“E le quaranta famiglie dell’Agripol che fine faranno?”

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I lavoratori dell’ex Agripol, lo stabilimento ora di proprietà Amadori situato a sud del campo da calcio dietro la chiesa di Lugagnano, ci scrivono per segnalare il problema, da nessuno – sostengono – considerato, della fine che farebbero loro e le loro famiglie se dovesse veramente chiudere l’incubatoio in cui lavorano.

 

Tutto nasce da un masterplan presentato recentemente ai gruppi consigliari e alla stampa dal Sindaco Gualtiero Mazzi nel quale si anticipa un’operazione che dovrebbe interessare anche l’area Amadori, che nei progetti dell’Amministrazione Comunale è destinata a diventare un parcheggio e un polmone verde per il paese di Lugagnano.

 

Nella loro lettera i lavoratori, oltre a presentare la loro situazione, smentiscono nel contempo che questo possa accadere, se non altro non nel breve periodo. Come intendono dimostrare inviandoci una circolare interna della Direzione di Amadori.

 

Alla cortese attenzione della Redazione
“Il Baco da Seta”

 

Siamo i lavoratori della RIPRO.COOP. l’incubatoio facente parte del Gruppo Amadori (ex-AGRIPOL) e vorremmo dire la nostra riguardo l’articolo apparso su “Il Baco da Seta” versione WEB del  5/07  a firma Federica  Valbusa.  

 

Questo riporta grosso modo l’articolo apparso sull’Arena del 2 Luglio 2011.

 

Inviamo pertanto copia della comunicazione interna in data 7 Luglio 2011 che da sola, basterebbe come risposta all’articolo sopra citato.

 

Andando però aldilà delle disquisizioni politiche, sulle quali non ci soffermiamo, ci pare giusto mettere l’accento su una cosa per noi vitale e sulla quale nessuno del Consiglio Comunale di Sona che governa il Comune, ne dell’opposizione, ne l’autrice dell’articolo si sono soffermati: l’aspetto umano.

 

Nessuno e torniamo a ripetere nessuno si è domandato: “ ..che fine fanno i quaranta lavoratori dell’incubatoio? ..e le loro famiglie?”.

 

Si è dato molta importanza al parcheggio, al centro polivalente (che ora si vuole costruire qui, prima si voleva costruito là e in futuro forse da un’altra parte) senza dare peso alle persone che lavorano nello stabilimento e che fanno anch’esse parte di questa comunità. Il verbo spostare, usato nell’articolo nasconde tutto l’aspetto della questione, ma leggendolo dalla parte di noi lavoratori significa una sola cosa: chiusura.

 

Chiusura perché non si può costruire un incubatoio dall’oggi al domani. Per avviare un nuovo incubatoio occorrono 5 anni di tempo dalla fase di progetto alla fase operativa.

 

Chiusura perché non sappiamo se il Gruppo Amadori è disposto ancora ad investire a Lugagnano., con conseguente perdita per l’economia interna del nostro paese, gran parte dei nostri fornitori sono di Lugagnano.

 

Chiusura perché il terreno dove ci dovremmo spostare certamente non sarà idoneo per costruire un incubatoio.

 

Chiusura perché …e potremmo andare avanti con altre mille ragioni che non stiamo qui ad elencare.

 

Avremmo potuto tirare in ballo anche la crisi, l’economia, la salvaguardia dei posti di lavoro,con le diverse situazioni personali di ognuno di noi, etc, etc ma non lo facciamo.

 

Una cosa è certa, noi dipendenti Amadori dal nostro paese siamo visti più come un intralcio al suo sviluppo, che una realtà produttiva efficiente.

 

Cordialmente.
I quaranta lavoratori Amadori e le loro famiglie