Emigrazione da Sona tra Ottocento e Novecento, una lunga storia di dolore, di fame e di soprusi

L’emigrazione dei veneti e dei sonesi non è un argomento che può lasciato all’oblio del tempo che passa, perché ha dolorosamente colpito molte famiglie con conseguenze paragonabili a quelle lasciate dalle due guerre mondiali.

Le ricerche che gli storici del Baco hanno effettuato per realizzare i tre volumi sulla storia di Sona che abbiamo pubblicato nel 2011, 2013 e 2020 ci hanno permesso di conoscere molto su questo argomento, con il grosso limite posto dal fatto che l’anagrafe comunale non raccoglie la statistica su chi lascia il Comune, dividendola fra l’espatrio e il semplice trasferimento ad altro Comune. Quindi manca un affidabile dato aggregato relativo alle varie ondate di vere emigrazioni dei cittadini sonesi.

Il primo grande esodo migratorio nel Veneto si verificò alla fine del 19esimo secolo, con percentuali che impressionano, basti dire che nel biennio 1870-1880 emigrò l’11,98% della popolazione. Il motivo principale della notevole emigrazione in quegli anni, soprattutto verso Brasile e Argentina, era la profonda povertà della nostra Regione, che registrava altissimi livelli di disoccupazione in quanto era quasi esclusivamente l’agricoltura capace di assorbire manodopera. Inoltre, dopo il passaggio della regione al Regno d’Italia nel 1866, vennero a mancare i mercati dell’Austria ed i lavori di edilizia, soprattutto militare, che gli Asburgo avevano da anni avviati per fronteggiare eventuali futuri nemici.

Il Comune di Sona in quegli anni crebbe in abitanti più del Veneto e ciò sembra significare che l’emigrazione verso l’Estero abbia toccato il nostro territorio in misura minore. Qualche dato, pur tra mille difficoltà, l’abbiamo trovato. Nel 1876, trentasei famiglie di Sona scelsero di trasferirsi in Brasile, una in Dalmazia ed una in un’imprecisata “regione dell’Impero Austro-Ungarico”. Nel 1894 le emigrazioni verso l’estero furono solamente quattro. Furono invece sessantanove nel 1895, con 43 tra uomini e bambini e 26 tra donne e bambine, mentre non se ne registrano nell’anno 1900.

Da alcuni studi sull’emigrazione veneta è stato possibile apprendere che, a partire del 1875, un notevole flusso di emigranti veneti partì verso il Brasile, come si diceva. Nella parte settentrionale di quel Paese si creò in pochi anni una zona chiamata “di colonizzazione italiana”. Ai nostri giorni vi è una città di 500mila abitanti, Caxias do Sul, fiorente centro economico, commerciale e culturale, miracolo di sviluppo e modello di “un altro Veneto trapiantato e cresciuto oltre oceano”. E’ molto probabile che le famiglie che lasciarono in quel lontano 1876 il Comune di Sona per il Brasile abbiano fatto parte del gruppo di emigranti-pionieri che fondarono quella città.

Nell’ultimo decennio del secolo però, dall’emigrazione verso le Americhe, spesso in modo definitivo, si passo ad un flusso di emigrazione soprattutto temporanea diretta al di là delle Alpi, specialmente verso la Germania. Con i nostri emigranti, che tornavano a Sona, e alle proprie famiglie, ogni anno per il periodo invernale. Basti dire che solamente nel periodo febbraio-settembre 1900 il Comune di Sona rilasciò 128 nulla osta per la concessione del passaporto.

All’inizio del secolo si tornò invece a parlare di emigrazione in maniera massiccia. La seconda fase (1901-1915) dei flussi di emigrazione italiana, dopo quella del periodo 1876-1900, coincide con l’industrializzazione italiana. Fu chiamata la “grande emigrazione” e la causa va rintracciata nell’incapacità del nostro sviluppo nei settori economici più avanzati di assorbire la manodopera eccedente dall’agricoltura, che d’altro canto richiese sempre minore personale non qualificato.

Quella di emigrare fu una scelta sempre assai dolorosa, anche perché chi si avviava per quella strada doveva affidarsi a trafficanti che, spesso, approfittavano di persone indifese e nella nera indigenza. Un esempio dei problemi ai quali poteva andare incontro chi intraprendeva questa strada è fornito da quanto capitò ai trentasei concittadini che nel 1876 lasciarono Sona per emigrare in Brasile. In documenti trovati successivamente abbiamo scoperto che quei trentasei non arrivarono mai in Sud America, ma che anzi dopo pochi giorni ritornarono a Sona, perché a Genova, dove avrebbero dovuto imbarcarsi non trovarono né la nave prenotata per l’espatrio, né i referenti del contratto di lavoro promesso. Furono probabilmente fra i molti che pagarono quote onerose per ottenere un lavoro e che invece furono truffati.

Emigranti di Palazzolo nel 1924. Sopra, emigranti di Lugagnano a Bechetenstein in Germania nel 1909.

La creazione nel 1901 del Commissariato Generale dell’emigrazione rese l’espatrio finalmente in parte tutelato dall’azione speculativa d’intermediari e agenti delle compagnie di navigazione, autori di enormi arricchimenti nel periodo. Nel 1913 anche ai Comuni fu richiesto di nominare un comitato d’emigrazione. A Sona ne venne a far parte come presidente il Cavalier Filippo Marenzi. Con lui nel comitato il giudice conciliatore, il sindaco Merighi, il parroco di Sona, il medico del primo riparto ed il presidente della Società Operaia del capoluogo.

Nel 1903 il Comune rilasciò 99 nulla osta per la concessione del passaporto per l’Estero: 69 per la Germania, 42 per la Svizzera, 15 per l’Austria, 11 per l’Ungheria e due per San Paolo del Brasile. Nell’elenco di coloro che partirono sono presenti anche quattro famiglie con bambini di pochi anni.

Il registro dei nulla osta di Sona riporta alcuni dati di grande interesse, che fornisco un profilo dell’emigrante medio del periodo. Alla voce “condizione” la stragrande maggioranza dichiarava di essere contadino, una piccola parte artigiano (muratore, fabbro, calzolaio), le donne erano quasi tutte casalinghe ma figuravano anche alcune contadine e due domestiche.

Nell’elenco degli emigrati in Germania del 1903 e rientrati in Italia per partecipare alla Prima Guerra Mondiale, figurano due nomi di sonesi che poi perirono nel conflitto. Quello di Vittorio Zerpelloni di Lugagnano, classe 1888, arruolato nel 6° Reggimento Alpini che morì il 18 ottobre 1916 sul monte Pasubio e fu decorato di medaglia di bronzo al valore militare, e quello di Ludovico Minotti di Sona, classe 1882, arruolato nel 160° Reggimento Fanteria che morì per malattia in prigionia il 25 settembre 1917.

Nel 1904 il Comune di Sona rilasciò 116 nulla osta per l’emigrazione in Germania, Svizzera e Austria. Abbiamo rintracciato anche un elenco di trenta emigranti giunti a New York fra gli anni 1909 e 1921, presenti nei registri del museo dell’Immigrazione di Ellis Island, isolotto alla foce dell’Hudson nella baia di New York che fu il principale punto di ingresso per gli immigrati che sbarcavano negli USA. Fra di essi figurano dodici minorenni e quattro bambini di uno o due anni.

Nel maggio del 1924 la Società Generale Italiana (Società Riunite Florio, Rubattino e Lloyd italiano), una compagnia di navigazione, emise un listino di partenze per gli emigranti con rotta Sud o Nord America (solo New York). Erano iniziati i viaggi della speranza di chi poteva trasferirsi disponendo già di un contratto di lavoro e di un alloggio. Il listino prevedeva tariffe in dollari per la prima classe, in lire oro per la seconda classe e in lire carta per la seconda classe economica e per la terza classe. La compagnia di navigazione nel luglio del 1924 inviò al Segretario comunale di Sona copia delle istruzioni per emigrare in America del Nord. Suggeriva inoltre che, a causa del numero esiguo delle disponibilità in quell’area, “sia consigliabile stradare l’emigrazione verso l’America del Sud dove l’emigrante Italiano è ben trattato”.

Per i viaggi degli emigranti verso mete europee il treno fu invece il mezzo più usato. Una speciale deputazione provinciale, presso l’ufficio del Lavoro, organizzava specifici gruppi con partenze cumulative verso le destinazioni dove erano disponibili posti di lavoro. La Francia ed il Belgio furono le mete più ambite, per lavori che dovevano svolgersi nelle miniere di ferro e carbone. Due nostri concittadini, Guido Brunelli di Angelo e Mario Troiani di Luigi nel 1924 partirono con destinazione Marcinelle in Belgio, una miniera di carbone tristemente nota dove nel 1956 morirono 262 minatori stranieri (in buona parte italiani), per crollo di alcune gallerie.

Un terzo esodo dall’Italia per emigrazione si ebbe nel periodo tra le due guerre mondiali, sia verso l’Europa che verso le Americhe. Questa fase coincise però con un brusco calo delle partenze per le restrizioni legislative adottate da molti Stati e per quanto riguarda l’Italia dalla politica restrittiva attuata dal Regime Fascista. Il Governo, con una legge dell’aprile 1925 dal titolo “Emigrazione e la tutela giuridica degli emigranti”, ribadì che il Ministero degli Affari Esteri, in accordo con quello dell’Interno, poteva sospendere l’espatrio. La ragione vera di tale scelta era legata, in buona parte, a motivi di orgoglio nazionale. Con Mussolini che non si stancava di proclamare che “l’Italia è in grado di mantenere tutti i propri cittadini”.

Da notare che, da un certo momento, i nostri emigrati non furono più chiamati tali, ma “lavoratori all’estero.” Nel 1928 furono rilasciati undici passaporti e nel 1929 venticinque, verso Francia, Belgio e Germania. Appaiono anche i primi passaporti emessi per turismo o temporanei, per tre o sei mesi.

L’emigrazione verso Stati Esteri praticamente scomparve durante la seconda parte del Regime e durante la guerra. Nel 1938 troviamo alcuni casi di emigrazioni verso l’impero in Africa da poco conquistato: una per Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, di Luigi Bertoli e, nel 1940, un’altra a Gondar, vecchia capitale dell’Etiopia, di Giuseppe Bonato di Giobatta.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, e subito dopo, molti nostri concittadini lasciarono il Comune trasferendosi però non all’estero ma in altre regioni italiane, scegliendo soprattutto la Lombardia o il Trentino. La meta in assoluto preferita fu Milano. Solamente nel 1937 su 155 concittadini che lasciarono il Comune, ben 14 singoli e una famiglia con due figli scelsero proprio quella città.

A partire dal 1946 ripresero i movimenti demografici, per anni con preferenza sempre Milano ed il Trentino-Alto Adige all’interno, con un flusso che tornò elevato verso Francia, Belgio e Germania. Prese il via anche un nuovo movimento migratorio verso le Americhe.

Abbiamo raccolto alcune informazione sugli emigrati sonesi anche sfogliando i verbali dei certificati elettorali emessi per le elezioni del 1951. Per emigrati in Belgio furono ventitre, in Francia venti, in Germania otto, in Svizzera diciannove ed in Argentina ed Inghilterra uno ciascuna. Pochi poi in realtà tornarono a Sona per prendere parte al voto.

Recentemente la consigliere del Comune di Sona Antonella Dal Forno ha interpellato il gruppo degli storici proprio sul tema dell’emigrazione dal nostro territorio. In particolare, si chiede dove e come vivono oggi i nostri ex concittadini, che contributo hanno dato o stanno dando alla loro comunità attuale, c’è qualcosa di Sona nella loro società e se abbiamo ancora rapporti con loro.

Sono quesiti che meriterebbero una risposta, anche per fissare nella memoria collettiva sonese le sofferenze di molti nostri concittadini in periodi veramente bui vissuti dalla nostra comunità.