Una fine di giugno torrida. L’Europa da nord a sud, da est a ovest serrata dal caldo. Un caldo straordinario per i negazionisti, prevedibile per molti scienziati. Sicuramente un caldo eccezionale. Comunque lo si voglia interpretare.
Città che boccheggiano, picchi energetici per chi se li può permettere, problemi nelle periferie più povere, ospedali in affanno, idranti sulla folla di turisti (e cittadini) per prevenire malori in alcune capitali europee.
E ragazze e ragazzi a scuola che fanno gli esami, spesso in strutture non predisposte per mitigare i gradi. Ventilatori e ventagli tra pantaloni lunghi, giacche e camicie con chiazze di sudore da tensione e temperatura.
Domenica 21 giugno ero sul monte Mamaor, tra una vegetazione rigogliosa e un po’ selvaggia, per intervenire in una conferenza sull’educazione. Il caldo sostenuto occhieggiava nel verde, ma tutto appariva più sopportabile. Un’occasione di incontro e di confronto tra scuole nel bosco, scuole parentali e scuola pubblica.
Ho portato la voce della scuola pubblica, nello specifico della disciplina che insegno da anni in modo prevalente: la geografia. Premetto che non ho mai esaminato studenti provenienti dalla tipologia delle scuole convenute, né me ne intendo di esperienze educative parentali o immerse nella natura. Quindi non posso esprimere un pensiero in merito a questo tipo di percorsi raffrontandoli a quelli pubblici.
Ma la mia attenzione è stata attirata dalla convergenza su un punto: la necessità di crescere in connessione con spazi che ci rialfabetizzino sul ritmo della natura, sul benessere che ne deriva, sull’evidenza che noi viviamo spesso in contesti artificiali avulsi da un equilibrio originario che le generazioni passate conoscevano e interpretavano.
Nel 2050 otto persone su dieci vivranno in città. I geografi sono concordi su questo dato. L’umanità diventerà sempre più cittadina. Ripensare e riprogettare le città diventa quindi necessario affinché divengano sostenibili socialmente e economicamente, affinchè divengano generative di idee e di buon vivere. Le progettazioni urbanistiche in questa direzione si stanno moltiplicando, ma in Italia sono ancora una rarità.
Me lo dicono sempre le mie studentesse e i miei studenti con gli occhi sgranati di fronte a certi esempi che porto in classe: “Ma perché da noi no?”. Perché ci vuole educazione, un certo tipo di educazione che stiamo cercando di costruire un passo alla volta. Ci vuole uno sguardo, un certo tipo di sguardo. Ci vuole sensibilità, un certo tipo di sensibilità.
Ma la scuola pubblica è al passo? Quello che posso affermare è che sicuramente la scuola dell’infanzia e la scuola primaria stanno lavorando per formare cittadine e cittadini responsabili. Negli anni la preparazione di chi accolgo in prima alla secondaria di I grado mostra livelli di consapevolezza sempre maggiori.
Le Nuove Indicazioni Nazionali di geografia, in vigore dal prossimo anno scolastico, rivelano nella bozza di marzo 2025 in modo evidente e in minor misura ma sempre con tracce innovative nel documento finale, attenzione verso l’outdoor education, le geografie personali, l’intelligenza emotiva. Siamo nell’ottica dell’art. 1 della Convenzione Europea del Paesaggio, per cui il paesaggio è ciò che la popolazione percepisce.
IL PUNTO DEL DIRETTOREPalazzolo e quelle radici che possono ancora tenerci insiemeE percezione significa dare innanzi tutto prevalenza ai sensi, quindi alle emozioni e infine alle idee che si generano, idee trasformative e di riprogettazione. Parole come immaginazione e creatività sono esplicitamente presenti nella bozza di marzo 2025 delle Nuove Indicazioni, poi cassate ma comunque ispiratrici dei passaggi più significativi del testo finale.
L’art. 1 prosegue definendo il paesaggio come un insieme di relazioni e interrelazioni tra fattori naturali e antropici. Per cui il paesaggio, e tutto è paesaggio, sia esso eccezionale, quotidiano o degradato, si definisce attraverso la percezione e la relazione.
A questo punto che conclusioni trarre da queste molteplici sollecitazioni di pensiero? Che la situazione climatica è emergenziale, che dobbiamo lavorare sull’educazione delle generazioni in crescita e che anche le scuole nel bosco possono entrare in relazione col sistema pubblico.
Cioè possono interagire proponendo competenze maturate in contesti diversi dall’aula, magari con laboratori coprogettati, per accelerare l’acquisizione di conoscenze didattiche e strumenti utili per comprendere che dentro tane umane artificiali quali sono oggi le città, senza una pianificazione dettata dalla ricerca dell’equilibrio, la situazione può farsi… incandescente.
Anche un milanese dovrebbe sapersi arrampicare su un albero. Lo dico per provocazione, ma spero che l’orizzonte di senso sia chiaro. Siamo nell’Antropocene, o per lo meno si stanno raccogliendo prove per dimostrarlo, cioè siamo in una nuova era geologica in cui l’uomo è arrivato a trasformare la struttura stessa del sistema Terra.
L’auspicio è quello di un Neoantropocene con un progresso al servizio del benessere collettivo per condizioni di vita in cui realmente i fattori naturali e umani riescano a dialogare al fine di una percezione positiva dei paesaggi, soprattutto urbani, in cui la maggior parte di noi vive e vivrà.
Pochi spunti di riflessione da parte della rubrica GeoHeart, l’argomento è vastissimo. Ma fa troppo caldo per continuare per me a scrivere e per voi a leggere.
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