li destinava ai campi profughi in Italia. La mia famiglia venne divisa, perché a mio papà venne rilasciato un lasciapassare per tornare alla sua residenza a Verona, mentre io e mia mamma e tutta la sua famiglia venimmo destinati a vari campi profughi, chi a Gaeta, chi Napoli, o Pescara. Io e mia mamma venimmo destinate a Brescia, mentre mia nonna a Barletta.

La comunicazione di licenziamento della nonna di Giuliana per non aver voluto rimuovere il crocefisso e la bandiera italiana da scuola.

Quindi doveste lasciare Fiume dall’oggi al domani e tu e tua madre arrivaste in Italia separatamente da tuo padre.
Esatto, noi partimmo nel giugno del ’48 e non ci era concesso di portare nulla con noi se non una minuscola valigia con i documenti e poco altro. La conservo ancora, così come il certificato di matrimonio dei miei genitori, i certificati di nascita e di battesimo ed il Vangelo di mia nonna e poche foto. Le nostre vite erano racchiuse in quella valigetta. Mio padre fu più fortunato perché poté portare con sé anche alcuni mobili, ma dovette abbandonare comunque la sua attività di officina che aveva aperto.

Cosa ricordi dell’arrivo in Italia e del campo profughi.
Ovviamente non ho proprio dei ricordi diretti, perché avevo solo due anni. Anni dopo, però, tornata a Brescia, quando sono stata davanti al muro del campo profughi che era un’ex caserma l’ho immediatamente riconosciuto. Ricordo che il viaggio in treno fu molto lungo. All’inizio eravamo sole, io e mia mamma. Mia nonna partì per la sua destinazione, Barletta, a luglio. Durante il viaggio mia nonna, che aveva una personalità molto intraprendente, conobbe un’altra signora che aveva i figli a Bari, ma era destinata a Brescia. Senza pensarci due volte si scambiarono i documenti e così mia nonna venne a Brescia. E questo fu determinante per la mia vita.

Giuliana in braccio al papà nel campo profughi a Brescia.

Quindi tua nonna riuscì a raggiungervi al campo profughi di Brescia. Perché fu determinante questa sua azione?
Il campo profughi di Brescia, come gli altri immagino, era una vecchia caserma con grandi camerate con letti a castello con gli spazi divisi tra famiglie con tende. Non era sicuramente un bell’ambiente. Una notte, esattamente il 25 agosto 1948, mia madre fu svegliata da un forte rumore sul letto soprastante il suo. Probabilmente una pantegana, visto che ce n’erano parecchie. Per lo spavento si alzò d’improvviso sbattendo contro un palo del letto provocandosi una forte emorragia. A causa del coprifuoco e della mancanza di luce, nonostante i vicini abbiano provato ad aiutarla, perse molto sangue. Portata in ospedale la mattina successiva, purtroppo morì. Aveva solo 24 anni. A quel punto io risultavo essere sola al campo, infatti mia nonna era lì, ma con un altro nome, ed ero destinata all’orfanotrofio.

Tuo papà nel frattempo vi aveva trovate? Come mai non pensarono di affidarti a lui?
Sì, mio papà ci aveva trovate, tanto che ho una foto in braccio a lui a Brescia, ma non avendo ancora trovato un lavoro non era considerato affidabile e quindi non poteva portarci con sé. In ogni caso, prima che mi portassero all’orfanotrofio, mia nonna scappò dal campo profughi e mi portò a Verona da mio padre. Mio padre riuscì poi in breve tempo a riavere la sua abitazione di prima di partire militare e trovò anche lavoro per le ferrovie. Per alcuni anni però ogni tanto mia nonna mi doveva nascondere dalle assistenti sociali che volevano comunque portarmi in orfanotrofio. Allora mi portava a trovare altre famiglie giuliane in giro per l’Italia e con molte di loro ho mantenuto e tuttora mantengo i contatti. Capita ancora che, sapendo del mio interesse a mantenere viva la memoria, mi mandino vecchie foto ritrovate alla morte di qualche parente. Siamo ormai sparpagliati per tutto il mondo, Stati Uniti, Australia, Sud America e un po’ alla volta i legami si stanno perdendo. È normale, ormai i figli dei figli non parlano più italiano.

Grazie a tua nonna, quindi, hai potuto crescere con l’affetto della tua famiglia nonostante la morte prematura di tua madre.
Sì, mia nonna mi ha aiutata a non perdere le mie radici. Ricordo che una delle cose che la facevano più soffrire era che le dicessero che era croata. Lei si è sempre sentita profondamente italiana, ma anche fiumana e il dover abbandonare la propria casa, il proprio paese da generazioni perché improvvisamente ti dicono che non è più tuo, solo chi l’ha provato può capire lo strazio che provoca. Io ero piccola e sicuramente ho sofferto questo dolore solo attraverso i racconti di mia nonna, dei miei zii e cugini più grandi. Non ho mai voluto tornare a Fiume perché avevo paura che la città reale mi deludesse in confronto ai racconti di mia nonna. Solo nel 2017 ci sono tornata in occasione di una sfilata di Carnevale. E devo dire che l’ho trovata come me la immaginavo dai racconti.

Ripensando alla tua storia, cosa ti senti di dire.
La storia della mia famiglia è sicuramente rocambolesca e tragica, ma io non posso che dirmi fortunata. Pur avendo perso mia madre da piccola, ho sempre avuto tanto affetto e amore. Ricordo la solidarietà dei fiumani nei nostri confronti che non avevano scordato mia nonna che nel suo quartiere a Fiume era molto conosciuta sia per il suo lavoro nella scuola sia per altri suoi servizi nella comunità. Si occupava di vestire i morti, metteva a posto i “nervi” ed era molto attiva in tutte le opere parrocchiali, essendo tra l’altro anche Terziaria francescana. Poi, nella casa dove vivevo con mia nonna e mio padre c’erano quattro appartamenti ma di fatto eravamo un’unica grande famiglia. Le porte erano sempre aperte. Anche se nel dopoguerra c’era poco si condivideva quello che si aveva, che fosse cibo, spazio o tempo in un bel clima familiare che non ho più dimenticato.

Ringrazio Giuliana di aver condiviso con me il racconto della sua vita e di tanti altri aneddoti della sua famiglia. Credo sia importante dare volti e sentimenti agli avvenimenti storici, per ricordare che trecentomila esuli prima che un numero sono trecentomila individui, storie e vite che per pochi chilometri avrebbero potuto essere le nostre.

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Nata a Verona risiede a Lugagnano dal 1996. Sposata con Alessandro ha due figli, Matteo e Michele. Collabora nella gestione dello Studio Tecnico del marito. Amante della montagna, della vita all'aria aperta e della lettura.