Dentro il Liceo Medi, la matematica diventa fiducia: il metodo del professor Simone Zuccher

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Il soggetto di questa intervista è il professor Simone Zuccher, docente di matematica del Liceo Medi di Villafranca.

Grazie alla sua grande disponibilità, abbiamo esplorato tematiche estremamente interessanti: oltre a una breve sintesi del suo percorso di studi e delle sue esperienze lavorative, il professore ci ha parlato del rapporto tra insegnante e studente, la vera colonna portante del suo metodo di insegnamento.

Professore, dov’è nata questa sua passione per la fisica e per la matematica?  Ha avuto nella sua infanzia, o anche più avanti, una figura che l’ha portata ad avere questa passione?
Ricordo di essere sempre stato un bambino molto curioso e pratico: mi piaceva sporcarmi le mani, costruire cose e capire il funzionamento degli oggetti. Questo interesse naturale verso il mondo che ci circonda mi ha portato, già alle medie, a fare esperimenti con la corrente elettrica, prendendo anche la scossa a volte! La passione vera è però maturata al liceo scientifico. In quarta superiore, il mio insegnante di fisica spiegò il moto dei fluidi e il motivo per cui un pallone gira quando gli si dà un “effetto”: è merito dell’aria. Senza aria, il pallone andrebbe dritto. Quella fu una folgorazione: decisi che mi piaceva la dinamica dei fluidi. Cercando dove studiarla, scoprii che la facoltà ideale era Ingegneria Aerospaziale.

Prima di arrivare al liceo Medi, qual è stato il suo percorso?
Dopo la laurea in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano, feci uno stage alla Aermacchi, nel reparto ricerca e sviluppo, ma dopo un po’ mi resi conto che il mestiere dell’ingegnere era per me un po’ ripetitivo: si cercava di far funzionare le cose, ma senza capirne la profondità. Io volevo capire il “perché”. Così feci un anno di specializzazione in Belgio e poi tornai a Milano per conseguire il dottorato in ricerca, concentrandomi sulle instabilità fluidodinamiche e sulla transizione dal moto laminare a quello turbolento.

E poi?
Verso la fine del dottorato, mia sorella mi convinse a iscrivermi a un concorso per approcciarmi all’insegnamento. Fin da subito ricordo di essere stato riluttante verso il percorso dell’istruzione dato che volevo concentrarmi principalmente sul percorso accademico. Mentre ero via per una conferenza a San Diego, un docente di fama mondiale mi offrì un post-dottorato negli Stati Uniti. Accettai subito, ma poiché avevo vinto il concorso per l’istruzione, chiesi un’aspettativa per potermi concentrare sulla mia esperienza all’estero. Così sono rimasto in Arizona per tre anni, tra Phoenix e Tucson. Nel 2005, sia per la fine dei finanziamenti sia perché non mi ritrovavo nel modello educativo americano, sono tornato in Italia per occupare la cattedra al Liceo Medi.

Lei ha avuto la possibilità di osservare sia il sistema scolastico americano che quello italiano\europeo. Ha visto differenze sostanziali? Quale modello ritiene più adatto?
C’è una netta differenza: la nostra preparazione scientifica, anche a livello di scuola superiore, è nettamente superiore a quella statunitense. La nostra capacità di risolvere e affrontare quesiti e problemi è molto più elevata e allenata. Lo noto anche con gli studenti che fanno il quarto anno all’estero: quando tornano dai paesi anglosassoni, i loro compagni rimasti qui sono molto più avanti in matematica e fisica. Il nostro sistema di formazione è estremamente solido ed efficace dal punto di vista delle competenze acquisite.

Quali caratteristiche ritiene siano più importanti per un insegnante, specialmente nelle sue materie?
In assoluto è la relazione che un insegnante deve avere con i suoi studenti. Bisogna saper instaurare un rapporto di fiducia solido con la classe: il docente deve fidarsi della voglia degli studenti di migliorare e imparare, e loro devono fidarsi della competenza e dell’onestà dell’insegnante. Inoltre, bisogna avere il piacere di stare in classe: se entrare in aula diventa un momento divertente gli studenti avranno un atteggiamento più propositivo alla materia, di conseguenza tutto diventa più semplice. Ovviamente bisogna essere preparati e conoscere molto più di quello che si insegna in una aula scolastica, così da poter collegare la materia alla realtà quotidiana degli adolescenti, come gli smartphone o le nuove scoperte, per attrarre il loro interesse.

Utilizza qualche metodo per rendere queste materie più intuitive o semplici da approcciare?
Per mia natura sono una persona pratica, ho fatto anche il falegname durante le estati del liceo, quindi spesso parto da esempi molto concreti. Il mio approccio è meno formale e più “praticone”, tipico di chi ha una formazione da ingegnere. Cerco di aiutare gli studenti a capire attraverso disegni o concetti geometrici tangibili.

In conclusione, se tornasse indietro, ripercorrerebbe il percorso dell’insegnante o continuerebbe il percorso accademico?
Nonostante all’inizio fossi convinto che non avrei mai messo piede in una scuola superiore come insegnante, oggi penso che rifarei questa scelta senza dubbio. Insegnare in questa scuola mi da molta soddisfazione. A differenza dell’università, dove gli studenti hanno già scelto il loro settore e il loro percorso, la scuola superiore permette di dare una prospettiva più ampia a un numero molto più elevato di ragazzi. Proprio per questo ritengo che intraprendere il percorso dell’insegnante sia stata una ottima scelta nella mia carriera lavorativa.

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