Chi frequenta un liceo e pratica uno sport a livello agonistico, o quasi, lo sa: conciliare studio e allenamenti è una sfida non da tutti, che richiede costanza e disciplina.
Tra i numerosi studenti atleti che frequentano il Liceo Medi di Villafranca, ho avuto il piacere di intervistare una tenace karateka, Valentina Nguyen Vy, che questo settembre è stata nominata vincitrice del bronzo agli europei di Kata in Danimarca.
Ciao, Valentina. Innanzitutto, in cosa consiste la disciplina del Kata?
Solitamente, la gente la definisce “una sequenza di mosse”. Insieme al Kihon e al Kumite, arti marziali che riguardano il combattimento, il Kata è una delle basi del Karate. Ma non è tutto qui: sarebbe più corretto dire che è un combattimento immaginario, dove visualizzi il tuo avversario e segui uno schema che coinvolge determinate mosse, determinate posizioni.
E’ una disciplina individuale, come si può pensare?
Assolutamente no. Può sembrare di essere soli, se svolto individualmente e non in squadra, ma in realtà serve l’aiuto di tante persone per arrivare a fare un Kata in maniera impeccabile. Ho praticato anche il Kata di squadra, composto da tre membri disposti a triangolo, e posso assicurarti che se non collaborano tutti i componenti, se tra loro non c’è connessione, non esce nulla. Quindi no, non è mai individuale.
Il bronzo che hai ottenuto l’hai vinto da sola?
Sì, ho gareggiato individualmente. Tra i diciottenni e i ventenni con cui mi trovavo, ero la più piccola. Il livello era molto alto: non mi sono scontrata con coetanei, ma con ventenni. E’ stata una vera sudata. Quello che non ho fatto a meno di notare, è stata la velocità con cui si è svolto tutto. Mediamente, il Kata dura 30 secondi: in quei 30 secondi ti giochi tutto il lavoro di un anno. Ancora di più se sai che il tuo avversario è molto più esperto. A me che è capitato, sapere di avere a che fare con ragazzi più bravi mi ha spinto a dare il meglio di me. Ero arrivata fin lì, dovevo farlo.
Alle premiazioni come ti sei sentita? Te lo aspettavi almeno un po’ di vincere?
Diciamo che non mi aspettavo di vincere, ma sapevo di essere lì per farlo. Un’atleta che va a fare una gara deve voler vincere. Io volevo vincere. Ho fatto qualsiasi cosa per riuscirci: ho bilanciato le mie energie, ho mangiato bene, ho dormito a sufficienza. E’ vero che sono stata in Danimarca per cinque giorni, ma i giorni prima della gara erano tutti dedicati a questa. Anche se fosse andata male, sarei comunque tornata a casa consapevole di aver dato il massimo.
Quindi tu non giochi per partecipare ma per vincere?
Secondo me, per un atleta che gareggia a livelli agonistici non è accettabile giocare per fare presenza.
Immagino ti sia capitato anche di perdere. Come affronti le sconfitte e cosa ti spinge a non arrenderti?
Nella carriera agonistica si perde e si vince. E quando si perde è comprensibile il momento di offuscamento iniziale. Il Karate insegna anche questo: razionalizzare la sconfitta, trarne insegnamenti e, cosa più importante, controllare le emozioni. Qualcuno pensa che se si è arrabbiati fa bene allenarsi per sfogarsi. Ma non dev’essere quello il fine. Non ti conosci perché non ti stai controllando. Potrai anche star soffrendo, ma devi saper nascondere quel dolore. E importi di non sbagliare più la prossima volta, promettendoti di lasciare il passato alle spalle.
E questo approccio ottimista credi sia tipico tuo o proprio della maggior parte degli atleti di alto livello?
Mi auguro sia un atteggiamento di tutti gli agonisti. Prima mi chiedevi cosa mi spinge ad andare avanti: secondo me è proprio questo, la capacità di razionalizzare la sconfitta. Se accumuli tutti gli errori che hai fatto e ti sforzi per migliorarti, prima o poi sarai in grado di vincere, di essere in grado di fare quello che vuoi.
Valentina, c’è qualcos’altro che ti hanno trasmesso le arti marziali?
La disciplina. Senza dubbio. Anche la costanza e la capacità di credere ogni giorno in quello che faccio. Chi mi sente parlare, o chi leggerà questa intervista, magari potrà credere che io non sia mai demotivata. Assolutamente no. Mi capitano spesso delle inconvenienze che non rispecchiano il mio sforzo, ma non mollo, perché bisogna continuare a credere in ciò che si fa. Portare avanti i propri obiettivi.
A che età ti sei avvicinata a questa arte marziale?
A dire il vero, molto tardi. Ero già in quinta elementare, in un’età in cui capisci più o meno quello che stai facendo. Ed è stata la mia fortuna, perché ho capito così di preferire il Kata al combattimento. Ora sono otto anni che lo pratico, e solamente dagli ultimi anni ho iniziato a fare anche combattimento.
Ogni quanto ti alleni?
Dalle tre alle quattro volte a settimana. Gli allenamenti durano mediamente due ore. In questi giorni, invece, mi sto allenando tutti i giorni, perchè a breve ci saranno i tornei e un trofeo italiano in ballo.
Immagino che in questo periodo, oltre agli allenamenti, tu sia presa anche da una miriade di verifiche (NdR. Valentina frequenta la classe 5G, di indirizzo Scientifico Scienze Applicate), da esami, magari dallo studio per la patente. Come riesci a conciliare vita sociale, sport e scuola?
La fatica si fa sentire, ma sono sempre riuscita ad organizzarmi. Mi capita ogni tanto di dover ricordare ai professori i miei impegni sportivi.
Hai altri interessi al di fuori del Kata?
Sì. Mi piace camminare, andare in bicicletta e a correre. Inoltre disegno e ascolto tanta musica. Ah, anche il fai-da-te! Mi piace mettermi a costruire cose.
C’è qualcuno che ti ha ispirata a iniziare il Kata?
Questa è una vicenda molto simpatica. Inizialmente io facevo danza, ma l’arte marziale è una sfera tipica della mia famiglia. Io sono vietnamita, ed essendo asiatica ho ereditato questa passione. Mio zio, da parte di mia mamma, ha gareggiato alle nazionali ed è diventato maestro. Un giorno, in quinta elementare, mi è stato detto che c’era questa disciplina che nessun altro aveva portato avanti, dopo mio zio. E io subito non ci ho dato tanto peso, ho iniziato tanto per provare. Ed ora eccomi qua. Nel vedere le foto delle sue gare sentivo una vocazione dentro me. Nel danzare non mi sentivo realizzata e ho intuito che il mio posto non fosse quello.
Prima di una gara, hai un qualche rito scaramantico da rispettare?
Non credo di averne uno così particolare, a dire il vero. Sono un po’ masochista. Mi piace darmi colpi o farmeli dare. Sulle spalle, sulla schiena. E’ un po’ imbarazzante quando non c’è nessuno con me e devo chiederlo a un passante, così mi capita di dovermi colpire le gambe da sola. Questa particolarità mi è rimasta anche a scuola: prima delle interrogazioni può capitare mi batta le gambe, come per attivare i muscoli. Almeno libero un po’ di adrenalina. Ai miei compagni chiedo di non fare caso, ma tanto oramai sono abituati.
Qual è stato, finora, l’apice della tua carriera sportiva?
L’anno scorso, prima della Danimarca, sono stata in Giappone per i mondiali. Mi viene la pelle d’oca anche adesso se penso che sono stata ai mondiali a 17 anni, nel Paese dov’è nata la mia disciplina… non ho vinto, perché al secondo turno la giapponese mi superò. I giapponesi sono proprio di un altro livello. Ma in lei ho trovato il mio obiettivo futuro. Feci una prestazione niente male, considerando le emozioni che stavo vivendo. L’ho gestita bene, e ne sono uscita contenta. Ma mi sono promessa che l’anno successivo avrei provato ancora.
E oltre a questo ambizioso obiettivo, hai in mente altri progetti per il tuo futuro?
In questo periodo ci sto pensando molto. Mi vedo già fuori da qui. Non vedo l’ora di iniziare l’università, mi incuriosisce. Sono sicura di voler viaggiare, non solo per vedere il mondo ma per confrontarmi con altre culture. Vorrei continuare a farlo.
Quanto valore ha per te viaggiare? Ti piacerebbe vivere all’estero?
E’ fondamentale, viaggiare. Ogni volta che lasci il tuo Paese per un altro ti arricchisci, ti accresci e scopri, anche inconsciamente, qualcosa che prima o poi ti tornerà utile. E’ importante confrontarsi con persone diverse da noi. Da turista girerei il mondo, ma no, non lascerei l’Italia. Mi trovo bene qui.
C’è un aneddoto che vuoi condividere?
Prima delle gare mi mangio sempre un’albicocca disidratata. Non può essere uvetta, pistacchi, né altro. Per forza un’albicocca. Scientificamente è una carica di zuccheri, mi carica parecchio. Anche spiritualmente. Cerco di averne sempre nel borsone.
E invece una frase che ti porti dentro?
Vale anche per la scuola, ma non solo: credere sempre in quello che stai facendo. Se non sei convinto di cosa stai facendo, se non sei disposto a metterti in gioco, non aspettarti di vincere. Né una medaglia, né una qualsiasi soddisfazione. Mi è capitato che si siano complimentati con me dopo una gara in cui non avevo sentito “mio” il Kata, e per questo non ho creduto ai complimenti. Devo crederci io per prima, in me stessa.
Insomma, l’ambizione e la disciplina di Valentina Nguyen Vy dovrebbero ispirare ognuno di noi, indipendentemente dai nostri obiettivi. Perché, come sostiene lei, se ci credi, hai già vinto a metà.
Le foto del servizio sono di Zaira Truppa.
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