11 novembre 2023. È di recente trascorso un anno dal tragico omicidio di Giulia Cecchettin, che ha scosso le giovani di tutta Italia, ma ha anche portato a delle profonde riflessioni.
La sorella di Giulia, Elena, ha fatto sin da subito sentire la sua voce rilasciando dichiarazioni forti, che colpiscono direttamente al cuore della società: “I mostri… – dichiara Elena – non sono malati, sono figli sani del patriarcato”, con queste parole ha posto un accento sulla responsabilità della violenza di genere, estendendola non solo all’omicida di sua sorella, Filippo Turetta, ma anche all’ ideologia di base della collettività.
Di fatto, da un’attenta osservazione dei diritti delle donne nel corso della storia italiana, si può ricavare che siano relativamente recenti, entrati in atto per la prima volta nel 1948 con l’introduzione del suffragio femminile, che ha dato il via all’estensione di vari altri diritti che avrebbero dovuto portare all’uguaglianza finale dei due sessi, dalla quale però, evidentemente, siamo ancora distanti.
Le donne ora hanno diritto a lavorare, a scegliere la loro carriera, ma gli stipendi continuano ad andare a ribasso rispetto a quelli degli uomini e le critiche si accumulano, motivate dal fatto che si fa fatica ad accettare che la donna non serva più come balia, ma che abbia obiettivi e ambizioni concrete.
Le donne possono, o per lo meno dovrebbero poter volersi vestire nel modo che preferiscono, in cui si sentono a loro agio, loro stesse, eppure i casi di stupro negli ultimi anni mostrano numeri agghiaccianti, così come è agghiacciante che il primo pensiero della popolazione davanti ad un caso di stupro vada ad un “cosa indossava?” invece che ad un “cosa possiamo fare per cambiare le cose?”.
Gli uomini sono spesso difesi perché la vittima “indossava vestiti provocanti”, che è traducibile in “ha risvegliato nello stupratore un istinto primordiale”. Da dati statistici risulta che ben il 29% degli adolescenti è molto o abbastanza d’accordo con l’opinione che le ragazze possono contribuire a provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire. E a pensarlo non sono solo i ragazzi, ma anche le stesse ragazze.
Coloro che esercitano violenza di genere e non solo fisica, ma anche psicologica, si sentono quindi in qualche modo giustificati nelle loro azioni, nei loro pensieri perché la storia umana li ha sempre legittimati a commetterli.
Per questo motivo è innanzi tutto necessario che l’educazione al rispetto della donna venga inserita nella quotidianità, a scuola quindi o semplicemente come discorso da affrontare a tavola in famiglia. I genitori, in primo luogo, hanno il dovere e l’obbligo di instillare nei loro figli questi concetti di uguaglianza e solidarietà e di diffonderli come fatto dal padre di Giulia Cecchettin, che ha dato di recente vita ad una fondazione contro la violenza di genere, contro il patriarcato che continua a dilagarsi nella società.
Traendo la sua forza dalla morte tragica e prematura della figlia, ma contribuendo a prevenire episodi simili, nella speranza che, un giorno, le donne smetteranno di essere viste solo come un corpo, come bambole di pezza da manovrare, ma come esseri umani di egual valore e degne della stessa ammirazione e rispetto.
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