È una classica domenica a pranzo dai nonni. Mi trovo a guardare la TV insieme a tutti i miei parenti quando, a un certo punto, al telegiornale spunta un servizio che parla di politica. Da quando sono piccola, ogni volta che si accende il telegiornale, mia nonna esclama: “Sbassa che i parla de politica”, che tradotto dal dialetto veneto significa: “Abbassa il volume per piacere, mia dolce nipotina, che stanno parlando di politica.”
Oltre a non capire cosa c’entrasse il volume della TV con i politici, mi sono sempre chiesta: Perché questo disprezzo per i nostri politici? Mia nonna non è certo l’unica a lamentarsi. Anzi, sempre durante questo famigerato pranzo in famiglia, parte lo zio con i suoi discorsi sulla politica italiana, trascinando con sé mio nonno e il resto dei parenti. Ma perché tutte queste lamentele? Forse dovremmo fare un passo indietro nella storia e chiederci come sono nate la nostra politica e la nostra democrazia in Italia.
La Repubblica Italiana nacque in seguito al referendum nazionale del 2 giugno 1946, indetto per determinare la forma dello Stato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Arrivare alla Repubblica non è stato semplice: ci sono voluti decenni di lotte, cambiamenti radicali, rivolte e spargimenti di sangue.
Tutti conosciamo la figura di Benito Mussolini e cosa sia accaduto durante il suo regime. Un esempio sono le leggi razziali, una serie di norme emanate tra il 1925 e il 1926 che avviarono la trasformazione del Regno d’Italia in un regime fascista. Tra le leggi c’erano il divieto di libertà di stampa e di pensiero politico, segnando la fine di molte libertà fondamentali.
E tutti conosciamo anche i partigiani. Ma siamo sicuri che la loro sia stata una figura esclusivamente positiva? Secondo Wikipedia, i massacri delle foibe furono eccidi contro militari e civili italiani, compiuti nella Venezia Giulia durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale da parte dei partigiani.
Ho citato questi esempi che vengono dalla Storia, ma oggi in Italia né il fascismo né il comunismo esistono più. Viviamo in una Repubblica democratica che, senza che ce ne accorgiamo, mantiene un equilibrio che va avanti da quasi ottant’anni. Forse la politica, più che essere giudicata, va capita e studiata. Ma come può un giovane di diciott’anni come me provare almeno un po’ di interesse per la politica?
Questa domanda l’ho posta a molte persone, persino al sindaco di Verona Damiano Tommasi. Sono arrivata alla conclusione che non siano i giovani a dover andare verso la politica, ma piuttosto il contrario: deve essere la politica ad avvicinarsi ai giovani. Viviamo in un Paese pieno di campanelli d’allarme, e non sto dicendo che la politica debba modellarsi sui desideri dei ragazzi, ma almeno spiegare il perché delle scelte e delle questioni fondamentali.
Facendo una breve ricerca, mi sono imbattuta in una domanda che mi ha colpito: Perché ci sono tanti anziani che vorrebbero andare in pensione, ma altrettanti giovani che cercano lavoro? Non ci avevo mai pensato, ma è una questione reale. Ad esempio, perché ci sono professori di sessant’anni ancora in cattedra, mentre molti laureati faticano a trovare un posto di lavoro? Capisco che ci siano procedure e regole, ma è davvero così difficile cambiare questo “sistema”? E, se sì, perché?
L’Italia è un Paese che, se guardiamo alla storia, non manca di esempi di rivoluzioni e cambiamenti. Eppure, sembra quasi che oggi abbiamo paura di cambiare. Il mondo evolve, il pensiero si trasforma e noi con lui. Ma questo molti ragazzi non lo comprendono del tutto, e come biasimarli?
Forse, il problema non è solo la politica in sé, ma il modo in cui viene percepita e comunicata. Per avvicinare i giovani, servirebbe un linguaggio più diretto, trasparente e accessibile, che li renda partecipi di un processo decisionale che, in fondo, riguarda anche loro. Non basta parlare di riforme o grandi ideali: è necessario costruire un dialogo tra generazioni, un ponte che permetta di superare la sfiducia e le incomprensioni. Solo così possiamo sperare di trasformare le lamentele in un impegno collettivo per migliorare il futuro del nostro Paese.
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