Glorani dell’AC Lugagnano: “Fondamentale è creare il gruppo”

Per l’intervista ci incontriamo in una fredda ed umida serata di novembre, nello spogliatoio degli allenatori del campo di via Marconi a Lugagnano, dopo un combattuto allenamento dei “suoi” esordienti ’97 dell’Associazione Calcio Lugagnano. Ambientazione perfetta per un allenatore che crede moltissimo all’importanza del lavoro sul campo.

 

A Maurizio Glorani, classe 1959 (nella foto accanto Glorani è a sinistra con la polo bianca assieme alla squadra degli Esordienti ’97 dell’AC Lugagnano), viso squadrato e scolpito come ti aspetteresti dal proverbiale sergente dei marines, con due occhi che sprizzano energia allo stato puro, chiediamo per iniziare la nostra chiacchierata di raccontarci qualcosa di lui. “Abito a Verona, una laurea in biologia, lavoro presso una multinazionale farmaceutica tedesca come Medical advisor nell’area del Veneto. Sposato, con due figli: una ragazza di vent’anni che frequenta il secondo anno di università e un ragazzo di diciassette anni”.

 

E la carriera calcistica? “Ho iniziato relativamente tardi, a quindici anni. Perché ai miei tempi si imparava a giocare nelle strade e nei campi prima di riuscire ad entrare a giocare in qualche società. Un po’ di Allievi, un po’ di Under 21 e poi direttamente in prima squadra. Prima nel San Massimo e poi nel Palazzolo, nel Parona e nell’Avesa”. Quindi? “Quindi arrivano il matrimonio e nuovi impegni, anche lavorativi. E per forza di cose decido di smettere. Gli amici mi convincono a giocare un anno negli Amatori ma non fa per me, in fondo ho un animo – ci dice sorridendo – troppo competitivo”.

 

E come è arrivato allora alla sua nuova esperienza come allenatore? “Quasi per caso, anche se ritengo che nulla sia mai per caso. Quando mio figlio decise di iniziare a giocare al Saval, e fu una decisione solo sua, cominciai a seguirlo. Fu lì, dove mi conoscevano, che mi chiesero di iniziare ad allenare. Lavorare sul campo con i ragazzi mi appassionò subito, così decisi di prendere il patentino base della FIGC, che mi permette di allenare fino in serie D, e per alcuni anni allenai al Saval appunto. Poi, per una serie di concause, arrivai a Lugagnano e iniziai a seguire il 1994, un’avventura durata tre anni che mi ha dato, oltre ai risultati sportivi, anche grandi soddisfazioni. E quest’anno ho reiniziato appunto con i ragazzi del 1997”.

 

Proviamo a scendere in profondità nel ruolo educativo di un allenatore: cosa significa oggi occuparsi di un gruppo di ragazzi di dodici anni? Quali le difficoltà? Su quali aspetti è necessario lavorare maggiormente? “Guardi – ci dice dopo averci pensato un attimo – si tratta di un’età delicata nella quale i ragazzi iniziano ad abbandonare la dimensione comunitaria e cominciano a crearsi dinamiche di gruppo più ristretto. Ci si comincia a scegliere tra pari, e questo è fisiologico ma può essere per alcuni un motivo di difficoltà. In una squadra è importante saper governare queste dinamiche: in maniera che nessuno si senta escluso e messo da parte. Ritengo che il compito di un allenatore, in generale di un educatore, sia proprio quello di fare in modo che tutti siano messi in grado di dare il massimo di quanto è nelle loro possibilità”.

 

E come si raggiunge questo obiettivo? “Ritengo che sia necessario fornire al gruppo una solida cornice di regole condivise e precise. All’interno delle quasi ci si possa muovere promuovendo autostima ed organizzazione. Questo è un punto sul quale la Società dell’AC Lugagnano insiste molto, come base pedagogica. Se si riesce a creare uno spogliatoio dove valgano questi principi allora è possibile che tutti, dal più esuberante al più timido, trovino spazio per esprimersi. E per rispettarsi”.

 

E come intervenire quando le regole non vengono seguite? “Con provvedimenti, piccole punizioni potremmo chiamarle con un termine assolutamente improprio, che interessino tutto il gruppo e non il singolo individuo, in maniera che il gruppo sappia trovare in sé stesso i propri anticorpi e che nessuno si senta messo all’indice”. Le regole quindi come linee guida. “Sicuramente, anche perché i ragazzi cominciano a capire l’importanza fondamentale di saper organizzare il proprio spazio ed il proprio tempo: ritengo che sia una lezione fondamentale anche per la vita. Posso aggiungere un aspetto importantissimo?”. Prego. “Fondamentale è comunque che i ragazzi si divertano. Che dagli allenamenti vadano a casa contenti. A quell’età se non ci si diverte non si lavora bene. Uno dei miei motti è sempre “metti giù le cose in maniera divertente”, mi sforzo di non dimenticarlo mai”.

 

Proviamo ad affrontare un tema sempre molto delicato: quale deve essere il ruolo dei genitori nel rapporto che viene a crearsi tra allenatore e ragazzo? “Ha ragione, è un aspetto importantissimo nella dinamica dell’intera attività. Ci sono due ambiti: durante la partita i genitori devono stare fuori, in tutti i sensi. In quella fase comando io e i genitori devono limitarsi ad incitare i ragazzi. Niente interferenze tecniche o tattiche, evitiamo di disorientare i ragazzi. Diverso è il discorso negli allenamenti, dove io permetto a chiunque di seguirci. Sono poi sempre disponibile ad un confronto con i genitori per parlare del ragazzo, ovviamente in situazioni riservate, perché ritengo fondamentale un lavoro di sinergia tra le varie agenzie educative. Per questo ad esempio, ma è un discorso più generale, troverei importante che in Italia si creasse una linea di dialogo tra la scuola e chi opera nello sport. A beneficiarne sarebbero solo i ragazzi”.

 

Ritorniamo sui genitori. “Io ho avuto sempre la fortuna di potermi confrontare con persone intelligenti. Ci sono stati casi di ragazzi con problemi, di ragazzi che soffrivano situazioni famigliari complesse, di ragazzi che hanno attraversato momenti di difficoltà: il dialogo, se ovviamente non ha sempre risolto le situazioni, ha però sempre permesso di approcciare i ragazzi con maggiore attenzione e con interventi mirati. Quando i ragazzi vengono a parlarmi di problemi che li riguardano io mi sforzo di coinvolgere sempre la famiglia”.

 

Quale secondo lei, da allenatore e da padre, l’errore più grosso che può fare un genitore in questo ambito? “Sicuramente quello di non seguire il ragazzo, di non fargli capire con i fatti concreti che è interessato a quello che lui fa. Purtroppo ci sono genitori che non si fanno proprio vedere, che non condividono l’attività del figlio. Penso che sia un grave errore, e salvi ovviamente gli impegni che tutti abbiamo ritengo che sia uno sbaglio grave. Che i ragazzi soffrono molto”. Poi? “Poi i genitori devono accettare che i ragazzi vadano incontro anche a qualche piccolo errore e a qualche piccolo fallimento. Fa parte della vita: tenerli sotto una campana non fa bene a nessuno. Genitori troppo apprensivi o che tentano di spianare sempre e comunque la strada davanti ai loro ragazzi, illudendosi di fare loro un grande servizio, in realtà rischiano di ipotecare problemi futuri. Lasciamo invece che si scontrino con qualche piccolo fallimento, impareranno che saper ripartire è una delle grandi doti che la vita può insegnarci”.

 

Ma in queste dinamiche quanto conta vincere o perdere le partite? “Conta poco a quest’età, primario è riuscire a creare un buon gruppo su cui lavorare. Poi ovviamente – e qui riappare il sorriso di prima – se oltre a fare gruppo anche si vince non dispiace proprio”.

 

A questo proposito, come stanno andando gli esordienti 1997? “Bene, direi veramente bene. Sono un gruppo solido con il quale stiamo lavorando sia sul piano tecnico-tattico che sul piano delle motivazioni e delle dinamiche di squadra. I ragazzi rispondono bene e se continueranno su questa strada ci sono le basi per ottenere buoni risultati”.

 

Chiudiamo con una curiosità: posso chiederle quale ritiene il suo allenatore di riferimento tra i professionisti? “Le confesso che allenatori di riferimento non ne ho. Mi piacciono però quelli che sanno lavorare bene e con qualità mantenendo un profilo basso, in determinati ambiti. Come Prandelli”. E Mourinho? “Non mi fa impazzire ma sicuramente lo preferisco a Lippi e Capello, per fare un esempio. Mi piacciono le persone che per fare bene il loro lavoro non devono, mi permetta il termine, paracularsi nessuno”.