Gianni Morandi e i pantaloncini corti: quando il tempo cambia le parole delle nostre vite

Lead vocalist in a purple velvet jacket singing into a microphone on a lit concert stage, with a brass section and other musicians behind him.

È da escludere che Arthur Schopenhauer pensasse a Morandi quando scrisse la famosa massima secondo la quale “ogni cosa appare e scompare nel tempo”, se non altro perché il grande filosofo tedesco chiude gli occhi al mondo nel 1860 mentre il Gianni nazionale li apre solo nel 1944.

Eppure. Eppure qualcosa di importante lega quella frase e il cantante nato a Monghidoro, in provincia di Bologna.

Qualche giorno fa mi sono trovato appassionato spettatore di un suo concerto a Montichiari, all’interno del tour 2026 “C’era un ragazzo” (vedi il tempo che torna sempre?). Bene, ad un certo punto, tra una canzone e l’altra, l’ottantaduenne Gianni Morandi ha ricordato i suoi inizi, definendoli con una frase che ci riporta immediatamente a Schopenhauer: “quando ancora portavo i pantaloncini corti”.

Mi sono guardato attorno, sugli spalti del palazzetto, e se non ero tra quelli con il minor carico di anni tra i presenti poco ci mancava. Quindi quella frase è stata accolta con una risata e con larghi cenni di approvazione. Eppure se solo quel pubblico fosse stato composto, che ne so, da trentenni o da ragazzi ancora più giovani molto probabilmente quella battuta sarebbe caduta totalmente nel vuoto.

Perché per la mia generazione, e assolutamente ancora di più per le generazioni precedenti, portare i pantaloncini corti era un tratto distintivo tipico dei ragazzini, se non proprio dei bambini. Il pantalone lungo lo si conquistava quando si diventava “grandi”. Ho ben presente la foto di matrimonio dei miei genitori, siamo nel 1965, nella quale due dei miei zii – di tredici e diciassette anni – portano giacca e cravatta ma i pantaloncini corti, appunto. Poi, per dire, io non ricordo nessuno che nei miei anni del Liceo portasse i pantaloni corti a scuola. Nessuno.

Oggi è tutto differente, il pantalone corto non identifica più da tempo un’età, lo portano i bambini come i miei coetanei, come anche chi è più anziano. Forse definisce dei luoghi, o delle stagioni. Ma ormai nemmeno quelli.

Quindi? Quindi è semplicemente così che vanno le cose in questo nostro mondo. Il passare degli anni muta le abitudini, anche e soprattutto le più semplici e quotidiane. E di conseguenza muta anche il linguaggio, i modi di dire, le immagini che utilizziamo per definire situazioni, stati d’animo, eventi e conseguenze.

Una constatazione che contiene un fondo di malinconia perché quando la si afferra pienamente ti fa capire che nel fiume del proprio tempo personale si è già percorso un bel tratto e viene quasi spontaneo, talvolta, provare a guardarsi anche indietro, oltre che sempre in avanti.

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Però poi prevale un sorriso perché è proprio l’eterno ragazzo Gianni Morandi, più efficacemente dello stesso Einstein, ad insegnarci che il tempo è veramente relativo, tutto dipende sempre da noi. Da come siamo, da quello in cui crediamo, dalle speranze che abbiamo. Dai sogni che ancora portiamo dentro. C’era un ragazzo.

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Mario Salvetti
Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è tra i fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Veneto. Nel tempo libero suona (male) la batteria.