Giorno della Memoria: ricordare non basta

L’Olocausto produsse 12 milioni di morti. Un numero equivalente all’intera popolazione lombarda. Affollerebbero circa 150 stadi olimpici. Se si mettessero in fila, coprirebbero il tragitto di andata e ritorno tra New York e Bangkok.

Ottantuno anni fa ci siamo giurati che queste innumerevoli vittime ci avrebbero insegnato a non essere più indifferenti. Non stiamo rispettando quella promessa.

Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche liberarono il campo di sterminio nazista di Auschwitz. Da allora si è stabilito che proprio il 27 gennaio sarebbe stato celebrato ogni anno come Giorno della Memoria. È una data che le istituzioni commemorano con cerimonie ufficiali, discorsi e momenti di raccoglimento.

L’obiettivo è ricordare le vittime della Shoah, preservare la memoria storica ed educare al rispetto dei diritti umani, di modo che l’odio, la discriminazione e l’indifferenza non si ripetano. In questo senso, la memoria della Shoah è un dovere civile universale, un monito affinché simili atrocità non accadano più.

Oggi ci troviamo in un contesto in cui le relazioni internazionali sono messe in dubbio da tensioni, guerre e prepotenze. Basti pensare ai comportamenti di Trump, sempre più simili a quelli di un imperatore, che ci fanno dubitare della nostra alleanza con gli Stati Uniti, oppure alla guerra tra Russia e Ucraina e, soprattutto, al genocidio compiuto da Israele ai danni della popolazione palestinese di Gaza.

Spesso sento ragazzi e adulti scegliere di non prendere posizione su questi fatti. Mai cosa più sbagliata. Non informarsi, non decidere da che parte stare è una pigrizia che non ci possiamo permettere. Questo atteggiamento non riguarda solo i cittadini comuni, ma è presente anche nei governi, che considerano la Giornata della Memoria una semplice celebrazione obbligata e non imparano a non voltare più le spalle davanti a situazioni crudeli come quella in Palestina.

Prendiamo in esame il nostro governo, in particolare per quanto riguarda la situazione in Medio Oriente. Non solo l’Italia non riconosce lo Stato di Palestina, ma continua anche a collaborare attivamente con Israele. Tra Italia e Israele, infatti, vige un Memorandum of Understanding (MoU) sulla cooperazione di difesa, attivo da oltre vent’anni. Questo accordo può includere scambi di intelligence, esercitazioni congiunte e produzione industriale nel settore della difesa. Una cooperazione che potrebbe essere interrotta, se il governo lo volesse. Eppure non agisce.

Molti pensano che tagliare i rapporti con un paese alleato, con cui esistono rapporti militari ed economici consolidati, sia pressoché infattibile. Eppure altri governi europei dimostrano che opporsi a una nazione un tempo alleata, non solo a parole ma anche nei fatti, è possibile.

Un esempio è la Spagna, che ha concretizzato la sua opposizione al governo Netanyahu con una presa di posizione netta: fu tra i primi Stati a riconoscere la Palestina come Stato indipendente. Inoltre, con l’inizio delle atrocità e delle pulizie etniche perpetrate da Israele, smise di collaborare con il paese su molti livelli.

Nel concreto, annullò numerosi contratti. Tra questi, l’appalto di munizionamento della Guardia Civil affidato all’israeliana “IMY Systems”, un contratto da 700 milioni di euro per un sistema di lancio di razzi sviluppato da “Elbit Systems” e un altro da 300 milioni per l’acquisto di missili “Spike” destinati all’aeronautica. Nel complesso, con questa serie di appalti annullati, la Spagna ha perso 4 miliardi di euro.

Infine, il premier Sánchez dichiarò in un’assemblea dell’UE, riferendosi agli accordi di collaborazione Israele-UE: “non ha assolutamente senso che abbiamo approvato 18 pacchetti di sanzioni alla Russia per la sua aggressione contro l’Ucraina e l’Europa e, con doppi standard, non siamo nemmeno stati in grado di sospendere l’accordo di associazione con Israele, quando stanno palesemente violando l’articolo 2 in termini di diritti umani”.

L’articolo 2 infatti stabilisce che l’accordo è valido solo se Israele garantisce elevati standard di tutela dei diritti umani.

Se Sánchez può permettersi di prendere una posizione tanto radicale contro Israele, è perché in Spagna le manifestazioni e l’interesse della popolazione per la causa palestinese si sono fatti sentire molto più che in Italia. Lo dimostra il fatto che, secondo un sondaggio tenutosi in Spagna, l’82% degli spagnoli considera Israele uno Stato genocida.

Ciò dimostra che opporsi a quello che sta accadendo ha un valore concreto ed è proprio questo che dovremmo imparare nella Giornata della Memoria: tu, sì, proprio tu che stai leggendo dietro lo schermo, hai il potenziale per cambiare le cose. Dì ciò che pensi veramente, fatti sentire, ribellati se necessario; non voltarti.

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