Giornata della Donna: Va perseguita un’uguaglianza delle opportunità o un’uguaglianza dei risultati?

 

“Autonomia nel pensiero e nell’azione”: Questa è la definizione di libertà. La stessa libertà che viene ancora oggi negata ad un’ampia fetta della popolazione femminile, soprattutto in Stati come l’Iran, in cui ragazze come Mahsa Amini vengono arrestate e assassinate con l’unica colpa di aver indossato in modo improprio il velo islamico, l’hijab. È proprio questo il compito della “polizia morale” sebbene, per noi, di morale abbia ben poco.

In risposta a questo clima di violenze perpetrate ingiustamente abbiamo assistito, negli ultimi anni, ad una serie di proteste e alla fondazione di movimenti come “Donna, vita e libertà”, concause che hanno portato quasi il 60% della popolazione iraniana, secondo i dati dell’agenzia Irna, a disertare le urne con il fine di boicottare le elezioni dello scorso venerdì.

Quella di oggi 8 marzo, dunque, non è una festa, ma una giornata in cui riflettere sulle conquiste sociali e politiche che le donne hanno ottenuto in oltre un secolo di lotta e sui cambiamenti di cui ancora necessitiamo nel mondo, in Europa e anche a casa nostra, in Italia.

Nel mondo occidentale il tentativo di attenuare il gender gap (le disuguaglianze di genere) vede fortunatamente il supporto di governi, associazioni, scuole e, grazie all’efficace sensibilizzazione attuata, anche della maggioranza maschile.

Permane, tuttavia, il dissenso ancora diffuso di coloro che non recepiscono in modo positivo la volontà di rendere la nostra società egualitaria non solo nella legislazione, ma anche nella mentalità. Di conseguenza, nel momento in cui viene attuata qualsiasi politica che mira ad assottigliare il divario di genere nascono i timori di una “discriminazione al contrario”; ciò deriva dal fatto che siamo abituati ad un bilanciamento, di fatto, sbilanciato, che consideriamo come “normalità”.

Ecco, dunque, che il compito di tutti – anche e soprattutto degli uomini – diventa quello di rendere consapevole quella componente maschile che non riesce a fare i conti con la realtà: attuare cambiamenti per ridurre le ingiustizie di genere significa basare la nostra società su valori giusti, ovvero quelli della libertà e dell’uguaglianza. E i benefici di una società così costituita non appartengono solamente alle donne, ma a tutti.

Di primo acchito, per alcuni, può essere complicato convincersi della veridicità di tali affermazioni. Talvolta, infatti, necessitiamo di ridimensionare il problema e ricondurlo ad un contesto a noi noto: quello delle relazioni di coppia, per esempio. Sono ormai molti gli studi che riscontrano una maggiore stabilità sentimentale in quelle coppie “alla pari”, dove il peso delle responsabilità – fisiche e mentali – e i compiti vengono suddivisi in modo equo e senza stereotipi. Insomma, questo rende evidente che rinunciare alla propria superiorità sull’altro non permette solo al rapporto di crescere, ma porta anche benefici sia alla donna, sia all’uomo.

Applichiamo ora lo stesso ragionamento su scala globale: ecco l’obiettivo che tutti noi dovremmo perseguire. A questo riguardo, negli ultimi anni sono state attuate diverse iniziative per bilanciare ulteriormente la presenza maschile e quella femminile nell’ambito scolastico, aziendale, governativo e della pubblica amministrazione. Ciò, tuttavia, apre le porte ad un’altra questione: quale uguaglianza stiamo ricercando? Perché, per quanto possa sembrare paradossale, le uguaglianze non sono tutte uguali.

È evidente, osservando i dati relativi all’ambiente universitario italiano, come i corsi di studio relativi alle discipline STEM – acronimo inglese che indica le materie scientifico-tecnologiche – siano frequentati in maggioranza da una componente maschile, in un rapporto di circa 6:4. D’altra parte, invece, la componente femminile prevale nell’ambito delle materie umanistiche, sanitarie e sociali, come riportato dall’Anagrafe Nazionale Studenti. Sono dunque nate diverse organizzazioni e iniziative, promosse talvolta dalle stesse università, con il fine di eguagliare la partecipazione di uomini e donne ai corsi scientifici ed allineare i piatti della bilancia.

Questo porta inevitabilmente a riflettere sull’obiettivo che effettivamente ci siamo prefissati: miriamo ad ottenere un’uguaglianza delle opportunità oppure un’uguaglianza dei risultati? Perché mentre la prima è, come ormai abbiamo appurato, una condizione necessaria, la seconda potrebbe indirizzare le stesse ragazze verso la strada sbagliata, portandole ad ignorare le proprie attitudini in favore di un sistema universitario più “bilanciato”, quasi come un dovere morale. E se questo avvenisse non solo in ambito scolastico, ma anche in tutti gli altri settori nominati in precedenza, si andrebbe a minare ulteriormente la stessa parità di genere, caricando le donne dell’ennesimo peso da sostenere.

L’obiettivo, infatti, da un secolo a questa parte, non è mai stato quello di rendere gli uomini e le donne identici, bensì quello di permettere ad entrambi di avere le stesse opportunità in tutti gli ambiti della vita. Per arrivare a questo è certamente necessario eliminare stereotipi obsoleti e mentalità arcaiche. Ma al tempo stesso è, invece, assolutamente controproducente e scorretto neutralizzare quelle che sono le caratteristiche e le attitudini naturali che ci rendono, di fatto, diversi. E questo sta accadendo sempre più frequentemente.

Dovremmo dunque rendere la Giornata internazionale della donna un momento di riflessione, interrogandoci sull’effettiva utilità di alcuni propositi, senza avere nessun timore nel rivedere alcune iniziative che potrebbero essere deleterie per lo stesso genere femminile e, di conseguenza, per tutti. Facciamo in modo che quella della parità di genere non diventi solo una mera ideologia, ma che costituisca effettivamente un miglioramento reale e concreto.