Epifania: I Re Magi in un quadro del Sartori, esposto nella chiesa di Sona fin dal 1870

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Il dipinto a soggetto natalizio qui sopra raffigurato, di cui riprendiamo un particolare, è esposto nella chiesa parrocchiale di Sona fin dall’Ottocento.

Rappresenta l’adorazione dei Magi al Bambino Gesù. Anche se a uno sguardo poco attento può sfuggire, protagonista dell’opera è il raggio divino che filtra attraverso l’umile tetto di paglia e va ad illuminare il corpo del Neonato.

Da Questi la luce a sua volta si riflette sulle figure circostanti: su Maria, che osserva con materna dolcezza; su Giuseppe (rappresentato, secondo la tradizionale iconografia, come un anziano con la barba bianca), che guarda con assorta contemplazione, un po’ in disparte; sui volti in ammirazione dei tre Magi.

Solamente il primo di essi è già inginocchiato, in realtà sembra che tutto il gruppo, la  cui composizione si sviluppa dall’alto in basso quasi in un movimento a spirale, compia il gesto della genuflessione. A tanta trascendente illuminazione fa da contrasto il cielo, solo debolmente rischiarato dalla nascente alba.

Più indietro si riconoscono le figure dei servitori e, più in là, un gruppo di popolani in abiti ottocenteschi intenti alle loro attività quotidiane. Sullo sfondo si staglia un malinconico paesaggio di monti, case e antiche torri. Mancano le classiche immagini dei pastori e degli angeli, probabilmente perché era nell’intenzione dell’artista sottolineare il ruolo dei Magi, come dimostrerebbe anche il fatto che il trio è posto proprio al centro del quadro.

Sembra l’illustrazione del versetto 11 del secondo capitolo del vangelo di  Matteo: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni  e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”. I Magi erano una casta di sapienti, dediti all’interpretazione dei sogni, alla magia e all’astrologia. La tradizione cristiana li ha identificati con sovrani orientali e ha fissato il loro numero a tre, ispirandosi ai doni da essi offerti: oro (simbolo di regalità), incenso (divinità), mirra (passione). Questi personaggi incarnano l’orizzonte universale dell’umanità, ossia tutti i popoli della terra  che approdano all’incontro con Cristo.

Il pregevole dipinto, acquistato al tempo in cui era parroco don Angelo Biasi, è datato 1870 e firmato da Giulio Sartori (1840-1907), uno dei più rinomati pittori veronesi dell’epoca.

Egli aveva intrapreso in gioventù la carriera di cantante con voce di tenore, ma successivamente si dedicò sia alla pittura a olio che al disegno e alla litografia, prediligendo il tema storico e il ritratto. Socio attivo dell’Accademia Cignaroli, dove aveva compiuto gli studi, espose molti dipinti, mettendo in luce un’operosità lenta e spesso rivolta alla committenza privata.

Del Sartori si ammira nella chiesa di Sona un’altra tela, che ha per tema la fuga in Egitto, situata sopra la porta di ingresso alla sacrestia. Suoi sono pure i quadri della Via Crucis: quest’ultimi non sono, tuttavia, lavori originali, ma copie tratte da Agostino Ugolini, uno fra i maggiori pittori di soggetti sacri nel primo Ottocento veronese.