Dopo Giulia un 25 novembre diverso da tutti gli altri. Riflessioni di un papà di una figlia femmina

Oggi non è un 25 novembre come gli altri. Oggi la giornata contro la violenza sulle donne assume una valenza diversa rispetto agli anni passati. Fuori dall’ordinario, molto di più di semplici hashtag, di banali copia-incolla di frasi dal web, di frasi fatte di cui ci riempiamo la bocca o di una verniciata di rosso a delle panchine. Fare e mostrare. Fare e mostrarsi. Come se non bastassero i fatti o il proprio comportamento per dimostrare che siamo contrari alla violenza sulle donne.

Una ricorrenza, quella di oggi, diversa dalle precedenti perché la vicenda della morte prematura di Giulia Cecchettin è ancora impressa nella mente di tutti: non si è placata la rabbia per questo atto di macelleria, il minuto di silenzio sembra non bastare più.

Un 25 novembre diverso dagli anni precedenti perché i numeri raccontano un fenomeno tutt’altro che debellato: nonostante nell’arco di quindici anni il numero degli omicidi sia tendenzialmente calato, quello delle donne è rimasto pressoché invariato; sintomo che la piaga di relazioni tossiche in Italia non accenna a smorzarsi, visto che negli omicidi commessi da partner o ex 9 vittime su 10 sono donne. Poco importa di quanto il caso italiano sia meno peggio di altri Paesi in Europa o nel mondo, di quanto i media stiano enfatizzando il problema o di quanto il nostro Paese abbia fatto passi avanti negli ultimi anni (aver abolito il delitto d’onore e lo ius corrigendi solo negli anni ’80 è indubbiamente positivo, di certo non un motivo di vanto per la tempistica).

Una giornata contro la violenza sulle donne che per la prima volta dal punto di vista di chi scrive assume dei connotati nuovi: sono papà di una figlia femmina da tre mesi e mezzo. Papà di una bambina che sarà la donna di domani.

La speranza, insieme a tutti gli innumerevoli interrogativi che mi accompagnano sulla sua educazione nei prossimi anni, sulla società in cui vivremo in un futuro non troppo lontano, sul ruolo della tecnologia nella comunicazione e nelle relazioni, è che un domani (il prima possibile) non si senta più la necessità di dedicare una giornata contro la violenza sulle donne.

Questa speranza agli occhi di qualcuno potrà sembrare un sogno irrealizzabile alla pari di un mondo senza guerre e conflitti. Un’utopia. Anche perché alcuni numeri non sono confortanti e remano contro la corrente della nostra speranza: basti pensare che, secondo un’indagine Istat, in Italia oltre il 16% dei giovani (maschi) in età compresa tra 18 e 29 anni (una quota molto più alta rispetto alle generazioni più vecchie) ritiene “accettabile sempre o in alcune circostanze” controllare abitualmente il cellulare o le attività sui social della propria moglie/compagna.

I sintomi del controllo, del pregiudizio o del possesso non fanno altro che gettare benzina tossica sul fuoco delle relazioni, che proprio nella giovane e giovanissima età necessitano di essere vissute con una sana educazione alle spalle. Qui non puntiamo il dito contro la politica, la scuola, la parrocchia o il patriarcato: si dirà che la responsabilità è sempre individuale e che non è sufficiente cercarla all’interno del nostro sistema formativo, giurisprudenziale e culturale, che merita sempre di essere perfezionato e rinforzato.

Forse, però, le prime risposte ai nostri tanti, tantissimi interrogativi si possono trovare aprendo una riflessione sulla famiglia, la cellula essenziale del tessuto della nostra società, il primissimo (anche se non l’unico) contesto in cui costruiamo ed ereditiamo un tanto complesso quanto straordinario patrimonio di valori. La scuola e le istituzioni faticheranno sempre, infatti, a far maturare il senso di sensibilità degli individui e la loro capacità di preoccuparsi e di accorgersi del prossimo e dei suoi stati d’animo.

All’interno della nostra società, dentro le nostre famiglie, occorre riflettere e lavorare affinché da una parte una relazione tossica non passi sotto silenzio e dall’altra si possa favorire il dialogo grazie all’ascolto reciproco. Ciò non significa che sulla famiglia ricada la responsabilità di decifrare ogni sorta di emozione e di prevenire gli atti di violenza, ma in essa vi è il punto di partenza per riflettere e coltivare i preziosi valori del rispetto, della libertà, della fiducia e dell’amore.

Magari partendo proprio dall’utilizzo del linguaggio, eliminando quegli aggettivi possessivi assolutamente superflui nelle relazioni autentiche: che valore aggiunto danno espressioni come “mia morosa”, “mia moglie”, “mio amore”, “sei mia” ecc. rispetto al nome personale? Una relazione autentica non ha bisogno di un tono di esclusiva né di espressioni come il “per sempre”, da sostituire con un “giorno per giorno”, proprio per enfatizzare che l’amore e i sentimenti non sono sempre uguali, ma evolvono e maturano nel corso del tempo.

Ed è proprio la qualità (non tanto la quantità) del tempo che noi uomini, prima come amici e fidanzati, poi come mariti e padri, dedichiamo alla famiglia e alle donne che la compongono a determinare quel cambiamento culturale e sociale in cui speriamo. A rendere questo 25 novembre, infine, diverso da tutti gli altri, ma sempre più uguale al resto dei giorni dell’anno.

Gianmaria Busatta
Nato nel 1994 e originario di Lugagnano, scrive per il Baco dal 2013. Con l'impronta del liceo classico e due lauree in economia, ora lavora con numeri e bilanci presso una società di servizi. Nel (poco) tempo libero segue con passione la politica e la finanza e non manca al suo inderogabile appuntamento con i nuovi film al cinema (almeno) due volte a settimana. E' giornalista pubblicista iscritto all'ordine dei giornalisti del Veneto.