El campo “de la Ciesa”. “Gh’era ‘na olta el Gao”, cronache calcistiche del vecchio Lugagnano

Old black-and-white photo of a soccer team posing with trophies; players kneel in front, others stand behind, wearing striped jerseys; caption 'IL BACO DA SETA' appears at the bottom left.

Ci sono cresciute generazioni intere di ragazzi lugagnanesi, liberi di sognare stadi immensi e gol memorabili, ma sempre pronti, prontissimi, all’ennesima interminabile partita “al campo de la Ciesa”.

Per noi era San Siro e l’Olimpico, il Camp Nou e Wembley, il Bentegodi e il Maracanà. Era tutto, il “campo de la Ciesa”. Era il posto dove rifugiarsi appena finiti i compiti. Anzi, prima dei compiti. A volte anche prima di mangiare, “…perché dobbiamo sfidare quelli di Caselle”, e al diavolo anche pastasciutta e panini, “dovemo far la squadra”.

Eravamo questi, pieni di sogni. Tutti uguali, perché allora non c’era altro, se non “El campo de la Ciesa”. Niente pallacanestro, pallavolo, nessuna distrazione, niente che non rotolasse assieme a quella palla. Figuratevi play station o altre diavolerie, nessuno le poteva nemmeno immaginare. Erano lontane come la luna. Impensabili, addirittura.

Rotonda come la luna era invece quella palla. A volte di cuoio vero, color marron, con le stringhe per chiedere la camera d’aria. A volte, il più delle volte, di “gomma dura”, quelli che non “sbandavano” e si bucavano a fatica.

Il pallone di cuoio era per pochi. Quando c’era, era per partite “vere”, le sfide con “quei de le Casele”, ad esempio. Oh, sia chiaro, mica c’erano le maglie, eh… E neanche limiti di età. Chi c’era giocava, tutto lì. E se c’erano quelli più grandi, toccava a loro. Tu aspettavi il tuo turno, se eri bravino, i grandi ti facevano entrare qualche volta. E allora imparavi ancora prima, a “scartare”, a scappare, a non piangere se ti arrivava qualche “scarpata”. A farti furbo, che’ ti sarebbe servito più avanti.

Si giocava fino a sera, non c’erano arbitri con l’orologio, a che servivano? Giocavi fino a quando non ci si vedeva più, punto e basta. Partite fino al 10, o anche dopo, partite senza fine, perché non c’è mai fine ai sogni. Là, al “campo de la Ciesa”, era bello così. Poi venne il tempo dei tornei notturni e di altri sogni coltivati a basso prezzo, perché almeno quelli, i sogni, non costano niente.

Ci sono passato giorni fa, al “campo de la Ciesa”. Era un po’ che non mi fermavo. Mi sono messo sui gradoni, a pensare. Il campo era vuoto. Spento. Non un bambino che giocava. Perfino qualche filo d’erba, che non si vedeva, vado a occhio, dal 1965, più o meno. Niente. Non un pallone, non una squadra, proprio vuoto, desolatamente solo.

Oddio, è cambiato il mondo, questo è chiaro. Mica potevamo pensare che i bambini di Lugagnano restassero indietro, andassero ancora al “campo de la Ciesa”, come facevano i papà, o forse, meglio, i nonni.

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Però, ho avvertito qualcosa di strano, in quei momenti. Come se, in fondo, il “campo de la Ciesa” reclamasse ancora qualcosa. Si sentisse anche un po’ inutile. In fondo, ha visto crescere generazioni intere e, fosse per lui, continuerebbe a farlo.

Chissà, magari basta poco a riaccendere la passione. A metter via la play station. A riprendere quel vecchio pallone un po’ rovinato. A chiamare gli amici. A darsi appuntamento. “Ci vediamo al campo de la Ciesa”. Senza avere un’ora precisa, perché a qualsiasi ora c’è qualcuno che gioca. Qualcuno che sogna.

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Raffaele Tomelleri
Firma storica del giornalismo sportivo veronese, ha al suo attivo anche numerosi libri sulla sport locale e sui suoi valori.