Forte Lugagnano o Forte Rudolf, una storia da conoscere

Venerdì 8 giugno si è svolto a San Massimo una serata presso le Scuole Medie Don Lorenzo Milani, organizzata dal Comitato Quartiere San Massimo – Croce Bianca e da Legambiente Verona, dove il tema è stato il Forte Rudolf di Via Lugagnano, chiamato anche Forte Lugagnano.

Tale struttura, chiusa e inutilizzata da oltre 10 anni, è così chiamato in onore dell’arciduca Rodolfo D’Asburgo (1858-1889), è una delle tante costruzioni militari della città ereditate dal passato e dimenticate nel presente.

L’architetto Vittorio Bozzetto, relatore della serata, ha esposto il grande valore storico e culturale di questo forte che assieme al Forte Radetzky, completamente spianato e demolito tra le due guerre mondiali, faceva parte di un sistema di fortezze con quello del Chiedo e con quello di Dossobuono, in grado di dominare, con l’artiglieria, la pianura antistante fino quasi al limite dei rilievi morenici di Sommacampagna, Sona e Palazzolo, e di proteggere la statale proveniente da Peschiera e la linea ferroviaria Milano-Venezia.

Ha inoltre sottolineato “la valorizzazione del forte Rudolf è indispensabile per salvare dalla distruzione un quadro paesistico e architettonico irripetibile”, in un momento come questo che vede, con la fine di giugno, il passaggio del forte dal Demanio Militare all’Agenzia del Demanio, un Ente Pubblico Economico (Epe) che operando nell’ambito della pubblica amministrazione gestisce il patrimonio immobiliare dello Stato.

Successivamente, una cessione del forte agli enti locali, in questo caso il Comune di Verona, potrebbe rilanciare il valore di tale struttura, magari nel verde delle zona, che dovrebbe essere salvaguardato per far giusta “corona” a tale patrimonio storico.

Oltre all’architetto sono poi intervenuti il paesaggista Alberto Ballestriero e Carlo Furlan, presidente di Legambiente Verona, che entrambi hanno sottolineato l’importante di tale progetto. Vi è addirittura una proposta di legge per la costituzione di un “parco nazionale delle mura e dei forti di Verona”, presentato dal deputato Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente alla Camera.

Quale occasione per il territorio di Lugagnano e per tutto il nostro Comune di partecipare a tale progetto, appoggiandolo e integrandolo magari con una pista ciclabile o un percorso che possa, dalle nostre Colline Moreniche (Sona), passare per il paese di Lugagnano, magari lungo la dorsale dei canali del Consorzio Adige Garda (passando per la Chiesetta Settecentesca della Messedaglia, una volta ristrutturata), agganciandosi successivamente, con accordi con il Comune di Verona, sulla pista ciclabile da loro proposta passante per località Salvi per arrivare al forte Lugagnano (Rudolf) zona coinvolta nel progetto “parco nazionale delle mura”.

Almeno, visto che non riusciamo a costruire un parco a Lugagnano perché troppo impegnati a lottizzare, proviamo ad “agganciare” qualche buon progetto nei Comuni vicini: magari con poco potremmo ottenere tanto!

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Note storiche da “Fregole de Storia, Appunti e spunti su Lugagnano e dintorni” di Massimo Gasparato e Mazzi Gianluigi, Edizioni Proforma, 1997.

Quello che nel nostro paese è conosciuto da sempre come il forte di San Massimo in realtà si chiama forte Lugagnano. Ciò dipende dal fatto che un forte denominato San Massimo già esisteva, così il nuovo edificio, costruito per vigilare sulla strada che proviene da Lugagnano, prese appunto il nome dal nostro paese. Da tempo è adibito a polveriera, con una guarnigione di poche unità, mentre il terreno circostante viene utilizzato sempre più di rado per esercitazioni campali.

Venne realizzato dagli Austriaci, nell’ambito delle grandi opere militari ideate a partire dal 1831 a difesa della piazzaforte di Verona. Anziché munire la città di un’unica nuova cinta muraria, gli ingegneri asburgici progettarono un campo trincerato, costituito da una serie di forti staccati, che avrebbero dovuto sorgere sulla linea Chievo-San Massimo-Santa Lucia-Tombetta-Santa Caterina, sulla scorta dell’esperienza delle campagne napoleoniche.

Questo – sia detto per inciso – permise agli Austriaci di contenere le spese ed ai Veronesi di poter ammirare ancor oggi quella parte delle mura sanmicheliane che erano state risparmiate dalle sistematiche demolizioni francesi dei primi anni dell’Ottocento. La prima parte degli apprestamenti difensivi – fra i quali le note Torricelle – era già pronta nel 1848 e consentì a Radetzky di mettere in salvo a Verona i suoi eserciti in ritirata dalla Lombardia e da qui organizzare la successiva riscossa. Tuttavia i timori ingenerati dall’arrivo dei Piemontesi sotto le mura della città indussero il governo asburgico a procedere con la massima urgenza al completamento delle opere esterne. Queste prevedevano una serie di forti distanti circa ottocento metri fra loro e circa mille metri dalle mura.

Fra il 1848 ed il 1852 vennero realizzati numerosi forti: fra questi, in direzione di Lugagnano, ricordiamo il D’Aspre (o Fenilon, nella omonima località, ora demolito) ed il Lichtenstein (o San Massimo, in gran parte demolito per la costruzione di abitazioni private adiacenti: ne è rimasto solo il ridotto centrale, ancora visibile poco sopra il centro di formazione professionale dei Salesiani). Dopo la seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, anche per far fronte ai progressi delle artiglierie vennero edificate nuove fortificazioni, ottenendo un ulteriore anello di difesa, più esterno.

Le opere furono ideate in gran parte dal colonnello del genio Andreas Tunkler (1818-1873) e vennero realizzate in modo che la distanza e l’ubicazione consentissero di prendere le più importanti vie di accesso a Verona. Per una fascia di mille e duecento metri di profondità, il terreno circostante era assoggettato a servitù militare, così che nessun albero poteva esservi piantato e le stesse viti non potevano superare i cinquanta centimetri di altezza.

Tra questi forti vi è il Kronprinz Rudolf, che dopo l’Unificazione venne italianamente ribattezzato, appunto, forte Lugagnano: costruito fra il 1860 ed il 1861, era fra i più muniti sia come potenza di fuoco sia come servizi logistici, visto che distava notevolmente dal corpo di piazza. Ospitava infatti circa 450 uomini, anche per eventuali sortite e durante la campagna del 1866 era stato armato con 32 bocche da fuoco, di cui 12 rigate di tipo recentissimo, a lunga gittata.

La Redazione
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