Giovani e social network: attenzione a quello che si scrive

Quanto accaduto nella scuola di Lugagnano nei giorni scorsi, con scritte insultanti apparse su facebook, mi ha subito ricordato una notizia, per certi versi molto simile, a cui i giornali hanno dato ampio risalto poche settimane fa: uno studente gallese (Liam Stacey, di 21 anni) è stato arrestato e condannato a 56 giorni di carcere per aver postato su Twitter commenti xenofobi, razzisti e offensivi in seguito alla notizia dell’arresto cardiaco di Fabrice Muamba, calciatore di colore del Bolton.

Due notizie molto simili in effetti, e con gli stessi ingredienti: ragazzi giovani nella prima, ragazzi giovani nella seconda; Facebook nella prima, Twitter nella seconda; commenti pesanti nella prima, commenti pesanti nella seconda. I protagonisti di entrambe le notizie sono giovani che si sono lasciati andare a commenti fuori luogo in un social network.

Un social network, come lo sono Facebook e Twitter e come ce ne sono molti altri, è una “rete sociale”, come dice il termine in inglese. È un ritrovo, un luogo per incontrarsi online. Esattamente come si può fare al bar, con la differenza che per incontrare gli amici al bar bisogna prepararsi ed uscire, mentre per incontrare gli amici su un social network questo non è necessario, perchè si può fare comodamente dal proprio computer.

Ognuno di noi può iscriversi, sia a Facebook che a Twitter, e creare gruppi, interagire, comunicare… Ma cosa si comunica su un social network? La risposta è: tutto! Ognuno dice quello che ha voglia di dire, esattamente come può fare al bar, o per strada, o in autobus.

L’unica – ma sostanziale – differenza è che non lo si fa, come se fosse al bar, di fronte a quattro amici (per riprendere le parole di una vecchia canzone), ma lo si fa di fronte ad un pubblico potenzialmente illimitato, come un giornalista quando scrive su un quotidiano o quando parla al telegiornale: è proprio questo che fa dei social network uno strumento molto potente, sia in positivo che in negativo.

Ma torniamo alle notizie. Il caso dei ragazzi di Lugagnano e quello dello studente gallese sono davvero molto simili.

In entrambi i casi i ragazzi si sono lasciati andare a commenti che tutti, in almeno qualche occasione, purtroppo abbiamo sentito: al bar, per strada o in autobus, come si diceva prima. In quei casi però abbiamo potuto continuare per la nostra strada, fare finta di niente, forse anche giustificare chi li aveva espressi: perchè è giovane… perchè non voleva dire proprio quello che ha detto… perchè forse non l’ha detto davvero e anche se lo ha detto non sapeva nemmeno cosa stava dicendo… e poi si sa come fanno i ragazzi quando sono in gruppo… tanto alla fine sono solo parole e “le parole volano”, come dicevano i latini.

Ma i latini, anche se sono venuti molto prima di Facebook e di Twitter, avevano anche aggiunto che “gli scritti rimangono” (il famoso “verba volant, scripta manent”)… dettaglio non da poco che né gli studenti di casa nostra né lo studente d’Oltremanica avevano considerato, così come forse troppo spesso anche noi – giovani e meno giovani – facciamo quando scriviamo quello che ci passa per la testa senza renderci conto che basta un click per condividerlo con tutto il mondo.

Mi sembra importante fermarsi a riflettere sul fatto che Facebook e Twitter in fin dei conti sono solo degli strumenti di comunicazione, così come lo sono, ad esempio, i giornali, la radio o la televisione. Ho paragonato prima i social network ad un bar, in cui ci si ritrova per parlare dei più disparati argomenti. Ce la prendiamo con il bar se le persone che lo frequentano si lasciano andare a commenti stupidi? No di certo… e allora perchè ce la prendiamo con i social network se i nostri ragazzi li usano per scrivere delle stupidaggini?

È facile puntare il dito contro lo strumento, invece di fermarsi a riflettere sul motivo che spinge i nostri ragazzi ad usarlo in un modo invece che in un altro.

È facile dire che, se i nostri ragazzi scrivono delle stupidaggini, la colpa è di Facebook o di Twitter. È facile dire che quando non c’erano i social network certe cose non succedevano… Fermarsi a chiedersi come mai i nostri ragazzi certe cose le pensino e le comunichino – a prescindere dal come lo fanno – richiede un esame di coscienza e un’assunzione di responsabilità che forse ci fa comodo evitare.

Sarebbe sicuramente più utile se ci preoccupassimo di quello che noi e i nostri ragazzi comunichiamo, invece che del modo in cui lo facciamo.

Perchè alla fine, che lo urliamo per strada, che lo scriviamo sui muri, o che lo scriviamo su Facebook o su Twitter, un commento stupido rimane un commento stupido.