Delitto Meche, in aula i testimoni

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«Claudiu mi raccontò che, secondo lui, Meche era un gay. Si vergognava, ma quel signore gli aveva chiesto di fare il bagno insieme. Lui aveva paura di perdere il lavoro e così accettò. E non fu l’unico contatto sessuale». È stata la testimonianza di Novac Anatolic, il coinquilino di Claudiu Stoleru, 21 anni, accusato del duplice omicidio dei coniugi Meche, a togliere dal buio i lati ancora oscuri del rapporto tra il romeno e il sessantenne, ucciso il 23 aprile 2008 insieme alla moglie Luciana Rambaldo, 59, nella casa di via Tirso a Lugagnano.

 

Non si potrà mai verificare l’attendibilità della versione di Anatolic, ma la sua deposizione potrebbe aprire nuovi scenari nel processo, iniziato ieri a carico di Stoleru. Davanti alla Corte d’Assise, presieduta da Dario Bertezzolo, giudice a latere Paola Vacca, si è conclusa la prima udienza durata fino alle 18. In aula era presente anche Stoleru, difeso da Davide Adami, arrestato il 24 aprile a Civitavecchia mentre si stava imbarcando sul traghetto per la Sardegna. Oltre che di duplice omicidio, il Pm Fabrizio Celenza lo accusa anche dell’occultamento di cadavere di Meche, di atti osceni nei confronti della Rambaldi, per essersi «congiunto carnalmente» dopo averla uccisa, e di rapina per aver sottratto chiavi, capi d’abbigliamento e portafogli alle due vittime. 

 

PARTITA A CARTE DOPO IL DUPLICE OMICIDIO. «Il giorno del delitto, è rientrato a casa tra le 16.30 e 17, ha fatto il bagno e si è cambiato. Poi è entrato in cucina e ci siamo messi a giocare a carte con un altro amico», ha raccontato ancora Anatolic. Ma c’era qualcosa che non andava in Claudiu: «Quel giorno appariva spaventato» ha rivelato ieri il connazionale. Poi Anatolic è andato a lavorare, lasciando a casa da solo lo Stoleru. «Quando sono tornato» ha raccontato, «ho trovato le chiavi di casa di Claudiu per terra. Sono andato in camera e ho scoperto che non c’erano più i suoi vestiti. Dopo un po’ è arrivato un sms sul cellulare di mia moglie nel quale Claudiu chiedeva scusa per non aver pagato l’affitto ma aveva fatto qualcosa di grave e se ne era dovuto andare».

 

IL DEPISTAGGIO. Ma è stato in mattinata, il colonnello Sergio Dal Monte, ex comandante del reparto operativo dei carabinieri a segnalare che «nella villetta era stato tutto sistemato per far sparire le tracce. Il vano garage era in ordine e Stoleru aveva dato una mano di bianco per coprire gli schizzi di sangue». Una volta dissequestrato il furgone di Meche, il nipote della Rambaldo, Simone Veronesi, aveva trovato sotto il sedile di guida una quietanza di un corriere. Il giorno del delitto, l’autista Bruno D’Andrea, altro teste sentito ieri, doveva consegnare dei cuscini, acquistati dalla Rambaldo. Arrivò alle 17.15 e trovò Stoleru sull’auto dei Meche in giardino. Il diciannovenne si rifiutò di ritirare il pacco.

L’autista gli lasciò così la ricevuta che fu poi trovata dal nipote sul furgone. In questo caso, l’orario riportato sulla ricevuta del corriere non è compatibile con la deposizione del coinquilino di Stoleru che aveva parlato del suo rientro nella casa di via XXIV Maggio a Lugagnano tra le 16.30 e le 17.

 

LA SCENA DOPO IL DELITTO. Sono stati i nipoti dei coniugi Meche i primi a trovare gli zii uccisi un anno e mezzo fa. «Mia sorella mi ha chiamato a dieci minuti alla mezzanotte di quel 23 aprile. Mi disse che era tutto il pomeriggio che tentava di mettersi in contatto con gli zii senza riuscirci», ha raccontato Veronesi durante il processo. E ancora: «Li ho raggiunti a Lugagnano. Sono entrato in casa. Ho guardato nella camera. Lì ho trovato mia zia. Era sdraiata sul letto, messa di traverso, senza slip e aveva la maglia sollevata sopra il seno con il reggiseno lacerato. Aveva il copriletto sul viso, l’ho sollevato e ho visto il viso tumefatto. Ho iniziato a urlare».

 

La donna era morta strangolata poche ore prima. «Poi», ha proseguito il nipote, «sono entrato nel garage. Ho aperto la porta del magazzino, ho spostato i teli e ho visto la testa di mio zio e sono scappato fuori».

 

I medici legali Franco Tagliaro e Federica Bortolotti hanno spiegato che Meche «è stato trovato in posizione prona con la mani legate da una striscia adesiva, a contatto con il pavimento». Hanno poi analizzato i colpi: «C’erano almeno 5 colpi nella calotta». La vittima è morta dopo un’agonia lunga fino ad un’ora, si è sbilanciato Tagliaro.
C’erano lesioni anche sulle sue mani. «Quattro colpi a destra e 4 a sinistra», ha spiegato la Bortolotti, «e si possono qualificare come lesioni da difesa. Il numero minimo di colpi inferti al Meche poteva essere almeno di 15».

 

(Da “L’Arena” del 20 Ottobre 2009)