Dicembre, tempo di silenzi introspettivi e di dimensione profonda delle tradizioni

“Dicembre è sempre stato il mese in cui si smetteva di esistere.
Si diventava una parentesi nel buio, o poco più.
Si accendevano lanterne, lampade e candele.
Ma era evidente che non bastavano contro il fiume straripante delle tenebre.
È facile capire un messaggio natalizio più pagano, più primitivo:
a qualsiasi costo con torce e fiaccole riavere una luce solare
il cui ritorno non era mai scontato”.
Lars Gustafsson

L’anno solare si conclude nel mese delle ombre lunghe, che prepara la Natura al tempo del grande silenzio invernale. All’avvicendarsi del solstizio, la notte domina il giorno e con la vegetazione che si abbandona alla meritata quiete, il paesaggio di dicembre si imprime dei caratteri di una pellicola in bianco e nero, custode di memorie e tradizioni lontane.

Dicembre è il regno delle tenebre. Immerse nella quiete delle lunghe notti, le forme della Natura si predispongono al riposo e si immedesimano in un’apparente morte per sopravvivere all’inverno nascente.

Nelle società agrarie dei tempi andati, anche il ritmo del lavoro rallentava e le brevi giornate di dicembre erano dedicate alla manutenzione della campagna e allo svolgimento delle attività essenziali. Al tramonto tutto il contado si riuniva al filò nella stalla della barchessa attorno alla luce di una lanterna. In un clima di sostegno reciproco, gli uomini affinavano le arte (gli attrezzi da lavoro), le donne rammendavano e filavano, gli anziani raccontavano storie tramandando l’esperienza degli antenati alle nuove generazioni.

Abbondanti di significati che richiamano gli antichi culti del sole, le tradizioni di dicembre riflettevano le usanze di una cultura incentrata sulla famiglia le cui attività ruotavano attorno al focolare domestico, cuore pulsante della casa, simbolo di accoglienza e nutrimento di affetti. Fondate sull’osservanza dei principi e delle regole del patriarcato, le consuetudini comunitarie, in armonia con il ciclo delle stagioni, determinavano lo scandire del tempo e l’evento più atteso di dicembre era anche quello più atteso dell’anno: la Vigilia di Natale.

Alla sera della vigilia il focolare era alimentato dal ceppo. La funzione simbolica del fuoco era quella di sostentare la rinascita del sole dopo il solstizio, un atto sacro e propiziatorio che rafforzava il legame ancestrale tra uomo e Natura e richiamava lo spirito degli antenati. Prima di essere acceso dal capofamiglia, il ceppo si benediva, si addobbava e infine, cosparso di vino o di grasso, ardeva fino all’Epifania. Le ceneri, custodi delle forze degli avi, si spargevano infine nei campi allo scopo di favorire il raccolto.

Nonostante il focolare sia pressoché estinto, i festeggiamenti della vigilia di Natale sono ancora profondamente radicati nella cultura contemporanea e rappresentano un importante momento di condivisione, abbondanza e allegro convivio. Ma il ricordo del ceppo è come cenere dispersa nel vento? Anche se in forma diversa, dalla Scandinavia al Mediterraneo la sua memoria è oggi custodita nella dolce sòca de Nadal (il tronchetto di Natale).

Nonostante tutto, accade spesso che l’attuale frenesia legata alle festività poco si intenda con la dimensione profonda delle tradizioni che dicembre porta con sé. La distanza dai ritmi naturali, trasforma un momento di celebrazione e raccoglimento familiare, nel periodo più stressante dell’anno.

Rallegrato dallo scintillio delle luminarie natalizie, dicembre annuncia il tempo del grande freddo: sulle cime dei monti compare la prima neve e i raggi solari filtrano pallidi attraverso la coltre di nebbia che avvolge le pianure. Mentre l’aria umida si trasforma in notturni riflessi di brina, la terra raccoglie le ultime forze vitali a protezione dei semi che riposano nel sottosuolo.

Nei silenzi introspettivi di dicembre, il movimento calmo e nascosto della Natura evoca il calore delle tradizioni, narrate attorno all’eterno focolare degli antenati.

Nell’immagine, Joseph Farquharson, “The shortening winter’s day is near a close”, 1903.

Emanuela Rigo
Passeggiare in aperta campagna, ispira la mia passione per la scrittura e la fotografia, e mi trasporta in una realtà dove percepire ancora le mezze stagioni. La mia personalità eclettica e la formazione multidisciplinare volta alla ricerca della bellezza, si esprime al meglio come consulente nell’ambito della fitocosmesi. Dopo mezzo secolo di città, il territorio di Sona mi sta ora offrendo una nuova dimensione di vita dove sperimentare altre tradizioni e antichi valori. Collaboro con il Baco con la rubrica “Il salotto di madre Natura".