Possiamo sacrificare qualche posto a tavola, tra lucine e fette di pandoro, per ridare presto l’opportunità di riprendere la scuola ai nostri adolescenti? Io credo di sì.

E’ inquietante vedere come il dibattito di questi giorni si focalizzi sul prossimo DPCM in relazione solo alle feste natalizie, al ponte dell’Immacolata, a quante persone si potranno far sedere a tavola davanti al panettone, al cotechino e alle lenticchie.

A tutti farebbe piacere sentire che magicamente dal 4 dicembre si tornerà ad essere più liberi di incontrarsi, sarà concesso di andare in giro dove si vuole indipendentemente da zone rosse, arancioni e gialle, di vedere le luci di Natale e la stella della Bra di sera tardi, comprare dolci e regali ai mercatini e poi stappare lo spumante a San Silvestro con gli amici. Sarebbe ipocrita dire che non è una cosa che tutti desidereremmo e che non ci rattrista pensare che forse quest’anno il Covid ci priverà di tante belle abitudini nel periodo più amato.

Tuttavia bisogna fare i conti con la realtà e soprattutto farsi un esame di coscienza. Se le zone rosse diventeranno arancioni o gialle troppo presto e quelle arancioni e gialle magari vedranno una riduzione della stretta prima di Natale, cosa accadrà a gennaio?

Quasi tutti noi che lavoriamo nel campo dell’istruzione sappiamo – nonostante le ultime dichiarazioni di ieri del Governo – che è improbabile che gli studenti delle superiori rientrino a scuola a dicembre, anche in area gialla. Speriamo di essere smentiti ma a questo punto si spera di poterlo fare almeno dopo l’Epifania.

Se però si allentano le restrizioni troppo presto e durante le Festività si creeranno inevitabili assembramenti di congiunti e non nelle case, nelle piazze e nei locali, a gennaio gli adolescenti non potranno affatto rivedere i banchi di scuola e forse ci saranno grossi problemi anche per gli studenti più piccoli, pure nelle zone gialle.

Pertanto ci si chiede se non sia il caso di riflettere attentamente sulle prossime misure in relazione anche alla necessità urgente di tornare alla didattica in presenza, riducendo il più possibile la DAD, dato che gli istituti scolastici si sono rivelati luoghi più sicuri di altri e forse le logiche economiche non solo le sole da tenere in considerazione.

Il Governo regionale e nazionale sta lavorando per potenziare la rete dei trasporti scolastici? E’ palese infatti che il motivo per cui gli studenti delle superiori hanno dovuto accettare la didattica a distanza al 100% è il rischio legato non tanto alle aule ma quello dell’affollamento sui mezzi di trasporto, che non consentiva il distanziamento necessario.

Ce lo si chiede perché non pare che se ne parli granchè. Discutere di ponti prenatalizi e di tavolate di Natale più che di istruzione appare francamente ridicolo. Ci sono nazioni europee dove a scuola si continua ad andare in presenza nonostante il Covid-19 e dove chiudere gli istituti scolastici è l’ultima decisione da prendere prima del lockdown totale.

E’ difficile accettare che gli esercizi commerciali restino aperti, pur con restrizioni, e le scuole superiori, dove si formano i cittadini de futuro, no. “E’ l’economia, baby”. “Non vorremo certo morire di fame, vero?”. “Parli facile tu, perché un lavoro ce l’hai”. Queste sono le risposte che si sentono più spesso. Eppure, se ci si ragiona e ci si impegna laddove serve, ci si può rendere conto che qualche soluzione alternativa esiste. Anche mantenere aperte le scuole superiori almeno un giorno a settimana era e sarebbe meglio di niente, significa tenere i giovani ancorati ad un barlume di serietà scolastica e ad un minimo di socialità autentica.

Economia, progresso e istruzione sono legati. L’Indice di Sviluppo Umano, insieme al PIL, è un indicatore macroeconomico che viene considerato dall’ONU per verificare la reale qualità della vita in un Paese e si fonda sulla sintesi di tre fattori: il PIL pro capite, la speranza di vita e l’alfabetizzazione.

Guarda caso, i Paesi in cui è più alto l’indice di alfabetizzazione sono anche quelli in cui è meno presente la povertà e in cui la speranza di vita è più alta. Il che vuol dire che se uno stato non dà importanza alla scuola, ne avrà enormi conseguenze anche sul futuro della sua economia.

In sintesi, una nazione che non considera priorità i giovani non è degna di essere definito civile e progredita. I giovani hanno bisogno di andare a scuola per mille motivi, pure per la loro crescita emotiva.

Se andiamo avanti così, facendo finta di non vedere e considerando altre le priorità, le uniche relazioni sociali che avranno saranno quelle col telefonino, la sola e pericolosa finestra che è loro rimasta per affacciarsi al mondo.