Ci sono viaggi che si misurano in chilometri, altri in fotografie, altri ancora nei luoghi da segnare su una cartina. E poi ci sono quelli che, una volta tornati a casa, non sai più bene come misurare.
Il mio è iniziato l’8 agosto, a Molina di Ledro, con i miei compagni del Clan “Wanderlust” del gruppo Villafranca 1. Sette giorni, uno zaino sulle spalle, mille sentieri da seguire e tanti chilometri di dislivello da affrontare. Ma soprattutto diciassette persone in cammino. Per chi non conosce il mondo scout, una route è proprio questo: un periodo di strada vissuto insieme, generalmente a piedi e con tutto il necessario sulle proprie spalle.
Ma chiamarla semplicemente “escursione” sarebbe riduttivo. La route è una piccola parentesi di vita in cui tutto ciò che normalmente diamo per scontato – una doccia, un letto, l’acqua sempre disponibile, un pasto pronto – improvvisamente smette di esserlo. E proprio quando le comodità diminuiscono, ci si accorge di quanto valore abbia e quanto facile sia definire l’essenziale.
Durante il giro tra i laghi, per una settimana il paesaggio è cambiato insieme a noi. Dapprima Molina di Ledro, poi la strada, i boschi, le montagne, i rifugi, le malghe e infine il lago d’Idro. Ogni mattina significa smontare le tende, vivere le prime timide luci, rifare lo zaino, allacciare gli scarponi e ripartire. Senza troppi dubbi. Ogni sera, invece, slacciare quello zaino e accovacciarsi senza forze dove capita. E ritrovarsi ancora insieme.
La strada ha un modo tutto suo di mettere le persone davanti a loro stesse: non puoi fingere di non essere stanco quando hai le gambe che tremano, non puoi nascondere la sete quando hai finito l’acqua, non puoi semplicemente andartene quando il sentiero diventa difficile. Devi continuare. Guardi il paesaggio immerso nel silenzio e senti di essere solo al mondo, ma in una solitudine pacifica, dove l’introspezione nasce spontanea e con lei i dubbi più profondi che nel quotidiano ignori per far spazio agli impegni. Ma soprattutto, impari che non devi e non puoi affrontare nulla da solo.
Il quinto giorno è stato forse quello in cui tutto questo è diventato evidente. La fatica. Quella vera, quella che non si racconta bene nelle fotografie. Il passo rallenta, lo zaino sembra improvvisamente pesare il doppio, la salita non finire mai. E proprio quando credevamo di essere ormai vicini alla malga verso cui eravamo diretti, incontriamo un passante. Una frase semplice, quasi casuale: “l’acqua dove siete diretti è finita”. Alla malga non ce n’era più. Per un gruppo che cammina da ore, con il caldo addosso e le scorte che diminuiscono, non è una notizia irrilevante. È una di quelle cose che ti fanno fermare e interrogare se ne vale davvero la pena.
Forse qualcuno potrebbe chiamarla coincidenza. Noi l’abbiamo vissuta come un simbolo di provvidenza: quella persona è comparsa proprio nel momento in cui avevamo bisogno di sapere cosa avremmo trovato a fine giornata. Eppure, dopo averlo saputo, abbiamo scelto di non fermarci. Non perché fossimo invincibili, né perché la fatica fosse improvvisamente scomparsa. Semplicemente perché avevamo una meta e avevamo deciso di raggiungerla insieme.
Qui, il valore dei capi che hanno camminato assieme a noi, non solo durante questa settimana ma in tutto l’anno: dopo aver quantificato i litri d’acqua che ci rimanevano e le forze fisiche ancora in corpo, ci siamo divisi i pesi per aiutare chi fosse più in difficoltà, e abbiamo creduto di potercela fare. È qui che la strada insegna una delle sue lezioni più scomode. A volte sapere che sarà difficile non è un motivo per tornare indietro. È il motivo per cui la scelta di continuare diventa ancora più consapevole, sempre più importante.
E così abbiamo continuato a camminare. Con la sete, con il caldo, con le gambe stanche. Del resto, c’è una frase attribuita a Robert Baden-Powell, fondatore dello scoutismo, che riassume bene lo spirito con cui abbiamo affrontato quei giorni: “Non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento”. Non significa che la pioggia non bagni o che una salita non faccia male. Significa che non possiamo sempre scegliere le condizioni in cui ci troviamo, ma siamo chiamati a decidere il modo in cui affrontarle. E forse, in fondo, è una lezione che vale molto più di una settimana in montagna. Perché il punto della route, alla fine, non è arrivare. O almeno, non è solo arrivare. Ma è tutto quello che succede mentre cammini.
È il compagno che si accorge che hai rallentato e rallenta con te senza che tu debba chiederglielo. È chi prende parte del peso di qualcun altro, nel notare la sua fiacchezza. È una bottiglia d’acqua passata di mano in mano. È un canto che esordisce nel momento esatto in cui serviva per spezzare la stanchezza. È scoprire che una persona che credevi di conoscere può sorprenderti proprio quando siete entrambi senza fiato, sporchi, stanchi e lontani da tutto ciò che normalmente vi circonda.
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E poi ci sono i fuochi. Quando il sole tramonta e la giornata finisce, ci si siede in cerchio. Il cerchio a scout ha qualcosa di diverso: non c’è una prima fila e non ce n’è un’ultima, nessuno è davanti agli altri e nessuno è davvero nascosto. Ci si guarda negli occhi, ognuno col proprio volto illuminato dalle fiamme di un fuoco che scalda e illumina gli occhi stanchi di chi lo osserva in profondità. E allora accade qualcosa di strano: parlare diventa più facile.
Cadono alcune delle difese che durante il giorno ci portiamo addosso senza nemmeno accorgercene. Le parole diventano più sincere, le risate più vere, i silenzi meno imbarazzanti. Ci si racconta una paura, un pensiero che normalmente rimarrebbe chiuso dentro, una fragilità che fuori da quel cerchio forse farebbe paura mostrare. E nessuno sente di dover essere perfetto. Forse è proprio questo il senso più profondo della condivisione: significa permettere agli altri di entrare, anche solo per qualche minuto, in una parte di noi che solitamente teniamo al riparo. E quando qualcuno si apre, il gruppo non lo lascia cadere. Lo accoglie. In quel momento si comprende che la comunità non è semplicemente un insieme di persone che percorrono la stessa strada, ma il luogo in cui puoi smettere, almeno per un po’, di portare tutto da solo.
Durante quei sette giorni abbiamo mangiato insieme, camminato insieme, cantato, stonato, riso, discusso, avuto paura, sbagliato strada, affrontato il caldo e la stanchezza. Abbiamo scoperto che convivere non significa andare sempre d’accordo, ma imparare a rimanere insieme anche quando è più facile allontanarsi. Perché un gruppo non si costruisce nei momenti in cui tutto fila liscio. Si costruisce soprattutto quando qualcuno è stanco, quando qualcuno sbaglia, quando bisogna aspettare, quando urge fare un passo indietro perché un altro possa farne uno avanti.
Per poi scoprire che è proprio questo che rende la route così difficile da spiegare a chi non l’ha mai vissuta. Perché non si è mai trattato di una vacanza, né di una competizione. Non è trekking, non è allenamento. È una scelta: quella di togliersi per qualche giorno dalla comodità, mettere tutto ciò che serve in uno zaino e affidarsi alla strada e alle persone che la percorrono con te. E per chi ci crede, anche a Dio.
Il 14 agosto siamo arrivati al lago d’Idro. La meta era finalmente davanti a noi. Avremmo potuto pensare che fosse quello il momento più importante per l’arrivo tanto sognato e per la soddisfazione e la consapevolezza di avercela fatta. E invece, guardandoci indietro, forse la meta era solo il pretesto.
Perché non ricorderemo soltanto il lago, le montagne o i chilometri percorsi. Ricorderemo il peso dello zaino, sì, ma anche quello che qualcuno ci ha aiutato a portare. Ricorderemo la sete del quinto giorno, ma ancora di più il coraggio di continuare. Ricorderemo il fuoco, le parole dette e quelle rimaste sospese nel silenzio di quelle ceneri. Ricorderemo di essere partiti in diciassette e di essere tornati con qualcosa in più.
La strada, a chi la percorre, insegna che la fatica non è sempre un ostacolo, ma qualche volta il prezzo da pagare per arrivare a vedere ciò che da fermi non si sarebbe mai potuto vedere. In questo risiede il segreto della route. Partire con uno zaino sulle spalle per scoprire, alla fine, che ciò che abbiamo portato a casa non era lì.
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