Formare la polizia locale per affrontare la violenza sulle donne. L’assessore Monia Cimichella: “Va creato un clima che aiuti le vittime”

Oggi in Italia nel corso della sua vita una donna su tre è vittima di violenza. Sia essa fisica, verbale, psicologica o economica. Se vogliamo essere un Paese innovativo, attento alle esigenze ed ai bisogni delle persone, in particolar modo delle donne, ci sono ancora passi enormi da compiere.

Il comitato dei sindaci del distretto ovest, che fa capo alla ULSS 9 Scaligera, ha organizzato un corso di formazione agli agenti di polizia locale del territorio su un tema delicato ma purtroppo sempre più contingente: la violenza sulle donne.

Ho avuto la possibilità di parlarne con l’assessore alle pari opportunità del Comune di Sona, Monia Cimichella (nella foto di Mario Pachera).

Assessore, come mai è stato organizzato questo corso e in che modo è stato strutturato?
Innanzitutto, il progetto è nato a seguito di un incontro avuto con il comitato dei sindaci, al quale fa capo il nostro sindaco di Sona Gianluigi Mazzi, a seguito del quale abbiamo riflettuto su un pensiero: i nostri operatori di polizia locale sono in grado di accogliere una donna vittima di violenza? Da qui è partita la volontà di organizzare questo percorso che si è sviluppato in quattro giornate, con l’aiuto ed il supporto di collaboratori come la referente Antonella Pietropoli dell’Ulss 9 scaligera, l’Avvocata Sara Gini, la Dottoressa Cinzia Ferraro, l’assessore ai servizi sociali di Bussolengo Silvana Finetto e l’agente Barbara Parisotto. La prima evidenza è stata, naturalmente, i differenti punti di vista sull’argomento.

Cosa intende?
Ci sono persone più predisposte all’ascolto e capaci di affrontare una richiesta di aiuto, altre meno che quindi debbono essere sostenute e formate appunto nella responsabilità di accogliere una donna che ha subito una violenza e che risulta spaventata purtroppo non solo da colui che gliel’ha inflitta ma anche dal meccanismo burocratico che impedisce l’immediato aiuto e supporto.

Perciò temo di capire con questa sua affermazione che anche a fronte della coraggiosa ma impellente richiesta di aiuto, formalizzata nella denuncia alle autorità, si presuppone che ci sia poi purtroppo un iter complicato e scoraggiante?
Esattamente. Le donne che decidono, alle volte anche tardivamente, di denunciare poi si trovano di fronte a domande talvolta imbarazzanti, si trovano di fronte qualcuno che chiede loro se davvero quel tipo di violenza inflitta sia realmente da denunciare: questo è spaventoso perché non può esserci un tipo di schiaffo dato in un certo modo più grave di un altro. Alzare le mani non deve avere un indice di violenza ma è sempre una violenza.

Come trova sia stato il riscontro da parte degli agenti?
Purtroppo, a causa del Covid, il corso si è tenuto online e di per sé già questo implica una percezione differente, non vedo l’ora di replicare potendo partecipare tutti fisicamente. Io mi sono occupata della parte comunicativa, chiedendo l’aiuto di alcuni attori dell’Estravagario Teatro per poter inscenare delle situazioni creando piccoli filmati che rappresentano ciò che potrebbe accadere nel momento in cui una donna arriva a chiedere aiuto. Credo molto nella comunicazione esperienziale e, con la visione di questi piccoli cortometraggi, ho chiesto agli operatori in quale di questi si identificassero per riflettere con loro sull’approccio corretto da tenere. Il riscontro è stato positivo ma dobbiamo continuamente proseguire con la formazione per poterli mettere nelle condizioni di accogliere tale tipo di richiesta: benché delicata necessita di tempestivo aiuto. Quando una donna si trova nella condizione di subire una violenza molto spesso ha paura di denunciarla poiché subentrano altre questioni: come faccio poi se non ho un lavoro perciò un supporto economico? Se ho dei figli come posso tutelarli? La mia famiglia cosa penserà e soprattutto mi supporterà? Anche le autorità alle quali ci si rivolge manifestano uno scoraggiamento di fronte al frequente ritiro delle denunce e spesso faticano a capire se ci si trovi di fronte ad una situazione di reale pericolo, e la forte paura nell’affrontarlo, o se quella segnalata sia una “banale” lite casalinga. Bisogna aiutare le donne nel sentirsi sicure ed istruire le forze dell’ordine nell’accoglierle e difenderle credendo in loro. E’ pazzesco che si debba anche dimostrare di avere il coraggio di denunciare.

Assessore, non crede si possa iniziare anche dalla formazione dei ragazzi nelle scuole? Per esempio con incontri specifici sulla parità di genere? Una sorta di educazione alla non violenza a tutto tondo.
Certamente, vorrei aprire un dialogo con le scuole del nostro Comune per far sì che anche i ragazzi maturino in sé, attraverso incontri e condivisione, un animo che li approcci diversamente a questo tipo di situazione. Molto deve fare la scuola ma tanto anche la famiglia e solo con la sinergia di entrambe, a piccoli passi, possiamo cambiare le cose.

Come mamma, dopo questo dialogo con l’assessore Monia Cimichella, mi sento di dover agire energicamente e nella misura più immediata affinché i nostri figli possano comportarsi il più rispettosamente possibile, usando un linguaggio ed un comportamento corretto e rispettoso nei confronti degli altri. Mi auguro che tale progetto possa essere di stimolo per attuarne altri e che possa portare alla riflessione su abitudini e pregiudizi radicati che devono e possono cambiare.