“Giulia, dammi il tuo amore”: La pretesa di essere corrisposto in una canzone che dovrebbe farci riflettere

“Giulia, o mia cara,
n
on riesco a mangiare
non dormo ormai da un secolo, non mi credi
senti la mia voce, è con questa che ti supplico
tu che sei il mio angelo
non lasciarmi in mano agli avvoltoi
fa quel che vuoi, ma dammi il tuo amore”. 

In poche frasi di questa canzone, sono racchiusi il male d’amore, il disagio, la richiesta supplichevole di accoglienza e anche la determinazione, ovvero la pretesa, con la quale chiedere per forza di corrispondere un sentimento. “Dammi il tuo amore”, dal punto di vista grammaticale, è una proposizione retta da un verbo imperativo: “dammi”. E, pensando all’omicidio di Giulia Cecchettin, avvenuto l’11 novembre scorso per mano dell’ex fidanzato Filippo Turretta, queste parole mi fanno riflettere.

Il testo riportato è firmato dal cantautore Gianni Togni e dallo scrittore di testi Guido Morra, in una canzone, Giulia, uscita nel lontano 1984, cioè quasi 40 anni fa. Questi due artisti hanno portato al successo anche Luna. Morra ha scritto anche uno dei testi più importanti della musica italiana, cioè I migliori anni della nostra vita di Renato Zero, e poi tanti altri, da Bravi ragazzi di Miguel Bosé, a Storie di tutti i giorni di Riccardo Fogli, solo per citare i più noti.

Che cosa voglio dire? Che le pene d’amore, vissute in modo struggente e disperato, con le relative sofferenze e frustrazioni, non sono cose espresse da questa generazione di giovani spesso definita sballata, disorientata, incline all’autolesionismo. Sono sentimenti che ci sono sempre stati, che ci saranno sempre, per ogni donna e per ogni uomo, per ogni spazio ed ogni tempo.

Quello che cambia è il contesto in cui sono vissute, e questo non è poco. E vanno viste nella complessità della vita di una persona, non limitatamente a uno squarcio della stessa. Sì perché l’autore di queste parole, è quello che ha scritto anche la frase: “Credo che ogni giorno sia come una pesca miracolosa”, quindi non è una persona diventata follower del pessimismo leopardiano.

E allora cosa sta succedendo oggi? Non è che posso rispondere al domandone per il quale neanche sociologi, psicologi, dotti, medici e sapienti hanno trovato una sentenza chiarificatrice.

Però osservare sì, quello posso. Notare cosa succede, raccogliere alcuni pensieri, quelli sì. La statistica parla chiaro, inutile nasconderci, e lo dico da uomo pensando al dibattito imperante sul sessismo e sulla patriarcalità della famiglia (citando il riferimento di quanto detto dalla sorella di Giulia).

Ci sono continuamente uomini che ammazzano donne, non il contrario: mariti contro le mogli, compagni contro compagne, ragazzi contro ragazze. Non dico che come uomini dobbiamo sentirci colpevoli, perché la maggior parte dei componenti della schiera maschile non commetterebbe mai simili atti. Però, se è vero e non può essere diverso che tutti noi dobbiamo cominciare da qualcosa, siamo noi uomini che dobbiamo cominciare ad essere addolorati, solidali, e ribelli contro queste ripetute e inaudite violenze. Cominciamo ad evitare di fare battute tendenziose, povere di dignità.

Ricordiamoci che, in questa imperante globalizzazione, una battuta esplosa in rete diventa virale, estesa, motivo di virtuale condivisione di divertimento, ma in verità solo estensione comune di una incosciente pochezza di dimensioni giganti.

C’è un altro pensiero, che non c’entra nulla con l’essere maschio o femmina, piccolo o grande, giovane e vecchio, che mi rattrista. E cioè che i tanti episodi di vita di cui siamo protagonisti o a cui siamo sottoposti ogni giorno, che siano visti in tivù o vissuti in coda al supermercato, evidenziano la perdita comune di due importanti tesori che le generazioni precedenti ci avevano conferito in dote: il rispetto e la pazienza.

Si buttano le immondizie dai finestrini, si tira dritto alle strisce pedonali, non si chiede scusa se si spinge qualcuno per arrivare prima, non si ascoltano gli anziani, che sono considerati persone lontane dal tempo che stiamo vivendo, e quindi nostalgici portatori di espressioni noiose e inutili.

Oggi, parlando di pazienza, non si ripara quasi più nulla. Si cambia, si rinnova, tanto… alla faccia dell’inflazione, del debito pubblico e della perdita del potere d’acquisto, abbiamo una bassa soglia di povertà vera, e quindi qualche soldo in tasca ce l’abbiamo, altrimenti ci sono i finanziamenti, al risparmio chi ci pensa più. Ma quanti di noi pensano a momenti e ricordi della propria vita legati a un oggetto posseduto? Non credo che ci resterà nel cuore uno dei 46 modelli di telefonino che abbiamo cambiato.

Ma cosa c’entra tutto questo con l’omicidio di Giulia? Sei andato fuori argomento, o mio caro scrittore da strapazzo! Forse. Ma l’amore, quello vero, non vive solo nel cuore per una ragazza, ma sta nel modo in cui ripieghi il pigiama che metti sotto il cuscino e che userai la notte successiva. Sta nel soccorrere una persona che camminando per strada è scivolata su una foglia caduta da un albero. Sta nell’ascoltare il vicino di 80 anni che vedendoci ogni giorno ci ferma per salutarci e per raccontarci ancora una volta che quando aveva la nostra età era tutto diverso.

Già, era tutto diverso. Lo sapete che tante coppie si separano dopo 30/40 anni di matrimonio perché non riescono più a sopportarsi? Se ogni giorno non andiamo a letto ripensando a un momento di rispetto, di pazienza rivolto a una persona della nostra famiglia, a uno sconosciuto, a un cliente, a un amico o a chicchessia… Ogni giorno perdiamo un po’ di amore per gli altri, e un bel pezzo di noi. Ogni giorno diventiamo più aridi, più impazienti, più maledettamente nervosi, insicuri, aridi.

E se nella nostra inconsapevole aridità, la Giulia che c’è nella nostra vita e che diamo per scontata, ci dice: “Scusami, ma non riesco più ad amarti”, cosa facciamo? Diventiamo come il protagonista della canzone, diventiamo quello che, privato ogni giorno di una goccia di rispetto o di pazienza dice: “Fai quel che vuoi, ma dammi il tuo amore”.

Solo che il già imperativo “dammi” diventa “devi darmi”. Eccoci al crollo, allo scoppio, alla frana delle fondamenta della nostra vita. Potremmo non essere più in grado di ricordarci che “sì sto soffrendo, ma ogni giorno è come una pesca miracolosa”.

Amore, rispetto, ogni giorno, anche verso chi mostra di non darcene ma non può non restare colpito dal nostro comportamento. Perché ogni Giulia della nostra vita possa rincorrere i suoi sogni, e perché non ci sia più alcun Filippo capace di compiere gesti per cui nessun essere umano può definirsi tale. Buona pesca miracolosa a tutti.

Massimo Bolzonella
Massimo Bolzonella nasce a Verona il 13 maggio 1965 intorno alle ore 22. Giornalista pubblicista dal 1991, ha prestato la sua voce alla radiofonia veronese per quasi 40 anni. Scrive e vive di musica Italiana, ha curato la comunicazione web di Umberto Tozzi per 12 anni. Sposato, ha due figli, due gatti e un cane. La frase della sua vita è "Sai dove vado adesso? A farmi il mondo", pronunciata da John Travolta nel film "Stayin'alive" dopo il trionfo da primo ballerino a Broadway.