Gli appassionati di corse podistiche non possono mancare agli eventi organizzati dal gruppo “Verona Runner together free” che con finalità benefiche organizza nei giorni tradizionalmente festivi come Natale e Pasqua dei momenti per correre assieme in amicizia. Erano in centinaia puntuali domenica mattina 5 aprile in piazza Bra per questa settima edizione di “Pasqua con Verona Runner” che ha previsto per loro una clamorosa sorpresa dentro l’uovo pasquale.
Ai blocchi di partenza in qualità di ospite d’onore e testimonial di eccezione si è presentato Gianni Poli, un mito della maratona italiana dal curriculum sconfinato e famoso in tutto il mondo soprattutto per aver vinto nel 1986 la maratona di New York (nella foto sopra), la più conosciuta del pianeta.
Approfittando della sua gentilezza e disponibilità ho voluto scambiare quattro chiacchiere con questo signore alla soglia dei settant’anni che ancora oggi frequenta il mondo running organizzando corse ed eventi e non perde occasione di indossare le scarpe da corsa e gettarsi nella mischia assiema a migliaia di appassionati.
Gianni, il running agonistico è uno sport semplice, antico ma ancora affascinante che attrae molti partecipanti sin dall’infinita base amatoriale. Quale è secondo te il motivo del suo successo che si rinnova in questa bella piazza?
Mi piace venire a Verona, un luogo a me caro dove sto bene con i miei amici del “Verona runner together free” ed ho risposto immediatamente presente al loro invito. Pensa che quando ho iniziato io a correre negli anni 70 ero considerato un pazzo. Abitavo a Lumezzane nel bresciano e lavoravo otto ore al giorno ma quando avevo un attimo libero lo usavo per allenarmi, al buio, al freddo, con un abbigliamento non certo tecnico, su strade strette e pericolose. Il mio amore per la corsa era ai tempi inconcepibile tanto che mi definivano “un lazzarone” perché invece di lavorare sempre e comunque, mi prendevo qualche ora per mettermi le scarpe e correre. Eravamo in pochi, a quei tempi, e mi sentivo quasi un pioniere; il fitness allora non era certo una priorità ed uno sport così impegnativo era assolutamente vietato alle donne. Sono stato un testardo, ho tenuto duro, e posso dire che a distanza di più di cinquant’anni da allora credo di aver dato il mio contributo a far conoscere un movimento che oggi conta su milioni di appassionati. Questa è stata la mia gratificazione ed il mio orgoglio e credo spieghi bene il successo del running. Ancora adesso provo un’immensa emozione quando corro con la gente comune e poi nell’incontrare i podisti all’arrivo, nel vedere il loro sorriso tra le smorfie della fatica e nel ricevere e ricambiare complimenti e strette di mano.
Hai corso ad altissimi livelli per 25 anni ma il tuo nome è inciso nella storia soprattutto per quella vittoria a New York, nel novembre del 1986.
Io ho fatto tutte le più famose maratone e quasi tutte le ho concluse nei primi posti. Ma New York è il mito e ci vorrebbe un giorno intero per raccontare tutte le emozioni che ho vissuto su quelle strade. Ci torno ogni anno ad accompagnare i miei gruppi ed è sempre per me una festa. E’ un posto magico tanto che nel 2001, a pochi giorni dall’attentato alle Torri Gemelle ho voluto tornare per chiudere un cerchio, per gareggiare, come amatore, in onore di chi non c’era più e per chi voleva tornare alla normalità. Mi hanno abbracciato in tanti e questo per me ha avuto più valore di mille premi e centomila parole.

Cosa ricordi del giorno della vittoria?
Ho vissuto un’esperienza unica, un’emozione vibrante che ancora oggi mi fa rabbrividire. In una trance agonistica mi sono trovato da solo sulla First Avenue con migliaia di persone che mi incitavano ai lati della strada. Davanti a me solo la macchina col display del tempo ma nessun altro punto di riferimento. E con me il mio amico australiano De Castella, in quel momento non un avversario ma solo un collega che cercava anche lui di avere un riferimento dalla tabella dei tempi che scrutava scritti a penna sul dorso della mano. Eravamo due naufraghi in un mare in tempesta. Quando l’ho staccato e mi sono trovato solo sono andato nel panico ma stringendo i denti ce l’ho fatta e sono arrivato primo a Central Park. Questo non mollare contro ogni avversità è il senso di tutto e cerco di farlo presente sempre ai miei gruppi durante il briefing che tuttora tengo il sabato pomeriggio prima della corsa in cui spiego a cosa andranno incontro il giorno successivo. Non importa quanto tempo ci metterete ad arrivare ma godetevi questo viaggio introspettivo con voi stessi che dura 42 chilometri e 195 metri ma che porterete addosso per tutta la vita.
Cosa consigli ad un maratoneta che affronta per la prima volta questa distanza?
Di vivere la vigilia in serenità perché il giorno dopo sa che dovrà affrontare un’esperienza molto difficile. Ci saranno le crisi e non solo al trentesimo chilometro come viene raccontato ma ce ne saranno tante ed improvvise, Bisogna però essere positivi e non abbattersi in alcun modo e mai lasciare spazio a cattivi pensieri tipo non ce la faccio più o chi me lo fa fare di essere qui. Anzi bisogna analizzare bene i segnali che chi vengono dal nostro corpo, e costruirsi una solida struttura mentale; ripetersi ad esempio come un mantra la frase: sono stanco morto, sono distrutto ma ce la posso fare. Questo è il motore di tutti noi podisti e questo ci fa rendere orgogliosi di mostrare la nostra medaglia di finisher.
Il tuo è quindi un messaggio motivazionale che va oltre il risultato sportivo.
A distanza di anni le statistiche e le vittorie mi fanno ovviamente piacere e mi riempiono di orgoglio ma ora quando arrivo al termine di una corsa e sono in mezzo a colleghi che come me hanno sudato e faticato mi viene voglia di ringraziarli uno ad uno. So quanto hanno faticato negli allenamenti e quanti sacrifici, anche economici hanno affrontato per arrivare a quel punto. Per me è la massima soddisfazione, poiché comprendo quanto la mia carriera culminata con la vittoria di New York è stata di ispirazione e di stimolo per migliaia di persone.
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